Nel 2018 2,7 milioni di italiani in cerca di lavoro

Nel 2018 in Italia sono state 2,7 milioni le persone in cerca di lavoro. Un quadro preoccupante, soprattutto rispetto al 2009, quando i disoccupati erano 1,9 milioni. Osservando gli ultimi anni, con il record raggiunto nel 2014 di 3,2 milioni di disoccupati, si potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma se si guarda alla situazione di qualche anno indietro ci si rende conto che il Paese è ancora in forte difficoltà. Dal 2009 l’incremento dei disoccupati in Italia è stato infatti del 44,5%.

+7,4% la percentuale degli italiani disoccupati sul totale Ue in meno di 10 anni

I dati, contenuti nelle tabelle dell’Eurostat ed elaborati dall’AdnKronos, mostrano che rispetto ai 16,9 milioni di cittadini in cerca di lavoro all’interno dei 28 Paesi dell’Ue la quota italiana è pari al 16,3%. Nel 2009 i disoccupati in Europa erano 21,4 milioni, di cui l’8,9% erano italiani. In meno di 10 anni quindi la percentuale degli italiani disoccupati nel confronto con il dato continentale è aumentata del 7,4%. I grafici mostrano che il dato peggiora anche rispetto alla popolazione complessiva residente in Italia. Nel 2009, infatti, risultava disoccupato il 4,2% del totale mentre lo scorso anno il dato è salito al 6,1%.

La situazione in Francia e in Spagna

In deciso aumento, inoltre, è anche la percentuale di disoccupati italiani rispetto alla popolazione “attiva”, che dal 7,7% è passato al 10,6%. Ma l’Italia non è l’unica a trovarsi in una situazione peggiore rispetto al 2009. In Francia, ad esempio, i disoccupati sono passati da 2,6 milioni a 2,7 milioni, con un incremento del 3%. Un dato ben lontano da quello Made in Italy, che inoltre deve confrontarsi con altri Paesi dove le cose sono andate molto diversamente.

In Spagna, invece, nei 10 anni considerati la disoccupazione mostra di essere in calo. Tra le principali economie europee con cui di solito vengono fatti i confronti, emerge infatti che la Spagna dai 4,1 milioni di disoccupati nel 2009 è passata a 3,5 milioni, con una riduzione quindi pari al 16,2%.

In Germania una realtà opposta a quella italiana

Il confronto con la Germania mostra addirittura una realtà decisamente opposta rispetto a quella dell’Italia. Se nel 2009 le persone in cerca di lavoro in Germania erano 3,1 milioni lo scorso anno sono scese a 1,5 milioni. In questo caso la riduzione è stata del 47,4%. Una percentuale quasi dimezzata rispetto ai 10 anni precedenti.

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Riscatto laurea, con il simulatore il calcolo è più facile

La possibilità di riscattare gli anni dell’università è particolarmente interessante per chi mira alla pensione. Fino ad ora, però, il conteggio di quanto versare per il periodo di studio non era esattamente un procedimento agevole. Ed ecco la bella notizia: il riscatto di laurea non è più un rompicapo grazie al simulatore del calcolo esteso alla gestione pubblica previsto dall’Inps. Infatti l’Istituto ha reso noto, segnala AdnKronos, che la funzionalità per la simulazione del calcolo dell’onere di riscatto dei periodi di corsi di studio universitario è stata implementata. Lo strumento di simulazione, già previsto per gli iscritti alla gestione privata, è stato infatti esteso agli iscritti alle casse della gestione pubblica. Per gli iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti e alle gestioni speciali di artigiani, commercianti, coltivatori diretti e coloni mezzadri, la funzionalità è stata estesa ai periodi collocati nei sistemi retributivo e misto. Nel messaggio vengono fornite le indicazioni operative per la simulazione e vengono spiegati i dati necessari per il calcolo dell’onere di riscatto.

Le caratteristiche del simulatore

Lo strumento consente, quindi, di effettuare il calcolo dell’onere di riscatto sulla base dei dati immessi e con riferimento all’anno corrente. L’importo ottenuto ha mera valenza orientativa. Inoltre, l’onere in parola è determinato in base alle norme che disciplinano la liquidazione della pensione con il sistema retributivo o con quello contributivo, tenuto conto della collocazione temporale dei periodi oggetto di riscatto. L’Inps ricorda che rientrano nel sistema di calcolo retributivo i periodi: precedenti al 1° gennaio 1996 fino al 31 dicembre 2011, se il richiedente abbia maturato 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995. Rientrano, invece, nel sistema di calcolo contributivo i periodi successivi al 31 dicembre 1995, se a tale data il richiedente non abbia maturato 18 anni di contribuzione, successivi al 31 dicembre 2011, nei casi in cui il richiedente abbia maturato 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995. Una volta effettuata la scelta della gestione previdenziale nella quale si intende simulare il calcolo, scelta obbligatoria e propedeutica al perfezionamento dello stesso, l’utente dovrà inserire nel simulatore l’anno di iscrizione all’università, il numero di rate in cui frazionare il pagamento e il periodo o periodi da riscattare ‘dal…al’ afferenti lo stesso anno solare.  In riferimento alle gestioni previdenziali, oltre a questi dati, la procedura richiede all’utente di inserire la retribuzione degli ultimi 12 mesi.

Quando rivolgersi agli uffici fisici dell’Inps

Se l’interessato seleziona un fondo per il quale a oggi è possibile eseguire una simulazione solo nel sistema contributivo, come fondi speciali, gestione pubblica, e indica uno o più periodi collocati nel sistema retributivo, la simulazione non viene eseguita. In tal caso, appare un messaggio di ‘alert’ con l’indicazione di rivolgersi alla struttura Inps territorialmente competente per ottenere la simulazione richiesta. Lo stesso messaggio di ‘alert’ compare ogni qualvolta la simulazione non può andare a buon fine poiché si sono verificati errori nell’elaborazione del conto, che necessitano dell’intervento dell’operatore Inps. Anche in tali casi si invita l’utente a rivolgersi alla struttura Inps territorialmente competente. Si ricorda, inoltre, che lo strumento di simulazione è stato realizzato tenendo conto del nuovo comma della legge n.26 del 28 marzo 2019, secondo cui, per le domande presentate a decorrere dal 29 gennaio 2019, è previsto un ulteriore sistema di calcolo dell’onere di riscatto del corso di studi nei casi in cui la domanda di riscatto riguardi periodi che si collochino esclusivamente nel sistema di calcolo contributivo.

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I nuovi padri (vorrebbero essere) più presenti con i figli

Rispetto alle generazioni che li hanno preceduti i nuovi padri vorrebbero essere più presenti all’interno della vita famigliare. Per loro la realizzazione non dovrebbe essere solo professionale, ma anche esistenziale. Partecipare di più alla crescita dei figli per i giovani papà significherebbe ottenere anche un maggior equilibrio nel rapporto di coppia. Soprattutto se la moglie o la compagna lavorano. Ma a frenare le buone intenzioni si frappongono carenze strutturali e resistenze culturali, che pesano, anche se in misura differente, per le diverse categorie sociali. Tanto che l’11,8% dei laureati maschi con figli ha addirittura aumentato il tempo di lavoro per guadagnare di più, contro il 30,6% di chi ha un titolo di studio più basso.

Anziché ridurlo l’arrivo di un figlio porta a intensificare il lavoro maschile

È quanto emerge da un’indagine condotta a gennaio 2019 dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo su 2000 giovani fra i 20-34 anni. Secondo l’indagine, tra coloro che non hanno ancora avuto figli la situazione è quasi capovolta: il 20,4% dei laureati opterebbe per una riduzione del lavoro per stare con il bambino, contro il 16,9% di chi ha un titolo basso. Mentre il tempo passato al lavoro aumenterebbe per il 29,5% dei primi contro il 34,6% dei secondi.

Per circa la metà degli intervistati la scelta sarebbe quella di lasciarlo inalterato.

Dal lato dei padri, dunque, l’arrivo di un figlio porta a intensificare il lavoro anziché ridurlo, soprattutto per la necessità di non abbassare le condizioni economiche della famiglia.

Oggi le donne più portate a mantenere “il posto” dopo la maternità

Le donne oggi sono più portate a cercare di mantenere il posto di lavoro dopo l’arrivo di un figlio. Soprattutto le laureate, che hanno mantenuto il lavoro a tempo pieno nel 34,6% dei casi, mentre quelle con titolo di studio più basso nell’8,1%. Tra le donne con titolo basso, inoltre, è più comune non lavorare.

Tra le donne che non hanno ancora figli, il 45,4% delle laureate ha risposto che continuerebbe a lavorare a tempo pieno, e quelle con titolo basso nel 30,8%. Inoltre, le prime passerebbero al part-time nel 38,4% dei casi contro il 46,0% delle seconde.

Persiste ancora una forte differenza di genere

Dopo la maternità riescono a mantenere il posto di lavoro soprattutto le donne con titoli di studio più elevati. Persiste però ancora una forte differenza di genere nel caso di arrivo di un figlio.  Anche se, dai risultati dell’indagine, emerge che un giovane uomo su cinque “è già propenso a cambiare modelli di comportamento rispetto a modelli più tradizionali e rigidi di padre – spiega Alessandro Rosina, coordinatore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo -. Una percentuale apprezzabile, ma ancora bassa, frenata sia da fattori strutturali che culturali, ma anche da un mercato del lavoro poco attento”.

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A Bologna i robot entrano all’università

Bologna sperimenta un percorso di studi innovativo, e presso il suo ateneo, l’università Alma Mater Studiorum, ci si potrà laureare in Intelligenza Artificiale. Il corso di laurea sull’IA sarà attivato dal dipartimento di Informatica-Scienza e Ingegneria, sarà completamente in lingua inglese e si concentrerà sulle discipline fondanti e applicative dell’intelligenza artificiale. Ci sarà però spazio anche per discipline trasversali, come le neuroscienze cognitive e le implicazioni etiche e sociali delle nuove tecnologie.

Tra gli argomenti previsti dal piano di studi, visione artificiale, trattamento del linguaggio naturale, data science, ottimizzazione, sistemi di supporto alle decisioni.

Specialisti in Artificial Intelligence
Gli iscritti, una volta conseguita la laurea, potranno fregiarsi della qualifica di specialisti in Artificial Intelligence, figure tecniche altamente specializzate con conoscenze informatiche e competenze specifiche su questo argomento, capaci di affrontare la progettazione, la realizzazione e la gestione di prodotti e servizi innovativi. Il mercato del lavoro, infatti, nei prossimi anni si avvia a una profonda trasformazione. Un cambiamento epocale che coinvolgerà moltissimi ambiti, dai trasporti alla domotica, dalla medicina all’istruzione, dalla sicurezza al mercato dell’intrattenimento, e che la laurea già considera come campi di applicazione.

50 milioni di finanziamenti destinati a ricerche collegate all’AI

Da tempo i docenti e i ricercatori dell’ateneo emiliano sono impegnati per approfondire il funzionamento e l’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale, cercando d’intravedere le possibili applicazioni nella vita di tutti i giorni nei vari campi accademici d’indagine (dall’informatica alla matematica, dalla medicina fino al campo umanistico e sociale).

Negli ultimi sei anni, inoltre, l’ateneo bolognese ha raccolto finanziamenti per quasi 50 milioni di euro da destinare a ricerche collegate proprio all’Intelligenza Artificiale, e ora ha intenzione di giocare un ruolo di primaria importanza a livello internazionale. Oltre al corso di lauera verrà infatti aperto anche un nuovo Centro Interdipartimentale. Il tutto in attesa della conferenza mondiale sull’Artificial intelligence, la Ijcai-Ecai, che si svolgerà nel 2022 proprio nella città delle Due Torri, riporta Ansa.

Il Centro Interdipartimentale

Il Centro Interdipartimentale aprirà i battenti già nella primavera 2019, proponendosi di mettere insieme al lavoro il meglio dell’Alma Mater. Un gruppo di esperti e decine di ricercatori sarà quindi chiamato a confrontarsi sulle implicazioni giuridiche, psicologiche, etiche dell’Intelligenza Arficiale. Realizzando approfondimenti, anche tramite ricerche di base, che toccheranno l’informatica, la matematica, le scienze cognitive, la bioingegneria, e le neuroscienze. Con focus specifici, ad esempio, sul mondo delle imprese (automazione della produzione, robotica, logistica, investimenti) o della medicina (sistemi di prevenzione e diagnosi, cure personalizzate e analisi dei dati).

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Italiani, i più malati di febbre spaziale

La febbre dello spazio colpisce l’Europa, e gli italiani sono i più colpiti. Per i nostri connazionali viaggiare fra le stelle accende la fantasia e gli astronauti sono fra i personaggi più popolari. Le ricerche spaziali poi sono considerate utili anche per le ricadute sulla società, e meritano di essere finanziate. Questo, per oltre il 90% delle opinioni raccolte dal sondaggio condotto in Europa da Harris Interactive sulla percezione delle attività spaziali e commissionato dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa).

Le missioni in orbita fanno sognare l’85% degli europei

I risultati dello studio, anticipati all’Ansa, rivelano inoltre che fra gli italiani il 95% vede nello spazio un’attività affascinante, positiva e utile, e la stessa percentuale ritiene che sia giusto continuare a finanziarla. Manca però un’idea realistica delle cifre: la maggioranza ritiene che la spesa per ogni cittadino sia di 253 euro l’anno, e solo pochissimi sanno che il costo reale è inferiore a 20 euro l’anno pro capite. Dal sondaggio emerge poi che per il al 93% degli italiani lo spazio stimola la ricerca scientifica e il progresso, e le missioni in orbita e fra le stelle fanno sognare l’85% degli europei, ma anche in questo caso la fantasia che si accende di più è quella degli italiani, con il 92%.

Lo spazio è parte integrante dell’identità europea

Le attività spaziali sono una fonte di ispirazione per le giovani generazioni per l’84% degli europei e per l’89% degli italiani. Atteggiamento positivo anche sui temi più concreti: l’83% degli europei (86% degli italiani) ritiene che lo spazio favorisca la cooperazione tra i Paesi e il 78% (76% degli italiani) che crei occupazione. Lo spazio è inoltre parte integrante dell’identità europea per il 69% degli campione complessivo e per il 76% degli italiani, al di sopra della media anche nel considerare lo spazio un fattore di benessere economico (66% contro il 64%) e un’attività con ricadute positive sulla vita quotidiana (57% contro il 53%).

Conoscere l’universo ed esplorare il Sistema Solare è fondamentale per il 90% degli europei

Conoscere l’universo ed esplorare il Sistema Solare sono attività spaziali fondamentali per il 90% degli europei e oltre 80% (italiani il 90%) sa che dipendono dallo spazio i progresso nei trasporti e nelle comunicazioni.

Per il 91% di tutti gli intervistati, comunque, una delle attese più grandi è che lo spazio aiuti a comprendere meglio i cambiamenti climatici.

Tuttavia, il grande entusiasmo per lo spazio non sempre porta ad approfondirne la conoscenza. Nonostante l’83% degli europei abbia sentito parlare dell’Esa, solo il 37% sa esattamente che cosa sia.

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La metà delle Pmi è ancora apprendista digitale

Un’impresa italiana su due è ancora nella fase di “apprendistato digitale”. In particolare, le

piccole e medie imprese, di cui la metà sta appunto cercando di assimilare le nuove tecnologie 4.0. Di passi avanti sulla strada della digitalizzazione ne sono stati fatti, ma a oggi circa 3000 utilizza ancora strumenti digitali di base.

Questa è la fotografia che emerge dall’analisi delle quasi 6000 imprese che hanno effettuato il test di maturità digitale messo a punto dalle Camere di commercio italiane.

Se quindi molti imprenditori fanno ancora fatica a imboccare la strada verso la quarta rivoluzione industriale, tanti altri dimostrano di avere già familiarizzato con le tecnologie digitali.

Il 3% è Campione digitale

Tra le imprese tecnologicamente più smart il 30% è Specialista digitale, ovvero ha digitalizzato buona parte dei processi, il 7 % è Esperto digitale, applica cioè con successo i principi dell’Impresa 4.0, e il 3% è Campione digitale, ha una buona digitalizzazione dei processi e ricorre a tecnologie 4.0.

Sul fronte opposto il 7% è Esordiente Digitale perché legato a una gestione tradizionale dell’informazione e dei processi.

Le tecnologie più diffuse e utilizzate dalle imprese sono quelle cosiddette propedeutiche al 4.0 come, ad esempio, sistemi di gestione ERP (35,2%), sistemi di pagamento mobile, e-commerce (32,8%).

7 imprese su 10 non utilizzano le agevolazioni previste dal Piano nazionale

Il ricorso alle tecnologie abilitanti del Piano Impresa 4.0, riporta Adnkronos, è ancora timido, e 7 imprese su 10 non hanno utilizzato nessuna agevolazione prevista dal Piano nazionale impresa 4.0. Il 7,2% utilizza però Industrial Internet e Internet of Things, il 4,3% fa uso di sistemi di manifattura additiva (stampanti 3D), il 4,2% ricorre a soluzioni per la manifattura avanzata (ad esempio Robot collaborativi) e il 3,4% utilizza sistemi di realtà virtuale e aumentata.

Significativo, invece, l’uso di sistemi per la gestione e la protezione dei dati e delle informazioni: il 31,2% utilizza il cloud e il 27,6% garantisce la sicurezza delle informazioni affidandosi a sistemi di cyber sicurezza e business continuity.

“A frenare il passaggio al digitale è la mancanza di skill adeguate”

“Le piccole e piccolissime imprese capiscono i vantaggi della digitalizzazione per diventare più competitive, ma stentano a impossessarsene – commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. A frenare il passaggio al digitale è spesso la mancanza di skill adeguate. Per questo stiamo mettendo a punto un sistema di certificazione delle competenze digitali che aiuti le imprese a identificare le persone giuste di cui avvalersi”.

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Il 32% degli adolescenti passa 4 o 5 ore online

Non è certo un pettegolezzo, dato che è sotto gli occhi di tutti: i ragazzi sono iperconnessi, soprattutto in alcune fasce di età. In media, il 32,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 26 anni spende online tra le 4 e le 6 ore. Più del 17% del campione resta connesso tra le 7 e le 10 ore. Supera le 10 ore quasi il 13% degli intervistati. Lo rilevano i dati dello studio condotto dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo) in collaborazione con il portale per gli studenti Skuola.net.

Più ore online, meno capacità di concentrazione

Dagli 11 ai 14 anni circa il 12% delle femmine e il 10% dei maschi dichiarano di passare più di 10 ore al giorno online; la percentuale sale rispettivamente al 35% e al 20% intorno ai 26 anni. In tutte le fasce di età indagate, invece, si evidenzia che controllare lo smartphone con una frequenza di 10 minuti è l’esigenza di circa il 40% dei ragazzi. A seguito di questi comportamenti emerge una correlazione importante: la capacità di attenzione è drasticamente diminuita. Fino a qualche anno fa durava anche più di 20 minuti. “Oggi potremmo paragonarla a quelle di un pesce rosso, che riesce a stare concentrato per 9 secondi”, commenta Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te.

Non dire niente a mamma e papà

Altro punto da indagare: quanto parlano i ragazzi ai genitori di quello che fanno in rete? In media, dichiarano di non farlo mai il 18,5% delle ragazze e il 20% dei ragazzi tra gli 11 e 17 anni. Le continue notifiche e la sovra-informazione che attivano cortisolo e adrenalina mettono sotto sforzo i circuiti cerebrali che non riescono più ad attivare corretta concentrazione.

Genitori iperconnessi, quasi quanto i ragazzi

“Nell’indagine precedente a questa in cui abbiamo intervistato 1.000 adulti tra i 28 e i 55 anni e 1.000 giovani tra i 14 e i 20 anni abbiamo rilevato che nel 38% dei casi la risposta dei genitori ai figli che chiedono loro di parlare è un attimo. Spesso, rispondono così perché sono loro i primi a essere affaccendati sul loro smartphone”, commenta il presidente Di.Te., Giuseppe Lavenia. Ciò fa sentire i ragazzi non importanti per i genitori e li fa chiudere in se stessi. Infine quasi il 15% dei giovani riceve di tanto in tanto commenti offensivi sulle chat o sui social network, e la stessa percentuale di ragazzi risponde pan per focaccia a queste vessazioni.

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Lavori 4.0 tra Milano, Monza, Lodi

Milano, Monza Brianza e Lodi si confermano il territorio delle opportunità professionali 4.0, che rappresentano circa la metà delle entrate in posizioni lavorative (41.000) dell’area. Tra le figure maggiormente richieste, prevalgono tecnici delle vendite e informatici a Milano, metalmeccanici a Monza e trasportatori a Lodi.

Sono infatti circa 18 mila le nuove entrate al mese in posizioni lavorative 4.0: subentri, cambi e collaborazioni a Milano Monza e Lodi. Aumentano le richieste nel settore dell’informazione, dei nuovi media, dell’automazione e logistica. A livello territoriale, sono in prevalenza concentrati a Milano, 15 mila su un totale di 35 mila posti, il 42%, a Monza, oltre 2 mila su quasi 5mila, il 46% e a Lodi, 680 su 1.320, il 51,5%. La fotografia di un forte dinamismo nelle tre province lombarde risulta da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Sistema Informativo Excelsior realizzato da Unioncamere in collaborazione con ANPAL.

A Milano più tecnici delle vendite e informatici

Nel capoluogo lombardo l’analisi mette in evidenza che tra le figure maggiormente richieste prevalgano i commerciali. In base ai dati, “servono” tecnici del marketing e della distribuzione commerciale, con 2.670 entrate, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 1.940, conduttori di mezzi di trasporto, 1.810, tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, 1.330, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 1.220, operai nelle attività metalmeccaniche, 1.190, conduttori di macchinari mobili, 1.070, progettisti, ingegneri e professioni assimilate, 930, operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 740, specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche, 650.

A Monza si cercano commerciali e operai

A Monza in prima posizione si collocano i tecnici delle vendite e della distribuzione, 320 unità, seguiti da operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 290, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 250, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 250, operai nelle attività metalmeccaniche richiesti in altri settori, 230, conduttori di mezzi di trasporto, 220, progettisti, ingegneri e professioni assimilate, 110, tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, 110.

A Lodi l’economia è smart

Le “entrate” lavorative nel lodigiano riguardano soprattuto figure legate all’economia smart. In particolare si ricercano degli operai metalmeccanici che vengono richiesti in altri settori, 150, conduttori di mezzi di trasporto, 120, operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 100, tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale, 70, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 70, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 60.

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Milano, Monza, Brianza, Lodi: cresce l’economia verde

I dati relativi al mondo economico verde sono incoraggianti e lo sono soprattutto in Regione Lombardia. Gli ultimi dati sono stati segnalati da un’elaborazione della Camera di Commercio di Milano, Monza, Brianza, Lodi sui dati del Registro delle imprese del 2018, 2017 e 2013.

Aumenta il settore nel capoluogo lombardo

Biciclette, pulizia degli edifici, cura del paesaggio: sono 7 mila le imprese green a Milano, 17 mila in Lombardia su 79 mila in Italia. E lo sviluppo continua a registrare il segno più: +3,2% in un anno e + 23% in cinque. In Lombardia le eco-aziende sono +2,9% e + 20,4% e in Italia con +1,9% e +13,3%. Una impresa su cinque del settore nel Paese è concentrata nella Regione Lombarda.

E il fatturato è sempre più interessante

Gli addetti milanesi alle imprese verdi sono 74 mila, 129 mila i lombardi su un totale nazionale di 517 mila. Addirittura uno su tre è concentrata nella Regione. Anche il fatturato di 2 miliardi rispetto ai 5 lombardi e i 17 nazionali, è quasi un terzo in regione. C’è un boom nei settori che favoriscono una mobilità alternativa, in particolare quella elettrica, con effetti positivi per la riduzione dello smog.

Milano traina il boom dell’auto elettrica

Sono 7 mila le imprese coinvolte in questo settore che vede una forte crescita con +22% in cinque anni. La Camera di commercio è impegnata direttamente in questo mercato crescente, con la rilevazione dei prezzi delle colonnine di ricarica elettriche iniziata lo scorso anno. Prezzi indicativi dei materiali per impianti elettrici e speciali è il listino di riferimento nel settore degli impianti elettrici sulla piazza di Milano”, dice Massimo dal Checco, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. La Camera di commercio ha costituito un tavolo tecnico ad hoc con le associazioni di categoria degli operatori di filiera (produttori, grossisti-istallatori, acquirenti).

Rilevazioni dal 2017

La rilevazione avviene dal 2017 per IE3601 Stazione di ricarica a parete e per IE3602, Stazione di ricarica a colonna. Per tali aggiornamenti sono state contattate le maggiori imprese produttrici del settore individuate all’interno del tavolo tecnico che ha operato nel 2017. Ad esempio, vale circa 1.300 euro la stazione di ricarica a parete (Wall-box) per autoveicolo dotata di 1 presa (cavo normalmente in dotazione al veicolo) senza circuito power, circa 6 mila euro la stazione di ricarica a colonna, in lamiera d’acciaio verniciata per ricarica di 2 autoveicoli dotata di 2 prese.

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2 Stress da rientro dalle ferie? Niente paura, combatterlo si può

Settembre, è tempo di tornare dalle ferie. Per qualcuno però il rientro può essere “traumatico”, e causare un vero e proprio malessere fisico ed emotivo. Si tratta della sindrome post-vacanze, e chi ne soffre forse dovrebbe chiedersi quanto la vita di tutti i giorni, il lavoro, le relazioni, il tempo libero, siano soddisfacenti. Secondo la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, direttore scientifico di Bioequilibrium e presidente di Eurodap, Associazione europea disturbi da attacchi di panico, “lo stacco dalla quotidianità, dai doveri e dalle responsabilità è doveroso, ma quando al ritorno dalle vacanze ci sentiamo più stressati di quando siamo partiti è decisamente un campanello d’allarme”.

Meglio tornare in città un paio di giorni prima di ricominciare a lavorare

Rituffarsi immediatamente nei consueti ritmi frenetici, tra scadenze, traffico e routine quotidiana, non è mai una buona idea. “Molto meglio sarebbe tornare in città un paio di giorni prima di ricominciare a lavorare – spiega la dottoressa Vinciguerra – ci potrebbe aiutare a sentirci meno stressati e più energici”. Ributtarsi immediatamente sui libri o al lavoro, e avere poco spazio da dedicare a noi stessi, può causare infatti un malessere fisico generalizzato che rischia di rendere ancora più difficile il ritorno alla vita di ogni giorno, riporta Askanews.

I sintomi della sindrome post-vacanze

Il Post Vacation Blues è una sindrome di cui soffre almeno un italiano su dieci tornando dalle ferie. Ma quali sono i sintomi della sindrome post-vacanze a livello fisico? “Mal di testa, fiacchezza, sonno, stordimento, irritabilità, sono alcune delle sensazioni che potremmo avvertire durante il primo periodo di ripresa delle attività”, spiega ancora Vinciguerra.

Ecco allora qualche consiglio per fronteggiare al meglio la sindrome post-vacanze. Innanzitutto la ripresa deve essere graduale, quindi evitare di rientrare dalle vacanze all’ultimo minuto, meglio rinunciare a un giorno in più in ferie e tornare in città per poter riambientarsi e fare le cose con calma.

La ricetta per combattere il rientro: fare attività fisica, uscire con gli amici, mangiare sano

Fare attività fisica non ha benefici solo sul corpo, ma serve a diminuire lo stress e a mantenere il buon umore poiché stimola la produzione di endorfine. Approfittare delle belle giornate di fine estate per uscire la sera e ritrovarsi con gli amici, poi, prolunga lo “spirito vacanziero”, e dormire almeno 7/8 ore a notte consente di ridurre stress e ansia da rientro.

Non meno importante è seguire un regime nutrizionale senza eccessi ed evitare diete rigide. E soprattutto imparare a rispettare i propri ritmi, ponendosi obiettivi semplici e arrivando con gradualità ai progetti più complessi.

Sono però soprattutto i più piccoli che dovrebbero avere la possibilità di riadattarsi gradualmente a orari e regole di tutti i giorni. Non si può pretendere che anche loro non soffrano di stress da rientro, se dopo un periodo prolungato senza restrizioni vengono catapultati bruscamente nella frenesia quotidiana.

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