Compravendita case di lusso Monza e Brianza

Muoversi nel mercato immobiliare è davvero molto difficile per un non addetto ai lavori, e riuscire a vendere e acquistare casa comporta il dover far fronte ad un gran numero di pratiche e burocrazia, per cui è meglio affidarsi ad aziende specializzate così da avere qualcuno che svolga il lavoro al posto nostro, consentendoci di dormire sonni tranquilli. Le case di lusso, le ville e gli appartamenti prestigiosi a Monza e in Brianza sono in cima ai desideri di tanti, data l’assoluta bellezza e tranquillità della zona, e coloro che desiderano individuare la soluzione più adatta alle esigenze proprie e dalla famiglia preferiscono affidarsi a chi conosce bene il settore e può fornire soluzioni d’alto profilo e un supporto costante.

Da oltre trent’anni, l’agenzia immobiliare Giordano Mischi è il punto di riferimento per quanti sono alla ricerca di abitazioni di lusso a Monza e in Brianza, fornendo un servizio efficiente e un’assistenza continua dall’inizio alla fine della procedura d’acquisto o vendita dell’immobile individuato. Se sei dunque alla ricerca di una agenzia immobiliare a Monza, Giordano Mischi è sicuramente la scelta migliore che tu possa fare: da sempre sinonimo di affidabilità e trasparenza, l’agenzia vanta un team di consulenti qualificati e competenti,  in grado di individuare la soluzione ideale per ciascuno fornendo un supporto costante.

Il  team è inoltre continuamente aggiornato sulle normative e dinamiche di mercato, così da offrire sempre il miglior servizio possibile di vendita o acquisto di immobili. Per questa rinomata agenzia infatti, la cosa più importante è la soddisfazione del cliente, e per questo motivo adopera il massimo dell’attenzione in tutte le fasi del processo di acquisto  o vendita. Acquistare o vendere un appartamento o villa di lusso è un impegno che richiede notevole cura per i particolari e un piano strategico ben definito: l’agenzia  Giordano Mischi propone per questo campagne pubblicitarie di alto profilo in base alle richieste ed esigenze del cliente, ricerche di mercato personalizzate, studio dei canali più appropriati per concludere la compravendita positivamente, un rendiconto periodico dell’andamento delle strategie attuate e delle visite effettuate dai potenziali clienti. L’agenzia immobiliare Giordano Mischi è dunque una certezza per chi ha necessità di acquistare e vendere immobili di lusso a Monza e Brianza, la risorsa ideale per soddisfare le esigenze di tutta la famiglia.

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Pedrazzini Arreda: cucine da vivere

L’importanza che l’ambiente della cucina riveste all’interno di una casa è radicalmente cambiato negli ultimi anni, e da luogo in cui vengono semplicemente preparati i pasti, essa è diventata luogo in cui intrattenere gli ospiti, ricevere visitatori e trascorrere del tempo guardando la tv o leggendo un libero.

La cucina è insomma ormai diventata un ambiente polifunzionale, e da qui nasce l’esigenza di un design che sia sempre il più ricercato ed il più personalizzabile possibile. Cercare di dare il proprio “tocco”, la propria impronta, è oggi infatti una priorità assoluta per chi tiene particolarmente a presentare agli ospiti un ambiente che racconti qualcosa di sé, che mostri in maniera tangibile l’impegno e l’amore che si sono adoperati nella scelta delle soluzioni adottate

 Per chi è così attento ai particolari, e desidera avere una cucina dal grande design e bella da vivere, la soluzione perfetta in Lombardia ha un solo nome: Pedrazzini Arreda. Questa importante azienda, il cui showroom si trova in Via Leone Tolstoi 81 a San Giuliano Milanese, rappresenta tutto lo stile, l’eleganza, la qualità, la praticità delle cucine made in Italy, ed è esclusivista di zona dei marchi Veneta Cucine e Arredo 3. Grande cura per i particolari, passione per questo lavoro ed una serie di ottimi servizi al cliente fanno di Pedrazzini Arreda la prima scelta in fatto di cucine Milano. Il cliente ha la possibilità di usufruire della consulenza di esperti progettisti che potranno dare un valido contribuito nella scelta e nell’individuazione delle migliori soluzioni, fornendo al tempo stesso fedeli anteprime di ciò che sarà la vostra cucina grazie a sofisticati software di settore.

Un team di installatori e falegnami si occuperà invece di installare la tua nuova cucina consegnandola completa di tutto, perfino degli allacci idrici ed elettrici, per consentirti da subito di vivere la tua nuova cucina.

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Go Leisure | Gonfiabili per Bambini

I giochi gonfiabili sono in grado di cambiare letteralmente volto al vostro giardino o ad un’area adibita a spazio ludico per bambini: sono colorati, belli da vedere, invitanti per i piccoli ma soprattutto sicuri. Go Leisure è una azienda con grande esperienza nel settore, e da oltre 20 anni realizza splendidi gonfiabili per la gioia dei bimbi. Ogni prodotto è interamente personalizzabile e può essere realizzato sulle base delle indicazioni del cliente, anche riguardo il tema e l’aspetto, tenendo al tempo stesso conto delle necessità di spazio legate al luogo in cui il gioco sarà ubicato. Esistono giochi gonfiabili davvero per tutti i gusti e di tutti i tipi, per regalare ai vostri bambini ed i loro piccoli amici ore di puro divertimento: pensate ad esempio ai divertentissimi scivoli gonfiabili che Go Leisure realizza, tutti a tema diverso, o gli splendidi saltarini.

E cosa dire delle piramidi o montagne da scalare, del calcetto saponato, del calcio balilla umano e dei calci di rigore? Questi prodotti, realizzati con i migliori materiali e lavorati con la massima attenzione, garantiranno la più totale sicurezza dei bimbi durante il gioco, anche in caso di cadute accidentali, così che anche i genitori possano stare tranquilli nel sapere che i propri figli giocano all’interno di strutture progettate e realizzate tenendo in grande considerazione la loro incolumità. Lo staff Go Leisure si occuperà della fase di progetto, in considerazione degli spazi disponibili, e produrrà accurati rendering in modo da dare al cliente una precisa anteprima del gioco, prima che questo venga fisicamente realizzato.

Il prodotto finito verrà messo in opera dai tecnici Go Leisure per un prodotto che sarà consegnato a tutti gli effetti “chiavi in mano”, per la gioia dei più piccoli che potranno da subito prendere possesso del nuovo e fantastico gioco.

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Web Marketing come la guerra

Il nostro nuovo sito, dedicato all’innovazione, lo inauguriamo con un articolo interessante scritto da WebSenior.

“Ci chiamano web agency, ma non amiamo definirci tali. Nel nostro sito ospitiamo un blog che non ha certo la pretesa di essere una vera e propria risorsa per gli addetti ai lavori, siano essi web designer, SEO specialist o altro, ma che rapprensenta semplicemente un tentativo di spingere chi lo legge al ragionamento. Per poter fare qualsiasi attività sul web, diciamo di web marketing, è fondamentale prima capire alcuni concetti basilari che devono costituire le fondamenta per ogni successivo investimento. Ecco, il nostro blog si propone di mettere ordine nella testa di chi vuole affacciarsi, seriamente, al mondo del web (chi ha detto finalmente?). Che per noi, oggi, significa andare in guerra. Mai sentito parlare del famoso saggio di Sun Tzu? Bene, le stesse logiche possono essere applicate al nostro mondo: se vuoi avere la certezza di  vincere la guerra, devi assicurarti il successo prima di iniziare il combattimento, prima di andare in battaglia. Devi, cioè, studiare le forze e le debolezze dei tuoi avversarti, conoscere i tuoi lati vincenti e quelli deboli, sorprendere i tuoi competitor e, non da ultimo, monitorare e controllare tutto ciò che accade, al fine di studiare al meglio la prossima mossa”.

Non male vero? Questa secondo noi è innovazione: innovazione filosofica, se vogliamo, ma un concetto se vogliamo nuovo nel mondo del web. Grazie quindi a WebSenior, web agency a Monza molto apprezzata per la sua competenza e professionalità, e che da poco si sta imponendo nel panorama degli addetti ai lavori in Brianza.

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Inflazione e costo della vita: le aspettative negative degli italiani per il 2022

Nel corso del 2022 la maggioranza degli italiani si aspetta un aumento dei prezzi, e più della metà afferma di essere preoccupato per la propria capacità di fronteggiare il pagamento delle bollette. È quanto emerge dal sondaggio Ipsos, condotto in collaborazione con il World Economic Forum in 11 Paesi. Riguardo la propria situazione finanziaria attuale, la maggioranza degli intervistati sostiene di non essere né in estrema difficoltà né di vivere agiatamente, ma di cavarsela. Queste circostanze si riflettono anche in Italia, in cui il 30% afferma di trovarsi in difficoltà, e soltanto il 7% dichiara di vivere agiatamente. Per il 19% la situazione è stabile, ma il 42% ammette di ‘andare avanti’.

Sale il livello di preoccupazione

Se nel nostro Paese metà degli intervistati ritiene che il proprio tenore di vita rimarrà invariato un 31% dichiara che diminuirà, e solo in pochi prevedono un aumento (8% molto, 12% un po’).  Allo stesso modo, gli italiani prevedono un aumento esponenziale del tasso d’inflazione (37%-38%), del numero di disoccupati (30%-39%), delle tasse (23%-41%), dei tassi d’interesse (21%-39%) Quanto al livello di preoccupazione dei cittadini per la propria situazione finanziaria nei prossimi sei mesi, il 78% si dichiara preoccupato per l’aumento del costo di beni e servizi, il 58% per la propria capacità di acquistare prodotti che si era soliti comprare, e il 56% per la propria capacità di fronteggiare il pagamento delle bollette, specialmente luce e gas (59%).

Bollette, spesa alimentare, carburante i più temuti

La maggioranza degli italiani si aspetta un aumento dei prezzi nel corso del 2022, soprattutto per le bollette di luce e gas (80%), la spesa alimentare (79%) e il carburante (78%). Ma anche per altre spese domestiche (74%), il costo complessivo degli abbonamenti, come Netflix, palestra, ecc. (48%), mutui/affitti (26%) e il costo complessivo di attività ludiche (60%). Tra le categorie esaminate, quelle che secondo gli intervistati avrebbero un impatto maggiore sulla qualità della vita riguardano l’aumento del prezzo delle utenze (61%). A seguire, l’aumento del costo del carburante (53%) e quello relativo ai generi alimentari (51%).

Cambiare abitudini e stile di vita

Se l’aumento dei prezzi significasse non poter più permettersi l’abituale stile di vita, quali azioni verrebbero maggiormente intraprese dagli italiani? I cambiamenti dei comportamenti più comuni sono diminuire la spesa per attività di socializzazione (43%), spendere meno per le vacanze (37%), ritardare importanti decisioni d’acquisto (36%).  Al contrario, in pochi affermano che chiederebbero un aumento di stipendio (5%) o cercherebbero un lavoro maggiormente remunerativo (6%). Ma i nostri concittadini ritengono che l’aumento dell’inflazione e del costo della vita sia guidato da fattori esterni e globali, in particolare, l’invasione russa dell’Ucraina (83%), lo stato dell’economia globale (82%), la pandemia Covid-19 e le politiche del Governo (entrambi al 72%).

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Nel 2021 più ciclabili e monopattini 

Nell’anno ancora contrassegnato dalle conseguenze della pandemia sugli spostamenti crescono la ciclabilità e l’uso del monopattino in sharing. Al contempo, prosegue la crisi del trasporto collettivo e l’auto rimane protagonista, anche se in diverse città il suo utilizzo non è tornato a livelli pre-Covid, anche per lo smart working. È quanto emerge dal Rapporto MobilitAria 2022, realizzato da Kyoto Club e dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia), in collaborazione con Isfort, nell’ambito della campagna europea Clean Cities, che analizza i dati della mobilità e della qualità dell’aria nel 2021 delle 14 città metropolitane italiane. 

Boom della micromobilità elettrica

Il rapporto evidenzia un potenziamento delle reti ciclabili presenti nelle città metropolitane italiane, grazie anche agli stanziamenti del ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile (Mims). Tra i casi virtuosi, Roma (+69 km), Genova (+29 km), Torino (+17 km), Bologna (+12 km) e Cagliari (+11 km). Aumenta poi la flotta dei mezzi elettrici a disposizione in molti centri, tra cui Milano, che passa da una flotta di 3750 mezzi a 5250, Torino (da 3500 a 4500), Napoli (da 1050 a 1800), e Bari (da 1000 a 1500). Il report segnala inoltre l’avvio di servizi in alcune città che ne erano precedentemente sprovviste, come Catania, con 3 operatori e una flotta di 1000 mezzi, e Palermo, con 3500 mezzi in flotta e 7 operatori.

Milano capitale del bike e scooter sharing

Per il bike sharing la città più virtuosa è Milano, con quasi 17mila bici in flotta, in aumento rispetto all’anno precedente. Seguono Roma (9700), Torino (5300), Firenze (4000) e Bologna (2500). Per quanto riguarda il car sharing, sul podio si piazzano Roma, con una flotta di 2153 vetture, Milano (2118) e Torino (880). Il capoluogo lombardo conquista il primo posto anche per quanto riguarda la mobilità condivisa degli scooter (4352), ed è seguita dalla Capitale (3400). Quanto alla composizione del parco circolante, le autovetture a gasolio sono in diminuzione, mentre si registra una crescita significativa delle autovetture elettriche e ibride. Tra i principali exploit per quanto riguarda le aree metropolitane, Roma (99931 ibride e 10805 elettriche) Milano (86147 e 7509), e Torino (47470 e 5263), riporta Adnkronos.

Il peso negativo di emissioni inquinanti e gas serra

“Dal Rapporto emerge con chiarezza il peso negativo del traffico veicolare per le emissioni inquinanti e di gas serra e vengono sottolineate le criticità del nostro sistema di mobilità urbana, con la debolezza cronica del trasporto collettivo e della mobilità attiva – dichiara Anna Donati, del gruppo di lavoro Mobilità sostenibile di Kyoto Club -. Significativi investimenti sono in arrivo da Pnrr e dal Bilancio, ma mancano ancora 5 miliardi da destinare alle reti tramviarie e metropolitane per le città, almeno 1,2 miliardi da destinare alla mobilità ciclabile, e 1 miliardo annuo aggiuntivo per i servizi di trasporto collettivo, se vogliamo accelerare la svolta verso la città sostenibile, attuare i Pums e arrivare a città carbon neutral al 2030”.

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La felicità? E’ uno smartphone spento

Abbandonare l’ uso del telefono per una settimana può aiutare a creare nuove abitudini positive che permangono per mesi: lo dice un nuovo rapporto. Secondo lo studio, la riduzione dell’uso del telefono per almeno un’ora al giorno per una settimana può comportare un minore utilizzo dello smartphone a lungo termine. Per provarlo, i ricercatori hanno diviso un gruppo di oltre 600 persone in tre sottogruppi: uno che ha interrotto completamente l’uso dello smartphone per una settimana, un altro che che l’ha ridotto a un’ora al giorno per una settimana e un terzo gruppo che ha continuato a usarlo normalmente. Dopo questo periodo di parziale detox da telefono il team di ricerca ha intervistato i partecipanti subito dopo il test e poi ancora a distanza di un mese e quattro mesi dopo l’esperimento. Anche quattro mesi dopo, gli scienziati hanno riscontrato che le persone che avevano ridotto l’utilizzo dello smartphone di un’ora al giorno continuavano ad usarlo fino a 45 minuti in meno al giorno. I partecipanti al test hanno anche riportato un maggiore entusiasmo per la “vita vera”, l’attività fisica e una diminuzione dei sintomi di depressione e ansia. Il gruppo che ha rinunciato completamente ai propri telefoni per una settimana ha segnalato cambiamenti simili, ma ha utilizzato i propri telefoni solo per circa 38 minuti in meno al giorno: sette minuti in più di utilizzo in 24 ore rispetto al gruppo che ha ridotto il proprio utilizzo di un’ora al giorno durante l’esperimento.

Già ridurre i tempi è una buona abitudine

“Abbiamo scoperto che sia rinunciare completamente allo smartphone sia ridurne l’uso quotidiano di un’ora hanno avuto effetti positivi sullo stile di vita e sul benessere dei partecipanti”, ha affermato la dottoressa Julia Brailovskaia del Centro di ricerca e trattamento sulla salute mentale della Ruhr-Universitat Bochum (RUB), autore dello studio e ricercatore.  Tra l’altro, “nel gruppo che ha soltanto ridotto l’uso del telefonino, gli effetti si sono rivelati più duraturi e stabili rispetto al gruppo che è stato costretto a un’astinenza totale”.

L’eccesso è sempre sbagliato

Che quasi tutti noi si trascorra troppo tempo attaccati allo schermo dello smartphone è una dato di fatto, ma questo comportamento è dannoso. L’uso eccessivo del telefonino è collegato all’aumento della depressione, dell’ansia, della bassa autostima oltre a creare dipendenza. Precedenti ricerche hanno anche trovato collegamenti tra utilizzo estremo del telefono ed emicrania e altri problemi cognitivi e neurologici. Come per la maggior parte delle cose, la moderazione è fondamentale quando si tratta di utilizzare lo smartphone. Trascorrere meno tempo al telefono offre più occasioni per seguire uno stile di vita sano.

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Il telefono fisso non è sparito, “sopravvive” nel 61% delle case italiane

Oggi sembra scontato che per telefonare si usi solo il cellulare, ma non è del tutto vero. Lo smartphone non ha ancora soppiantato il telefono fisso, e se l’apparecchio con filo e cornetta da molti è considerato un oggetto ormai obsoleto, non tutti gli italiani hanno rinunciato completamente all’apparecchio tradizionale. Lo ha scoperto l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat. A quanto pare infatti non tutti gli italiani utilizzano esclusivamente lo smartphone per comunicare. Se infatti in molti lo considerano un oggetto di altri tempi, sono più di 26,5 milioni gli italiani, precisamente il 60,8%, che a oggi in casa hanno ancora il telefono fisso.
Questo perché il cellulare potrebbe rompersi, o essere spento, e per qualcuno il fisso è utile per le chiamate di emergenza. 

Un mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi

L’indagine è stata svolta tra il 21 e il 23 gennaio 2022 attraverso la somministrazione di 1.009 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale. E analizzando i dati dell’indagine, risulta che se quasi il 61% degli intervistati possiede il telefono fisso oggi la sua funzione, almeno parzialmente, è cambiata o addirittura invertita rispetto a quella del cellulare.
“Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa principalmente per ragioni di sicurezza in caso di emergenza (41%), o come mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi (28%)”, ha spiegato Mario Rasimelli, Managing Director Utilities di Facile.it.

Over 65, al Sud e nelle Isole non rinunciano a filo e cornetta

“Insomma, un tempo i contatti stretti erano gli unici a cui davamo il numero di cellulare, oggi sono i soli che possono raggiungerci anche quando il nostro smartphone è spento”, ha aggiunto Mario Rasimelli.
Guardando più da vicino i risultati dell’indagine, emerge inoltre che il telefono fisso è presente in misura maggiore nelle case degli over 65, in particolare, nel 78% dei casi, mentre a livello territoriale, i più affezionati al telefono ‘tradizionale’ sono risultati i residenti al Sud e nelle Isole (64%).

Meglio il cellulare per non essere disturbati a casa dai call center

Ma cosa ha determinato la scelta di quei 17 milioni di italiani che hanno rinunciato a filo e cornetta?
Nel 59% dei casi chi ha scelto di eliminare il telefono fisso lo ha fatto per ragioni economiche, nel 45% dei casi per sostituirlo con il cellulare, e il 19% degli intervistati ha affermato di averlo sostituito per non essere disturbato a casa dalle chiamate da parte dei call center.

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Per il 90% delle aziende il lavoro agile è definitivo

La modalità di lavoro da remoto è stata metabolizzata da aziende e lavoratori italiani. Infatti, il 58% circa delle aziende sta trovando difficoltà ad assumere o trattenere i dipendenti se non viene garantito loro lo smart working, e oltre l’88% conferma che dopo il 30 giugno continuerà a prevedere la possibilità di lavorare da remoto, contro l’11% che esprime un’intenzione contraria. Le norme introdotte sullo smart working sono state infatti prorogate a fine giugno. E secondo il quadro generale emerso dall’indagine a cura del centro ricerche Aidp, il 37% delle aziende italiane ha già definito una policy per il rientro al lavoro, mentre il 32% le sta definendo, e il 30% è in attesa di capire se ci sarà un’evoluzione della normativa. 

Le aziende si adeguano alla nuova modalità lavorativa ibrida

Il 38% delle aziende afferma poi che i dipendenti potranno lavorare da remoto almeno 2 giorni a settimana e il 14% almeno 1 giorno a settimana, e con percentuali minori, da 3 ai 5 giorni, fino al lavoro in presenza un solo giorno al mese.  Di fatto, le aziende stanno cambiando organizzazione e fisionomia per adeguarsi alla nuova modalità lavorativa ibrida. Il 30% ha già ristrutturato gli spazi fisici dell’azienda per organizzare il lavoro da remoto e una minore presenza fisica, e il 27% ci sta lavorando.

Le garanzie per il diritto alla disconnessione

Anche sul diritto alla disconnessione il 42% delle aziende dichiara di avere introdotte garanzie da questo punto di vista, e il 36% ci sta ragionando. Inoltre, il 46% ha intenzione di adottare suggerimenti e buone prassi specifiche per una migliore gestione del lavoro da remoto, come ad esempio, codici di condotta per i tempi e la partecipazione a videoriunioni, e gestione della corrispondenza mail.
Il 75% degli intervistati afferma poi di non avere intenzione di adottare applicativi per il controllo della prestazione lavorativa da remoto. Ma un fenomeno diffuso durante la pandemia è il rientro dei dipendenti nelle regioni del Sud dalle sedi aziendali del Nord ed estere continuando a lavorare da remoto.

South working e contrattazione individuale

È il cosiddetto south working, riporta Adnkronos, che negli ultimi 24 mesi ha riguardato il 27% delle aziende, e tra i lavoratori, in prevalenza laureati (93% circa), appartenenti alla fascia di età 18-35 anni (59%), e più uomini (60,5%) rispetto alle donne (39,50%). Dopo il 30 giugno, il 15% delle aziende consentirà ai dipendenti originari del Mezzogiorno di continuare il lavoro in south working, a fronte del 58% che esprime un parere contrario. Prevale inoltre la contrattazione individuale. Solo il 19% delle aziende ha contratti collettivi di regolazione dello smart working, contro il 62% che dichiara di non avere accordi il tal senso, e il 19% ancora in fase di trattativa con i sindacati. Dal punto di vista del contratto individuale sullo smart working, il 56% delle aziende ha già predisposto il testo mentre il 28% ci sta lavorando.

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Nuove generazioni e finanza, già da giovani gli italiani pensano al futuro

Come si immaginano il loro futuro le giovani generazioni e come lo stanno costruendo, anche sotto il profilo finanziario? Per scoprirlo, e anche per mettere in luce che aspettative e desideri sono sempre più o meno gli stessi anche al cambio generazionale, Bva Doxa ha condotto un’indagine per conto di Invesco, intervistando un campione di 750 ragazzi in tutta Italia così composto: per genere 50% donne e 50% uomini; per fascia d’età 33% Z Tribe (18-24 anni), Nouveau Millennials (25-29 anni) e Mid Millennials (30-34 anni). Si scopre così che i giovani – nonostante quello con cui si trovano ad interagire sia un mondo completamente diverso da quello dei loro genitori o nonni –  hanno bisogni e obiettivi di vita non così diversi di quelli dei loro genitori.

Desideri vicini e lontani nel tempo

Quali sono quindi gli obiettivi a breve e lungo termine delle generazioni più giovani? Nel breve periodo, 4 su 10 hanno in programma di risparmiare per il futuro (39%) e praticamente la stessa quota vuole investire il proprio denaro (35%) e, solo dopo, pensano a fare molti viaggi (32%). Anche i progetti nel lungo periodo esprimono una forte apertura al mondo finanziario: tra quelli più importanti troviamo l’investimento in fondi (29%), seguito dal volersi costruire una pensione (27%), che è ancora più forte tra i Nouveau Millennials (30%). Anche l’aspetto della realizzazione futura acquista importanza su un orizzonte di lungo periodo: come il risparmiare (27%), farsi una famiglia propria (26%) ed investire nell’immobile (23%). I giovani sono inoltre consapevoli dell’utilità della pianificazione per risparmiare (84%), per realizzare i propri sogni (79%) e per vivere serenamente (71%). Tuttavia i ragazzi sanno di non poter contare su quelle certezze che hanno caratterizzato l’epoca welfare dei loro genitori, dimostrano di possedere una lucida consapevolezza che ha consentito loro di sviluppare la saggezza antica dei nonni, iniziare cioè il più presto possibile a risparmiare, mettere da parte, accumulare certe somme di denaro che serviranno in futuro per realizzare progetti (la casa, un’attività imprenditoriale in proprio, l’auto, la casa per i figli) e per garantirsi un benessere di base parallelo o complementare al reddito da lavoro.

Il consulente finanziario su misura

I giovani ritengono che occuparsi e parlare di finanza sia smart, sia di moda, seguono i cosiddetti finfluencer (influencer finanziari) soprattutto su Instagram e alcuni giovanissimi si dichiarano affascinati dai robo-advisor, da cripto-valute, bitcoins e NFT, ma il loro cruccio maggiore resta il futuro pensionistico.
Vorrebbero un consulente finanziario affidabile e competente, in carne ed ossa, meglio se vicino. E alla domanda su chi sarebbe il consulente perfetto, scelto tra personaggi famosi, sono stati citati nomi che forse ci si poteva attendere, ma anche alcuni inaspettati: da Warren Buffet, Bill Gates e Di Caprio (nel suo ruolo in “The Wolf of Wall Street), a Blake LIvey e Bradley Cooper…e per venire ai volti noti nostrani, passiamo da Gerry Scotti a Margherita Hack, da Alberto Vacchi a Silvia Toffanin e Michelle Hunziker.

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Perché si lascia l’azienda? I 10 motivi delle Grandi dimissioni 

Dalle relazioni professionali con colleghi e superiori all’aumento di stipendio, dalla ricerca di un lavoro più interessante alle opportunità di carriera, e dal desiderio di avere più tempo per sé fino a quello di cambiare, Randstad ha stilato la lista delle 10 ragioni principali per cui i lavoratori scelgono di lasciare un’organizzazione. Le ragioni che spingono i lavoratori ad abbandonare il proprio lavoro spesso sono molto più articolate dell’offerta economica, e mettono in discussione processi consolidati. E con la ripartenza del mercato del lavoro e la caccia ai talenti, molti sono spinti a un cambiamento. Come dimostra il boom di Grandi dimissioni, le cui motivazioni non sono sempre scontate.

La prima ragione è il rapporto con i colleghi

La prima ragione per cui i lavoratori lasciano un’azienda è il rapporto con i colleghi di livello pari o superiore. Soprattutto nel secondo caso, non necessariamente perché il rapporto è conflittuale, ma perché non allineato ai bisogni di quel momento. L’esperienza collettiva degli ultimi mesi ha poi indotto una riflessione sul significato più profondo della vita e del lavoro. Molte persone cambiano posto alla ricerca di un contenuto di lavoro più interessante e stimolante, più in linea con le aspettative del ruolo professionale che vogliono ricoprire. Ma non c’è solo il tipo di lavoro. Sempre più persone, indipendentemente dal ruolo in azienda, non si dicono più disposte a scendere a compromessi tra i valori prioritari per la loro identità personale e quelli dell’organizzazione in cui operano.

Quando la retribuzione è percepita come insufficiente

È il motivo più scontato, ma oggi lo stipendio è determinante in una fase di forte competizione. Se la retribuzione è percepita come insufficiente rispetto al proprio valore, è probabile che un lavoratore sia attratto da offerte migliorative.  Da sempre un fattore molto importante, l’equilibrio tra vita privata e professionale, è stato messo a dura prova durante il lockdown. La sua rilevanza è aumentata esponenzialmente, e spesso i lavoratori scappano da condizioni ‘tossiche’, in cui l’attività professionale invade totalmente quella privata. E soprattutto i più giovani chiedono prospettive di crescita, step professionali, stimoli continui.

Non sempre si cambia per aumentare di livello

A volte, specie per profili qualificati a inizio carriera, è più interessante un’opportunità di specializzazione in un ambito di interesse, per acquisire conoscenza ed esperienza in un ruolo. Non sempre, quindi, si cambia per aumentare di livello. L’esperienza del lockdown e la perdita della relazione di molti luoghi di lavoro hanno messo in evidenza anche l’importanza di un ambiente di lavoro accogliente, positivo e stimolante. Ma dopo l’esperienza dello smart working di massa, oggi molti lavoratori ricercano espressamente offerte di lavoro che consentano di svolgere l’attività a distanza con maggiore flessibilità sugli orari. Talvolta però le dimissioni sono parte di un processo che va oltre l’ambito professionale. Cambiare il posto di lavoro può significare dare un taglio alla quotidianità, mettendosi alla prova per dare nuovo significato al proprio percorso.

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Gli italiani e il latte vegetale

Negli ultimi anni sono apparsi in commercio molti prodotti alternativi al latte tradizionale. Everli, il marketplace della spesa online, ha analizzato i consumi di latte di origine vegetale, scoprendo in alcune zone dello Stivale nel 2021 c’è stato un vero e proprio boom di acquisti rispetto all’anno precedente. Padova, ad esempio, ha registrato un incremento di spesa a tripla cifra (133%), seguita da Trieste (41%) e Bologna (2%). Alcune regioni poi sono più inclini all’acquisto e al consumo di latte che non contenga proteine animali, soprattutto Lombardia e Veneto. Ma lo scettro della città più propensa al consumo di latte vegetale è Torino.

Quali sono le categorie di latte vegetale preferite?

Non ci sono dubbi: vincono latte di mandorla e di cocco, ma guardando alla top 10 dei prodotti più acquistati compaiono in classifica anche quelli senza zuccheri o in versione light. Se da un lato alcune province italiane hanno speso maggiormente in latte vegetale, dall’altra alcune località hanno registrato un incremento di spesa in latte di origine animale. Latina, ad esempio, ha toccato una crescita del 21% nel 2021 rispetto all’anno precedente, seguita da Udine (17%) e Trieste (17%), dove si consuma molto latte sia vegetale sia animale.

Perché si sceglie il latte vegetale?

Nonostante per il 40% degli italiani l’assaggio di latte vegetale sia stato dettato dalla curiosità, per molti le motivazioni sono guidate da scelte legate al benessere personale. Nello specifico, perché è più digeribile di quello tradizionale (35%), più sano (22%), più gustoso (20%) e può contribuire ad aumentare l’apporto di vitamine e fibre (17%). Inoltre, viene selezionato tra gli scaffali da più di 1 italiano su 10 (11%) per il minore contenuto calorico. Il 32% però beve in egual misura latte di origine animale e vegetale, ma oltre 1 su 10 (11%) ha completamente sostituito il primo con quello vegetale.
Quanto alla frequenza di consumo, quasi un terzo degli intervistati (30%) include il latte vegetale nel proprio piano alimentare almeno una o due volte a settimana, e quasi la metà (46%) ne compra almeno due tipi diversi.

I benefici di soia, mandorla, riso e cocco

“Il latte di soia è molto ricco di proteine e grassi ed è l’opzione più vicina al latte vaccino a livello di caratteristiche nutritive, e i suoi effetti positivi sulla salute sono principalmente attribuiti alla presenza di isoflavoni con proprietà antitumorali – commenta Eric De Felicibus, nutrizionista di MioDottore -. Invece, il latte di mandorla è quello meno calorico, con un profilo nutrizionale equilibrato, e più ricco di acidi grassi monoinsaturi, considerati utili nella perdita e gestione del peso, mentre il latte di riso, ricco di carboidrati e zuccheri, può fungere da opzione nel caso di persone con problemi di allergia causati da soia e mandorle. Infine, il latte di cocco è fonte di acido laurico che contribuisce ad aumentare i livelli di colesterolo HDL, che aiuta a ridurre il colesterolo LDL nel flusso sanguigno”.

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I 10 trend del mondo del lavoro nel 2022

Sono sempre più le aziende che optano per una organizzazione del lavoro che non richieda una presenza continuativa in ufficio. Una vera e propria rivoluzione che porta con sé cambiamenti per il mondo del business e la vita delle persone. IWG ha stilato i 10 trend del mondo del lavoro per il 2022, e il primo è la centralità delle relazioni umane. Sempre più aziende infatti investiranno per favorire il benessere dei dipendenti, fornire supporto psicologico e migliorare le dinamiche di comunicazione interna. Con il lavoro da remoto e il fenomeno delle Grandi Dimissioni, le imprese sembrano essersi rese conto che la felicità è uno stimolo per la produttività.

Iper flessibilità, dispersione della forza lavoro e riduzione degli spostamenti
D’ora in poi ci si aspetta l’iper flessibilità nell’organizzazione del lavoro, e le aziende che non sapranno garantirla rischiano di perdere i propri talenti. Ma con l’affermarsi del lavoro da remoto non sarà più necessario reclutare forza lavoro che risiede in prossimità o nell’area di riferimento dell’azienda. Si apre infatti la possibilità di ampliare i processi di recruitment al perimetro nazionale o addirittura internazionale.
Il lavoro ibrido inoltre sta contribuendo a vivacizzare le aree suburbane e periferiche. Non dovendosi recare in ufficio giornalmente, le persone passano più tempo nelle aree di residenza, sostenendo i consumi e incentivando la nascita di nuovi servizi.

Pendolari part time, design dell’esperienza, collaborazione virtuale
Secondo IWG in Italia la tendenza è di concentrare i giorni di presenza in ufficio nel cuore della settimana. Ma se sono sempre più i pendolari parti time l’ufficio fisico continuerà a giocare un ruolo centrale quale luogo della collaborazione, del confronto e della creatività. Gli uffici del futuro integreranno aree ristoro e relax, ospiteranno ampi tavoli per il lavoro in comune e spazi simili ai salotti residenziali. Le aziende, inoltre, tenderanno a investire nella creazione di spazi verdi o forniranno il proprio contributo per la gestione e il miglioramento di parchi e giardini esistenti.
Non solo aumenteranno le piattaforme di collaborazione virtuale, ma si svilupperanno nuovi sistemi che faranno leva su realtà virtuale a realtà aumentata. In breve, passeremo da “davanti” a “dentro” lo schermo.

Allineamento agli SDGs, meno costi per gli spazi a uso ufficio, nuove metriche di produttività
La nuova organizzazione del lavoro fornirà alle aziende una leva importante per il raggiungimento degli obiettivi ESG, oltre a contribuire al raggiungimento degli SDGs, gli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’Onu.
L’adozione del lavoro da remoto e/o del lavoro ibrido, riporta Ansa, gioca un ruolo in termini di riduzione delle emissioni, ma contribuisce anche al miglioramento del benessere personale, favorisce l’uguaglianza di genere e comporta una riduzione dei costi per l’azienda: per ogni dipendente che lavora da remoto per metà della settimana, il datore di lavoro risparmia 11mila dollari l’anno.
Con dipendenti lontani dall’headquarter aziendale verranno poi introdotti nuovi strumenti di gestione dei flussi di lavoro basati su cloud, utili a monitorare l’avanzamento lavori e i tempi di completamento.

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Gli attacchi informatici più diffusi nell’ultimo trimestre 2021

Tra le tendenze più significative registrate negli ultimi tre mesi del 2021 il Covid-19 continua a essere usato come oggetto di email con allegati malevoli, e se i settori più colpiti dagli attori malevoli (threat actors) sono stati quelli governativi e della difesa, aerospazio e sanità, si evidenzia anche un’attenzione crescente verso le aziende di telecomunicazioni. Non solo per i loro sistemi informatici, quali software o reti, ma a essere prese di mira sono anche le stesse infrastrutture. La finalità degli attacchi è l’intercettazione di comunicazioni sensibili degli utenti e lo spionaggio contro target specifici come aziende, personaggi politici, funzionari governativi, forze dell’ordine e attivisti politici.

Nella cybersecurity il fattore umano rimane un tema cruciale

Sono i risultati del Cyber Threats Snapshot di Leonardo, condotto dagli esperti di Cyber Threat Intelligence a supporto del Global Security Operation Centre (SOC) di Leonardo. Il report evidenzia come le campagne di malspam, ovvero la ricezione di mail o messaggi contenenti link o allegati malevoli, continuino a essere lo strumento più utilizzato per violare i sistemi informatici, poiché spesso facilitate dalle azioni delle ‘vittime’, che ignare mettono a rischio l’integrità di dati personali o sistemi aziendali. Il fattore umano nella cybersecurity rimane quindi un tema cruciale. 

Un altro caso di spam-demia

In particolare, l’ultimo trimestre del 2021 è stato caratterizzato da una nuova campagna di malspam che sfrutta il Covid-19.  Nelle e-mail truffa (phishing) inviate alle vittime sono contenute informazioni relative a un presunto contatto del destinatario con un collega positivo alla variante Omicron. La vittima è invitata a prendere visione di un allegato: aprendolo e abilitandone il contenuto, il malware viene scaricato automaticamente e inizia a ricercare credenziali bancarie e/o a ottenere l’accesso remoto sul dispositivo infetto.

Individuata una delle vulnerabilità più gravi del decennio

A dicembre poi è stata rilevata una grave vulnerabilità che ha causato molta preoccupazione tra gli esperti. Il software che presenta questa vulnerabilità è infatti uno degli strumenti più importanti per la gestione delle librerie di logging di applicazioni utilizzate dalle aziende, anche nell’ambito di siti web e servizi online, e si stima che potrebbe essere presente su circa 3 miliardi di dispositivi a livello globale. In sintesi, tale vulnerabilità ha permesso a utenti esterni di penetrare nei sistemi, eseguendo codice malevolo da remoto. Per la diffusione di tale software su scala globale, e per la facilità di esecuzione degli attacchi, la vulnerabilità ha ricevuto un grado di criticità di 10 su 10. 

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