I giovani appoggiano le cause sociali su Internet

Per il 67% degli adolescenti i social rappresentano il canale privilegiato su cui attivarsi rispetto a temi sociali, civici o politici. Tra i temi che riscuotono maggiore interesse i cambiamenti climatici e la difesa dell’ambiente (60%), la lotta contro discriminazioni, bullismo e stereotipi (53%), l’immigrazione (25%), i problemi della scuola e i diritti dei minori (18%). Buona parte dei ragazzi si adopera anche per diffondere online queste informazioni, principalmente attraverso i “like” o condividendole sulla propria bacheca o profilo. Ma 1 su 20 (6%) crea in rete un nuovo contenuto sul tema in questione, e il 4% scrive un appello o una petizione di raccolta firme per raggiungere un obiettivo prefissato.

Solo 1 su 3 non è iscritto o non fa parte di nessun gruppo o associazione

Si tratta dei risultati di un sondaggio-dossier dal titolo Dai like alle piazze: giovani e partecipazione civica onlife, condotto da Save the Children in occasione del Safer Internet Day 2020, la giornata mondiale per la sicurezza in Rete istituita e promossa dalla Commissione Europea. Dalla ricerca emerge che solo 1 adolescente su 3 (30% circa) non è iscritto o non fa parte di nessun gruppo o associazione, 1 su 6 frequenta gruppi scolastici, e 1 su 6 è iscritto ad associazioni di volontariato sociale o associazioni o gruppi religiosi.

L’iscrizione ad associazioni culturali o associazioni per la tutela dell’ambiente riguarda il 7% circa, mentre quella ad associazioni per la cooperazione internazionale o per la tutela dei diritti umani, o a movimenti, partiti politici o comitati di cittadini, riguarda il 4% circa.

Più della metà di chi è attivo online traduce l’impegno in azioni dirette

Dall’indagine sembra poi emergere come l’impegno online divenga per molti una chiave di accesso a una dimensione di impegno diretto sul territorio. L’attivismo digitale rimane infatti confinato nel web solo nel 13% dei casi. Più della metà dei ragazzi attivi online traduce l’impegno anche in azioni dirette di cittadinanza, per cambiare concretamente le cose, partecipando a eventi di sensibilizzazione o mobilitazione collettiva legati alla tematica di interesse.

Ed è la difesa dell’ambiente è la causa che sembra stimolare di più il passaggio all’azione dei ragazzi, con l’83% di quelli che “abbandonano la tastiera” per partecipare a manifestazioni o cortei, riporta Ansa.

Leggere libri “aiuta” a impegnarsi socialmente

“La connessione in rete è oggi una costante della vita quotidiana dei bambini e dei ragazzi – spiega Raffaela Milano, Direttrice Programmi Italia-Europa di Save the Children -. Occorre proteggerli dai rischi della rete, ma allo stesso tempo non dobbiamo ignorare la potenzialità che la rete stessa può avere nello sviluppo della loro cittadinanza attiva”. Ma cosa porta i ragazzi a impegnarsi socialmente? Oltre all’esempio dei genitori, un fattore di rilievo che spinge i giovani ad attivarsi sul web o fisicamente per sostenere cause sociali  sembra essere l’abitudine alla lettura dei libri. Il 57% di chi partecipa “spesso” e il 47% di chi partecipa “qualche volta” anche fisicamente a eventi seguiti online dichiara infatti di aver letto più di 3 libri extrascolastici nell’ultimo anno, contro il 9% e il 12%, rispettivamente, di chi non ne ha letto neanche uno.

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I lavoratori italiani hanno poca fiducia nella crescita economica

L’Italia è al terz’ultimo posto su 34 Paesi per livello di fiducia nelle condizioni economiche nazionali del 2020. Una posizione condivisa con il Belgio e davanti soltanto a Spagna (41%) e Giappone (26%). I lavoratori italiani accolgono perciò il 2020 con poca fiducia nel miglioramento della situazione economica e finanziaria del Paese. E se poco più di quattro dipendenti su dieci credono in una crescita economica nei prossimi dodici mesi (44%), si tratta di una percentuale in calo del 4% rispetto al 2018, e di 13 punti sotto la media globale, pari al 57%.

Ottimismo per le condizioni delle imprese

Si tratta delle previsioni economiche e finanziarie dell’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, l’operatore mondiale nei servizi per le risorse umane. Secondo lo studio la fiducia nei risultati delle imprese però resiste, con il 67% dei lavoratori ottimista sulle performance del proprio datore di lavoro. Una percentuale comunque in calo rispetto a due anni fa (75%), e distante tre punti dalla media mondiale (70%).

In Europa calo di fiducia a doppia cifra

Gli italiani sono quindi fra i lavoratori meno ottimisti, collocandosi al 32° posto su 34 Paesi analizzati, a 13 punti di distanza dalla media globale e a 10 dalla media europea. I più prudenti sul futuro sono le donne e i lavoratori più esperti (entrambi al 37%), mentre meno pessimisti appaiono sia i dipendenti di genere maschile (52%) sia i più giovani (50%). Un atteggiamento molto diffuso, con solo 10 Paesi su 34 che esprimono una valutazione stabile o favorevole, e particolarmente evidente nel continente europeo, che ospita sei dei dieci Paesi che registrano un calo di fiducia in doppia cifra (Portogallo, Olanda, Spagna, Austria, Belgio e Svezia).

Nel 2020 condizioni economiche individuali migliori? La fiducia nel miglioramento personale è l’unico indicatore a registrare una crescita. Anche in Italia, con il 41% dei lavoratori che spera di ottenere un aumento di stipendio nel 2020 (+2% sul 2018) e il 50% che si attende di ottenere un bonus (+5% sul 2018). I più ottimisti sono gli uomini (il 54% spera in un bonus, il 45% in un aumento di stipendio) e i lavoratori fino a 45 anni di età (56% e 53%), mentre le donne sono più caute (46% e 38%), insieme ai lavoratori over 45 (42% e 26%). Resta però molto ampio il divario con i colleghi stranieri, che si attesta al -20% per quanto riguarda la speranza di ricevere un aumento di stipendio, e al -6% se si considera l’attesa di un bonus

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Dieci anni di smartphone, cosa è cambiato per gli italiani

Negli ultimi dieci anni lo smartphone ha giocato un ruolo da protagonista nella rivoluzione del sistema dei media, e può essere considerato il vero driver dell’innovazione digitale nel nostro Paese. Se oggi rappresenta quasi un oggetto di culto, la percentuale di chi lo utilizza in Italia è passata dal 15% nel 2009 all’attuale 73,8%. Secondo il Censis, sono stati i giovani under 30 i pionieri del consumo, passati da un’utenza pari al 26,5% nel 2009 all’86,3% dell’ultimo anno. La diffusione su larga scala di una tecnologia personale così potente ha contribuito a una piccola mutazione antropologica che ha finito per plasmare desideri e abitudini. Il 50,9% degli italiani infatti controlla il telefono come primo gesto al mattino o l’ultima attività della sera prima di andare a dormire.  

Nel 2018 i telefonini hanno superato i televisori

Se il 2018 sarà ricordato come l’anno in cui gli smartphone hanno superato i televisori oggi nelle case degli italiani ci sono 43,6 milioni di smartphone e 42,3 milioni di televisori. E il 47,8% delle famiglie in cui vive almeno un minore ha in casa una smart tv o dispositivi esterni che consentono di collegarsi al web.

In dieci anni, inoltre, il 73,5% della popolazione ha superato il digital divide (erano il 48,7% nel 2009. +24,8%) e un terzo degli italiani ha una dieta mediatica ricca ed equilibrata, al cui interno trovano spazio tutti i principali media (audiovisivi, a stampa e digitali).

Come i media influenzano l’umore

Ma come influenzano l’umore degli italiani i media? Confrontando gli stati d’animo degli italiani e i mezzi di comunicazione utilizzati, emerge che tra gli utenti dei social network definiti “compulsivi” (che controllano continuamente quello che accade sui social, intervengono spesso e sollecitano discussioni) troviamo punte superiori alla media sia di ottimisti (22,3%) che di pessimisti (24,3%). Facebook (48,6%) raggiunge l’apice dell’attenzione tra gli utenti classificati come “esibizionisti” (pubblicano spesso post, foto e video per esprimere le proprie idee e mostrare a tutti quello che fanno), mentre gli utenti meno attivi, gli “spettatori”, sono poco pessimisti (17,1%).

Verso la gigabit society

La velocità di connessione ci porterà a entrare nella gigabit society ipotizzata per il prossimo futuro della Commissione europea? Secondo l’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società l’Italia risale di 7 posizioni rispetto alla performance registrata nel 2018, passando in 19ª posizione rispetto alla 26ª dei due anni precedenti. Al buono stato di avviamento del 5G va attribuito il merito della risalita. La nuova variabile introdotta quest’anno premia l’Italia che ha già assegnato il 60% delle frequenze per le reti di connessione del futuro La banda larga fissa risulta disponibile per il 99,8% delle abitazioni, 3 punti in più rispetto alla media Ue (96,7%). Nonostante ciò, la banda larga è utilizzata dal 60,3% delle famiglie italiana, mentre la media Ue è al 76,6%.

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Da Hotmail a Instagram com’è si è evoluta l’era dei social

Siamo in piena era social, non è una novità. Dopo gli esordi con Hotmail, il servizio di posta elettronica di Microsoft, MSN, il client gratuito di messaggistica istantanea anch’esso prodotto e supportato da Microsoft, e Skype, la piattaforma freeware di messaggistica istantanea e VoIP lanciata il 29 agosto 2003, poi sono arrivati Facebook, Whatsapp, Instagram, Snapchat e Twitter, atterrati sui nostri dispositivi elettronici per digitalizzare lo scenario della socializzazione online. Si tratta dei veri e propri Social Network Sites, gli strumenti mediatici grazie ai quali abbiamo finalmente abbattuto ogni distanza geografica, recuperato contatti che diversamente avremmo perduto forse per sempre, e creato i nostri “contenuti” da condividere pubblicamente.

Le generazioni di transizione o dell’identità si trovano di fronte a una realtà diversa

Sembrano molto numerosi, quindi, i vantaggi che il nuovo web ha portato in dono a tutti noi. In particolare, alle generazioni dei Millennials e dei GenZ, nati sotto la magia evolutiva della digitalizzazione, che prediligono attività legate all’uso di queste piattaforme. Le generazioni di transizione o dell’identità, rispettivamente di età compresa tra i 35 e i 50 anni e tra i 51 e 60, si trovano sicuramente di fronte a una realtà diversa, ancora legata ai metodi tradizionali di comunicazione, e nuotano ancora nell’oceano del digital divide, riporta una notizia Adnkronos.

Il divario digitale si sta abbassando

Negli ultimi anni, però, stando ai dati Istat del Rapporto Annuale 2018, il livello del divario digitale da parte delle vecchie generazioni sembra essere di gran lunga diminuito. Il vantaggio che spinge di gran lunga queste ultime a sfruttare i nuovi media è decisamente un bisogno incombente di mettersi in contatto con i propri figli, o con parenti e amici che vivono a lunghe distanze.

L’arma persuasiva del web è più accattivante della lettura di un libro o di un quotidiano

E tra “buongiornissimi” glitterati e scatti sfocati anche i più anziani si cimentano nell’uso dei social media, senza però sorpassare i Millennials. L’arma persuasiva del web, innescata nelle piattaforme sociali, per molti poi è sicuramente più accattivante della lettura di un libro o di un quotidiano cartaceo. Il mondo digitale ha plasmato, in un certo senso, anche i tradizionali metodi di ricerca delle informazioni e di lettura quotidiana. Poiché l’informazione oggi passa per i social. Soprattutto tramite lo smartphone.

In ogni caso, armati di ingegno e persuasione, i Social Netwok Sites combattono imperterriti la battaglia contro i sistemi di sicurezza e la privacy, messi duramente a rischio dai meccanismi di pubblicazione e diffusione virale.

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Acquisti online, nel 2019 hanno raggiunto i 31,6 miliardi di euro

Fare shopping on line è una pratica quotidiana per la maggior parte degli italiani. E questa modalità di acquisto sta crescendo a ritmi vertiginosi: nel 2019 gli acquisti online in Italia sfiorano i 31,6 miliardi di euro (+15% sull’anno precedente). Di questo “monte”, ben il 40% è generato da acquisti effettuati via smartphone. A rivelare lo scenario è l’Osservatorio eCommerce B2c, che quest’anno festeggia i 20 anni dalla prima rilevazione. “Dopo vent’anni dalla prima ricerca pubblicata dall’Osservatorio, l’eCommerce è indubbiamente diventato un fenomeno di assoluta rilevanza: un canale prioritario di relazione con i clienti attraverso lo sviluppo di servizi ad hoc e ingenti investimenti in infrastrutture logistiche, informatiche e di rete” ha detto Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. “Se consideriamo che nel 1999 l’eCommerce in Italia valeva circa 100 milioni di euro (quasi esclusivamente generati da acquisti di servizi) e che solamente nel 2010 raggiungeva la soglia dell’1% del Retail, sono evidenti i progressi fatti dal nostro Paese negli ultimi anni. Nonostante il ritardo rispetto ad altri mercati, anche in Italia l’eCommerce è ormai decisivo nello sviluppo e nella promozione di modelli fortemente innovativi di relazione con i consumatori che, pur partendo dall’online, si propagano a tutto il Retail”. 

I prodotti che “valgono” di più

Tra i prodotti, l’Informatica & Elettronica si conferma il comparto più rilevante (+19% e un valore complessivo di 5,3 miliardi di euro) seguito dall’Abbigliamento (+16%, 3,3 miliardi di euro). Tra i settori con il ritmo di crescita più elevato spicca l’Arredamento & Home living (+30%, 1,7 miliardi di euro) e il Food&Grocery (+42%, 1,6 miliardi di euro). L’Editoria supera il miliardo di euro (+8%) mentre gli acquisti in tutti gli altri comparti di prodotto valgono insieme 5,2 miliardi di euro nel 2019, in crescita del +21% rispetto al 2018. In questo aggregato si distingue il contributo dei Ricambi auto, con pezzi di ricambio e pneumatici per un valore di 760 milioni di euro (+24%), dei Giocattoli, con 602 milioni (+18%) e del Beauty, con l’acquisto di profumi e cosmetici per un valore di 568 milioni (+27%). 

Turismo e trasporti i servizi più acquistati online

Tra i servizi, il Turismo e Trasporti, con 10,9 miliardi di euro, è ancora il primo comparto dell’eCommerce italiano. La crescita (+9%) è determinata dagli acquisti di biglietti per i trasporti ferroviari e aerei, dalla prenotazione di appartamenti e case-vacanza (attraverso gli operatori della sharing economy) e dalla prenotazione di camere di hotel. Gli acquisti online nelle Assicurazioni valgono 1,5 miliardi di euro (+6%) e rimangono focalizzati sulle RC Auto. I comparti di servizio aggregati nella dicitura “Altro” valgono 1,1 milioni di euro, in linea con il valore del 2018, e comprendono ad esempio il ticketing per eventi e le ricariche telefoniche. 

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Smart building, anche gli edifici intelligenti a rischio cyberattacchi

I computer che gestiscono i cosiddetti smart building sono a rischio di attacco informatico. Secondo una recente ricerca, condotta dagli esperti di Kaspersky, solo nelle prima metà del 2019 sarebbero 4 su 10 i computer che gestiscono gli edifici intelligenti attaccati da malaware. E l’Italia sarebbe il paese più colpito.

Smart building, come funzionano

Serve però fare un passo indietro per capire come “funziona” uno smart building. In linea generale, i sistemi di automazione degli edifici intelligenti sono costituiti da sensori e controller usati per monitorare e automatizzare il funzionamento di ascensori, impianti di vario genere come quello di ventilazione, di climatizzazione, elettrici, di fornitura idrica, di video sorveglianza, o allarmi anti-incendio e sistemi di controllo degli accessi e molte altre informazioni critiche e sistemi di sicurezza. Questi sistemi sono solitamente gestiti e controllati da normali workstation che, spesso, sono connesse a internet. Un attacco riuscito contro una di queste workstation può facilmente concludersi con il mal funzionamento di uno o più sistemi critici dello smart building. E non si tratta di fantascienza, ma di rischi reali.

I risultati dell’indagine

La ricerca ha evidenziato “che più dell’11% dei computer per la gestione dei sistemi di smart building presi di mira (37.8%), è stato attaccato da diverse versioni di spyware, ovvero malware che hanno l’obiettivo di rubare le credenziali degli account e altre informazioni importanti. Sono stati rilevati dei worm sul 10.8% delle workstation, mentre il 7.8% è stato oggetto di tentativi di phishing e il 4.2% è stato vittima di ransomware”. La maggior parte di queste minacce proveniva da internet con il 26% dei tentativi di infezione nati sul web. Nel 10% dei casi, i responsabili dell’infezione sono stati i supporti rimovibili, incluse le chiavette USB, gli hard-driver esterni e altri dispositivi. Un ulteriore 10% proveniva da link e allegati mandati via mail. L’1,5% dei computer degli smart building sono stati attaccati da sorgenti interne alla rete, come le cartelle condivise.

L’Italia sotto attacco

Stupisce in particolare che, in base ai dati raccolti, l’Italia si trovi al primo posto con la più alta percentuale di attacchi rivolti ai computer per gli smart building (48,5%), seguita da Spagna (47,6%), Regno Unito (44,4%), Repubblica Ceca (42,1%) e Romania (41,7%). “Anche se queste percentuali sono relativamente basse se paragonate al panorama generale delle minacce, il loro impatto non dovrebbe essere sottovalutato. Provate a immaginare a cosa potrebbe succedere se le credenziali di un edificio altamente protetto venissero rubate da un malware qualsiasi e poi rivendute sul mercato nero. O se una risorsa fondamentale di un sistema sofisticato di un edificio intelligente venisse paralizzata da un ransomware in grado di criptare i processi essenziali. La lista di scenari possibili è infinita. Proprio per questo consigliamo ai team di sicurezza responsabili delle reti IT degli smart building di non dimenticare che necessitano di essere protetti. Anche una soluzione di sicurezza base potrebbe portare dei benefici per un’organizzazione che vuole difendersi da potenziali attacchi di questo tipo”, ha affermato Kirill Kruglov, Security Researcher di Kaspersky ICS CERT. Ovviamente, perché questi attacchi non si verifichino è fondamentale che  gli smart building siano provvisti di infrastrutture IT protette da soluzioni di sicurezza affidabili e create su misura, periodicamente controllate e verificate.

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SDA Bocconi lancia i corsi online. Obiettivo, diventare la Netflix della formazione

La Bocconi lancia un portafoglio di corsi online sempre disponibili on demand su qualsiasi dispositivo.. Tutti i corsi del portafoglio online della SDA Bocconi School of Management fanno infatti un uso intensivo di video e animazioni interattive, e presentano numerosi case study in formato elettronico con interviste a manager e imprenditori di grande esperienza. L’obiettivo è quello di diventare la Netflix della formazione.

“Dare a tutti la possibilità di fruire di una formazione continua di alta qualità”

Gli strumenti di autovalutazione messi a disposizione dei partecipanti consentono di capire il proprio livello di preparazione prima del test finale. E tutti i partecipanti che completano i corsi hanno accesso alla comunità #Mine degli alunni Sda Bocconi, con eventi di aggiornamento per manager e imprenditori.

“Con la formazione online vogliamo abbattere ogni barriera geografica, economica e psicologica e dare a tutti la possibilità di fruire di una formazione continua di alta qualità”, spiega Gabriele Troilo, associate dean per la Divisione Open Market and New Business di Sda Bocconi. Inoltre, l’utilizzo delle tecnologie più efficaci e un dispiego di risorse degno di produzioni di alto livello si accompagnano anche a un prezzo molto contenuto.

“Una piattaforma attraverso cui è possibile intraprendere percorsi modulari”

L’analogia con l’industria dell’entertainment non si limita però alla qualità della produzione e alla possibilità di usufruie dei contenuti dei corsi a un ampio numero di partecipanti, ma riguarda anche le modalità di fruizione. “La nostra ambizione è diventare la Netflix della formazione, essere una piattaforma attraverso cui sia possibile intraprendere percorsi modulari di formazione nel rispetto dei tempi, delle esigenze e delle circostanze che condizionano la vita di ciascuno”, chiarisce ancora Troilo.

I corsi hanno una durata suggerita che varia dalle 5 alle 9 settimane, ma per consentire flessibilità di tempo e impegno, rimangono a disposizione del partecipante per 4 mesi dalla data di iscrizione. Ed è previsto uno sconto del 20% per le donne, riporta Askanews.

Dallo Sport Marketing e Sponsorship ai fondamenti del Data Analysis per Manager

I primi corsi del portafoglio online spaziano in diversi ambiti, dallo Sport Marketing e Sponsorship alle Competenze per vendere e Finanziare la crescita aziendale, dall’IT Management al Personal Branding, i Fondamenti di bilancio, e i fondamenti del Data Analysis per Manager. Nella seconda parte dell’anno sarà la volta di temi diretti a famiglie professionali specifiche. Qualche esempio? Come creare un business plan, Valutazione immobiliare, Visual Merchandising, Comunicare per creare Valore, The Blockchain Journey (in inglese) e Python for Marketeer, anch’esso in inglese.

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Cambia l’algoritmo di LinkedIn, le novità dei nuovi parametri

LinkedIn ha ritoccato il proprio algoritmo, e ora somiglia un po’ più a Facebook. Il social network professionale di proprietà di Microsoft ha seguito la stessa direzione scelta da Mark Zuckerberg e da altri social network, ovvero quella di promuovere le interazione positive tra gli utenti attraverso alcuni strumenti. Secondo Axios, che per primo ha reso nota la notizia, LinkedIn ha lavorato al nuovo algoritmo per 12-18 mesi. E ha già collaborato con alcuni “profili autorevoli” per adattare i post ai nuovi parametri. Intanto il social cresce, e oggi sembra giustificare quanto sborsato al momento dell’acquisizione da parte di Microsoft nel 2016, ovvero 26,2 miliardi di dollari. Il fatturato infatti è aumentato del 27% anno su anno, e del 29% nei tre mesi precedenti.

Più visibilità agli utenti con i quali ci sono maggiori possibilità di interagire

Un’indagine interna di LinkedIn ha rivelato che prima del cambio di algoritmo gran parte dell’attenzione si concentrava sull’1% degli utenti più seguiti. Tanti contenuti pubblicati, ma troppa concentrazione. Da qui è nata l’esigenza di modificarlo. Ora avranno più visibilità gli utenti con i quali ci sono maggiori possibilità di interagire. Cioè le persone con cui lo si ha già fatto, e crescerà quindi la visibilità dei contatti con cui si hanno interessi comuni. Fin qui, niente di molto diverso rispetto ad altre piattaforme. È interessante però un altro parametro: l’algoritmo tenderà a spingere i post che potrebbero interessare l’utente, ma che non hanno ricevuto grande attenzione. In pratica, quello che è già molto commentato e condiviso non dovrebbe avere ulteriori spinte.

Far emergere anche i contenuti sommersi

Una scelta che punta proprio a illuminare post in ombra, ma che risulta opposta rispetto ad altri social, che spingono chi già corre. La volontà di far emergere i contenuti sommersi è confermata anche dalla scelta di favorire le conversazioni di nicchie specifiche, penalizzando invece i post più generici. Un accorgimento figlio della natura professionale di Linkedin. Il social di Microsoft favorirà inoltre i post che incoraggiano l’interazione, ad esempio quelli che invitano a una risposta, così come quelli che usano menzioni e hashtag. Lunghezza e formato (video, foto o testo) non saranno rilevanti.

Promuovere un coinvolgimento di qualità

Molti sono i parametri che contano, dal numero di utenti attivi al tempo che trascorrono online. Ma alla quantità serve affiancare la qualità dell’interazione. Su Facebook Zuckerberg ha scelto di valorizzare quelle che chiama “interazioni significative”, quelle con amici, parenti e gruppi che interessano. Ecco perché, lo scorso anno, ha modificato l’algoritmo penalizzando le pagine di aziende non paganti e giornali per riempire la bacheca di post ritenuti più personali, riporta Agi. LinkedIn invece premia le nicchie, i post in ombra e quelli che incentivano una risposta. Ma è sempre una questione di affari, gli inserzionisti non si accontentano più dei grandi numeri, ma vogliono un pubblico interessato e attivo. E sono disposti a pagarlo di più.

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Gelato, un business tutto italiano che vale 1,5 miliardi

Gli italiani amano il gelato, purché di qualità: e il mercato risponde in positivo. Il nostro sembra essere proprio il Paese dei gelati, tanto che questo comparto vale addirittura 1,5 miliardi di euro e ben 8 gelaterie su 10 sono artigianali. I punti vendita di questa specialità sono 19mila a livello nazionale e quasi 3 mila nella sola Lombardia. Regina del gelato è Roma con 1.409 attività e 4.286 addetti. Seguono Napoli per imprese (898) e Torino per addetti (3.087). Tra le prime 10 per imprese anche Milano e Torino con oltre 700, Salerno e Bari con oltre 400, Palermo, Brescia, Venezia, Catania e Messina con oltre 300.

Quello artigianale piace di più

In Lombardia, così come a livello italiano, 8 gelaterie su 10 sono artigianali. In Regione il business ammonta a 179 milioni su 1,5 miliardi in Italia (il 12% nazionale). E sempre in Regione sono oltre 2.500 le aziende del “gelato” su 19 mila in Italia, tra pasticcerie, gelaterie (compresi gli ambulanti) e aziende manifatturiere che si occupano della produzione, e registrano rispetto a 5 anni fa una crescita del +2,5% . Ad aumentare di più, in confronto allo scorso anno, sono Lecco, dove si contano in tutto 78 imprese del settore gelati (+6.8%) e Lodi con 45 imprese (+4.7%). Prime, per offerta di gelati, in Lombardia sono Milano con 782 gelaterie +13,8% in 5 anni, Brescia con 370 imprese, Bergamo con 272, Varese con 248. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Registro Imprese 2019.

“Lo stile di vita italiano”

“Le gelaterie rappresentano un settore legato all’attrattività, capaci di promuovere lo stile di vita italiano, grazie a un prodotto artigianale e di qualità, proposto con idee sempre nuove e creative e con attenzione agli ingredienti sani e freschi” ha dichiarato Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Gli fa eco Vincenzo Mamoli, anch’egli membro di giunta: “Dire gelato artigiano è sinonimo di qualità, sostenibilità e creatività. Gli artigiani del gelato sono infatti noti per la caratteristica produzione che è un richiamo anche per i territori con un business in crescita in questo periodo dell’anno. Qualità che mantengono con un lavoro curato e dedicato, di alta professionalità, da materie prime preferibilmente a Km 0 e stagionali. L’aumento delle  imprese nel settore in Lombardia, anche a Lodi è un indicatore positivo di una maggiore attrattività grazie alla valorizzazione dei sapori e dei prodotti locali”.

Milano, business estivo in crescita del +13,8% in 5 anni A Milano città le gelaterie sono 782, e un imprenditore su dieci è straniero (9,0%). Gli addetti sono circa  3 mila e il giro d’affari del gelato a Milano vale 83 milioni all’anno. Gli addetti al lavoro nei settori della produzione e commercio di gelato in Lombardia sono 10 mila. Buona la presenza di donne gelataie in regione, che rappresentano il 31,1% del totale, con picchi a Bergamo e Pavia, dove la quota raggiunge il 35%. Forte anche la presenza di giovani, che sono il 10,7%. Non mancano gli stranieri a cimentarsi con uno dei simboli del gusto italiano nel mondo (6,1% del totale regionale), in particolare a Milano dove è straniero circa un gelataio su 10 (9,0%). E in Lombardia il gelato è di qualità: gli artigiani che lo producono in proprio sono il 75,8% del totale.

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Lavoro agile: ecco le best practice

Il lavoro agile sta iniziando a diventare una normalità. In questo contesto, di grande trasformazione, dynamic working, comunicazione coerente e politiche aziendali sono gli elementi che attraggono i talenti. Ad affermarlo è PageGroup, società leader mondiale nel recruitment, che ha illustrato le best practice utili alle aziende che ancora non hanno adottato politiche di flessibilità oraria e di welfare. Dynamic working, comunicazione coerente e politiche aziendali sono appunto i tre punti cardine attorno ai quali costruire ed implementare piani efficaci di smart working.

Smart working apprezzato da Millennial e Generazione X

Millennial e Generazione X sono d’accordo nel conferire un impatto positivo dello smart working sul work life balance (rispettivamente per il 72% e per il 62%, secondo lo studio di PageGroup “Lavoro e vita privata”), dati che rendono evidente la necessità di ripensare i propri modelli organizzativi per le società che vogliono attrarre i migliori talenti e favorire il benessere dei propri dipendenti grazie ad un contesto lavorativo flessibile e moderno. Tuttavia, creare un ambiente di lavoro che rispetti queste caratteristiche non è sempre semplice. Dal ripensamento degli spazi all’adozione di nuove tecnologie, i fattori che concorrono alla creazione di un ecosistema agile sono molteplici e spesso determinati da elementi esterni al mondo del lavoro: infatti, il cambiamento degli stili di vita e delle aspettative delle generazioni più giovani hanno contribuito a creare una vera e propria “nuova normalità”. Motivo per cui, ad oggi, il lavoro flessibile non è più considerato un benefit esclusivo, ma un elemento assodato all’interno della quotidianità in cui viviamo e lavoriamo.

In base alla propria esperienza, PageGroup ha individuato tre pilastri chiave su cui fondare la nuova normalità e portarla all’interno delle aziende.

I pilastri chiave

La nuova normalità, secondo gli esperti, si sviluppa su tre direttrici. Prima,  il Dynamic working: lavoro basato su rendimento e conseguimento dei risultati, piuttosto che sul numero di ore passate in ufficio. Se il rendimento è elevato e le responsabilità rispettate, non dovrebbe importare dove e quando i risultati sono prodotti. Seconda, la comunicazione coerente: i dipendenti devono essere sempre coinvolti e consapevoli delle decisioni e dei cambiamenti che arrivano da amministratori e dirigenti. Questo permette di creare un ambiente inclusivo, in cui nessuno si sente discriminato.

Terza direttrice, politiche a livello aziendale: nel caso in cui venga introdotta una politica di lavoro flessibile, dev’essere applicata a tutti i livelli (magari escludendo solo i dipendenti in prova). Questo per creare un senso di comunità e un ambiente che promuove l’uguaglianza. Inoltre, in questo modo il personale si sente supportato, accettato e riconosciuto.

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