Da Hotmail a Instagram com’è si è evoluta l’era dei social

Siamo in piena era social, non è una novità. Dopo gli esordi con Hotmail, il servizio di posta elettronica di Microsoft, MSN, il client gratuito di messaggistica istantanea anch’esso prodotto e supportato da Microsoft, e Skype, la piattaforma freeware di messaggistica istantanea e VoIP lanciata il 29 agosto 2003, poi sono arrivati Facebook, Whatsapp, Instagram, Snapchat e Twitter, atterrati sui nostri dispositivi elettronici per digitalizzare lo scenario della socializzazione online. Si tratta dei veri e propri Social Network Sites, gli strumenti mediatici grazie ai quali abbiamo finalmente abbattuto ogni distanza geografica, recuperato contatti che diversamente avremmo perduto forse per sempre, e creato i nostri “contenuti” da condividere pubblicamente.

Le generazioni di transizione o dell’identità si trovano di fronte a una realtà diversa

Sembrano molto numerosi, quindi, i vantaggi che il nuovo web ha portato in dono a tutti noi. In particolare, alle generazioni dei Millennials e dei GenZ, nati sotto la magia evolutiva della digitalizzazione, che prediligono attività legate all’uso di queste piattaforme. Le generazioni di transizione o dell’identità, rispettivamente di età compresa tra i 35 e i 50 anni e tra i 51 e 60, si trovano sicuramente di fronte a una realtà diversa, ancora legata ai metodi tradizionali di comunicazione, e nuotano ancora nell’oceano del digital divide, riporta una notizia Adnkronos.

Il divario digitale si sta abbassando

Negli ultimi anni, però, stando ai dati Istat del Rapporto Annuale 2018, il livello del divario digitale da parte delle vecchie generazioni sembra essere di gran lunga diminuito. Il vantaggio che spinge di gran lunga queste ultime a sfruttare i nuovi media è decisamente un bisogno incombente di mettersi in contatto con i propri figli, o con parenti e amici che vivono a lunghe distanze.

L’arma persuasiva del web è più accattivante della lettura di un libro o di un quotidiano

E tra “buongiornissimi” glitterati e scatti sfocati anche i più anziani si cimentano nell’uso dei social media, senza però sorpassare i Millennials. L’arma persuasiva del web, innescata nelle piattaforme sociali, per molti poi è sicuramente più accattivante della lettura di un libro o di un quotidiano cartaceo. Il mondo digitale ha plasmato, in un certo senso, anche i tradizionali metodi di ricerca delle informazioni e di lettura quotidiana. Poiché l’informazione oggi passa per i social. Soprattutto tramite lo smartphone.

In ogni caso, armati di ingegno e persuasione, i Social Netwok Sites combattono imperterriti la battaglia contro i sistemi di sicurezza e la privacy, messi duramente a rischio dai meccanismi di pubblicazione e diffusione virale.

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Acquisti online, nel 2019 hanno raggiunto i 31,6 miliardi di euro

Fare shopping on line è una pratica quotidiana per la maggior parte degli italiani. E questa modalità di acquisto sta crescendo a ritmi vertiginosi: nel 2019 gli acquisti online in Italia sfiorano i 31,6 miliardi di euro (+15% sull’anno precedente). Di questo “monte”, ben il 40% è generato da acquisti effettuati via smartphone. A rivelare lo scenario è l’Osservatorio eCommerce B2c, che quest’anno festeggia i 20 anni dalla prima rilevazione. “Dopo vent’anni dalla prima ricerca pubblicata dall’Osservatorio, l’eCommerce è indubbiamente diventato un fenomeno di assoluta rilevanza: un canale prioritario di relazione con i clienti attraverso lo sviluppo di servizi ad hoc e ingenti investimenti in infrastrutture logistiche, informatiche e di rete” ha detto Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. “Se consideriamo che nel 1999 l’eCommerce in Italia valeva circa 100 milioni di euro (quasi esclusivamente generati da acquisti di servizi) e che solamente nel 2010 raggiungeva la soglia dell’1% del Retail, sono evidenti i progressi fatti dal nostro Paese negli ultimi anni. Nonostante il ritardo rispetto ad altri mercati, anche in Italia l’eCommerce è ormai decisivo nello sviluppo e nella promozione di modelli fortemente innovativi di relazione con i consumatori che, pur partendo dall’online, si propagano a tutto il Retail”. 

I prodotti che “valgono” di più

Tra i prodotti, l’Informatica & Elettronica si conferma il comparto più rilevante (+19% e un valore complessivo di 5,3 miliardi di euro) seguito dall’Abbigliamento (+16%, 3,3 miliardi di euro). Tra i settori con il ritmo di crescita più elevato spicca l’Arredamento & Home living (+30%, 1,7 miliardi di euro) e il Food&Grocery (+42%, 1,6 miliardi di euro). L’Editoria supera il miliardo di euro (+8%) mentre gli acquisti in tutti gli altri comparti di prodotto valgono insieme 5,2 miliardi di euro nel 2019, in crescita del +21% rispetto al 2018. In questo aggregato si distingue il contributo dei Ricambi auto, con pezzi di ricambio e pneumatici per un valore di 760 milioni di euro (+24%), dei Giocattoli, con 602 milioni (+18%) e del Beauty, con l’acquisto di profumi e cosmetici per un valore di 568 milioni (+27%). 

Turismo e trasporti i servizi più acquistati online

Tra i servizi, il Turismo e Trasporti, con 10,9 miliardi di euro, è ancora il primo comparto dell’eCommerce italiano. La crescita (+9%) è determinata dagli acquisti di biglietti per i trasporti ferroviari e aerei, dalla prenotazione di appartamenti e case-vacanza (attraverso gli operatori della sharing economy) e dalla prenotazione di camere di hotel. Gli acquisti online nelle Assicurazioni valgono 1,5 miliardi di euro (+6%) e rimangono focalizzati sulle RC Auto. I comparti di servizio aggregati nella dicitura “Altro” valgono 1,1 milioni di euro, in linea con il valore del 2018, e comprendono ad esempio il ticketing per eventi e le ricariche telefoniche. 

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Smart building, anche gli edifici intelligenti a rischio cyberattacchi

I computer che gestiscono i cosiddetti smart building sono a rischio di attacco informatico. Secondo una recente ricerca, condotta dagli esperti di Kaspersky, solo nelle prima metà del 2019 sarebbero 4 su 10 i computer che gestiscono gli edifici intelligenti attaccati da malaware. E l’Italia sarebbe il paese più colpito.

Smart building, come funzionano

Serve però fare un passo indietro per capire come “funziona” uno smart building. In linea generale, i sistemi di automazione degli edifici intelligenti sono costituiti da sensori e controller usati per monitorare e automatizzare il funzionamento di ascensori, impianti di vario genere come quello di ventilazione, di climatizzazione, elettrici, di fornitura idrica, di video sorveglianza, o allarmi anti-incendio e sistemi di controllo degli accessi e molte altre informazioni critiche e sistemi di sicurezza. Questi sistemi sono solitamente gestiti e controllati da normali workstation che, spesso, sono connesse a internet. Un attacco riuscito contro una di queste workstation può facilmente concludersi con il mal funzionamento di uno o più sistemi critici dello smart building. E non si tratta di fantascienza, ma di rischi reali.

I risultati dell’indagine

La ricerca ha evidenziato “che più dell’11% dei computer per la gestione dei sistemi di smart building presi di mira (37.8%), è stato attaccato da diverse versioni di spyware, ovvero malware che hanno l’obiettivo di rubare le credenziali degli account e altre informazioni importanti. Sono stati rilevati dei worm sul 10.8% delle workstation, mentre il 7.8% è stato oggetto di tentativi di phishing e il 4.2% è stato vittima di ransomware”. La maggior parte di queste minacce proveniva da internet con il 26% dei tentativi di infezione nati sul web. Nel 10% dei casi, i responsabili dell’infezione sono stati i supporti rimovibili, incluse le chiavette USB, gli hard-driver esterni e altri dispositivi. Un ulteriore 10% proveniva da link e allegati mandati via mail. L’1,5% dei computer degli smart building sono stati attaccati da sorgenti interne alla rete, come le cartelle condivise.

L’Italia sotto attacco

Stupisce in particolare che, in base ai dati raccolti, l’Italia si trovi al primo posto con la più alta percentuale di attacchi rivolti ai computer per gli smart building (48,5%), seguita da Spagna (47,6%), Regno Unito (44,4%), Repubblica Ceca (42,1%) e Romania (41,7%). “Anche se queste percentuali sono relativamente basse se paragonate al panorama generale delle minacce, il loro impatto non dovrebbe essere sottovalutato. Provate a immaginare a cosa potrebbe succedere se le credenziali di un edificio altamente protetto venissero rubate da un malware qualsiasi e poi rivendute sul mercato nero. O se una risorsa fondamentale di un sistema sofisticato di un edificio intelligente venisse paralizzata da un ransomware in grado di criptare i processi essenziali. La lista di scenari possibili è infinita. Proprio per questo consigliamo ai team di sicurezza responsabili delle reti IT degli smart building di non dimenticare che necessitano di essere protetti. Anche una soluzione di sicurezza base potrebbe portare dei benefici per un’organizzazione che vuole difendersi da potenziali attacchi di questo tipo”, ha affermato Kirill Kruglov, Security Researcher di Kaspersky ICS CERT. Ovviamente, perché questi attacchi non si verifichino è fondamentale che  gli smart building siano provvisti di infrastrutture IT protette da soluzioni di sicurezza affidabili e create su misura, periodicamente controllate e verificate.

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SDA Bocconi lancia i corsi online. Obiettivo, diventare la Netflix della formazione

La Bocconi lancia un portafoglio di corsi online sempre disponibili on demand su qualsiasi dispositivo.. Tutti i corsi del portafoglio online della SDA Bocconi School of Management fanno infatti un uso intensivo di video e animazioni interattive, e presentano numerosi case study in formato elettronico con interviste a manager e imprenditori di grande esperienza. L’obiettivo è quello di diventare la Netflix della formazione.

“Dare a tutti la possibilità di fruire di una formazione continua di alta qualità”

Gli strumenti di autovalutazione messi a disposizione dei partecipanti consentono di capire il proprio livello di preparazione prima del test finale. E tutti i partecipanti che completano i corsi hanno accesso alla comunità #Mine degli alunni Sda Bocconi, con eventi di aggiornamento per manager e imprenditori.

“Con la formazione online vogliamo abbattere ogni barriera geografica, economica e psicologica e dare a tutti la possibilità di fruire di una formazione continua di alta qualità”, spiega Gabriele Troilo, associate dean per la Divisione Open Market and New Business di Sda Bocconi. Inoltre, l’utilizzo delle tecnologie più efficaci e un dispiego di risorse degno di produzioni di alto livello si accompagnano anche a un prezzo molto contenuto.

“Una piattaforma attraverso cui è possibile intraprendere percorsi modulari”

L’analogia con l’industria dell’entertainment non si limita però alla qualità della produzione e alla possibilità di usufruie dei contenuti dei corsi a un ampio numero di partecipanti, ma riguarda anche le modalità di fruizione. “La nostra ambizione è diventare la Netflix della formazione, essere una piattaforma attraverso cui sia possibile intraprendere percorsi modulari di formazione nel rispetto dei tempi, delle esigenze e delle circostanze che condizionano la vita di ciascuno”, chiarisce ancora Troilo.

I corsi hanno una durata suggerita che varia dalle 5 alle 9 settimane, ma per consentire flessibilità di tempo e impegno, rimangono a disposizione del partecipante per 4 mesi dalla data di iscrizione. Ed è previsto uno sconto del 20% per le donne, riporta Askanews.

Dallo Sport Marketing e Sponsorship ai fondamenti del Data Analysis per Manager

I primi corsi del portafoglio online spaziano in diversi ambiti, dallo Sport Marketing e Sponsorship alle Competenze per vendere e Finanziare la crescita aziendale, dall’IT Management al Personal Branding, i Fondamenti di bilancio, e i fondamenti del Data Analysis per Manager. Nella seconda parte dell’anno sarà la volta di temi diretti a famiglie professionali specifiche. Qualche esempio? Come creare un business plan, Valutazione immobiliare, Visual Merchandising, Comunicare per creare Valore, The Blockchain Journey (in inglese) e Python for Marketeer, anch’esso in inglese.

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Cambia l’algoritmo di LinkedIn, le novità dei nuovi parametri

LinkedIn ha ritoccato il proprio algoritmo, e ora somiglia un po’ più a Facebook. Il social network professionale di proprietà di Microsoft ha seguito la stessa direzione scelta da Mark Zuckerberg e da altri social network, ovvero quella di promuovere le interazione positive tra gli utenti attraverso alcuni strumenti. Secondo Axios, che per primo ha reso nota la notizia, LinkedIn ha lavorato al nuovo algoritmo per 12-18 mesi. E ha già collaborato con alcuni “profili autorevoli” per adattare i post ai nuovi parametri. Intanto il social cresce, e oggi sembra giustificare quanto sborsato al momento dell’acquisizione da parte di Microsoft nel 2016, ovvero 26,2 miliardi di dollari. Il fatturato infatti è aumentato del 27% anno su anno, e del 29% nei tre mesi precedenti.

Più visibilità agli utenti con i quali ci sono maggiori possibilità di interagire

Un’indagine interna di LinkedIn ha rivelato che prima del cambio di algoritmo gran parte dell’attenzione si concentrava sull’1% degli utenti più seguiti. Tanti contenuti pubblicati, ma troppa concentrazione. Da qui è nata l’esigenza di modificarlo. Ora avranno più visibilità gli utenti con i quali ci sono maggiori possibilità di interagire. Cioè le persone con cui lo si ha già fatto, e crescerà quindi la visibilità dei contatti con cui si hanno interessi comuni. Fin qui, niente di molto diverso rispetto ad altre piattaforme. È interessante però un altro parametro: l’algoritmo tenderà a spingere i post che potrebbero interessare l’utente, ma che non hanno ricevuto grande attenzione. In pratica, quello che è già molto commentato e condiviso non dovrebbe avere ulteriori spinte.

Far emergere anche i contenuti sommersi

Una scelta che punta proprio a illuminare post in ombra, ma che risulta opposta rispetto ad altri social, che spingono chi già corre. La volontà di far emergere i contenuti sommersi è confermata anche dalla scelta di favorire le conversazioni di nicchie specifiche, penalizzando invece i post più generici. Un accorgimento figlio della natura professionale di Linkedin. Il social di Microsoft favorirà inoltre i post che incoraggiano l’interazione, ad esempio quelli che invitano a una risposta, così come quelli che usano menzioni e hashtag. Lunghezza e formato (video, foto o testo) non saranno rilevanti.

Promuovere un coinvolgimento di qualità

Molti sono i parametri che contano, dal numero di utenti attivi al tempo che trascorrono online. Ma alla quantità serve affiancare la qualità dell’interazione. Su Facebook Zuckerberg ha scelto di valorizzare quelle che chiama “interazioni significative”, quelle con amici, parenti e gruppi che interessano. Ecco perché, lo scorso anno, ha modificato l’algoritmo penalizzando le pagine di aziende non paganti e giornali per riempire la bacheca di post ritenuti più personali, riporta Agi. LinkedIn invece premia le nicchie, i post in ombra e quelli che incentivano una risposta. Ma è sempre una questione di affari, gli inserzionisti non si accontentano più dei grandi numeri, ma vogliono un pubblico interessato e attivo. E sono disposti a pagarlo di più.

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Gelato, un business tutto italiano che vale 1,5 miliardi

Gli italiani amano il gelato, purché di qualità: e il mercato risponde in positivo. Il nostro sembra essere proprio il Paese dei gelati, tanto che questo comparto vale addirittura 1,5 miliardi di euro e ben 8 gelaterie su 10 sono artigianali. I punti vendita di questa specialità sono 19mila a livello nazionale e quasi 3 mila nella sola Lombardia. Regina del gelato è Roma con 1.409 attività e 4.286 addetti. Seguono Napoli per imprese (898) e Torino per addetti (3.087). Tra le prime 10 per imprese anche Milano e Torino con oltre 700, Salerno e Bari con oltre 400, Palermo, Brescia, Venezia, Catania e Messina con oltre 300.

Quello artigianale piace di più

In Lombardia, così come a livello italiano, 8 gelaterie su 10 sono artigianali. In Regione il business ammonta a 179 milioni su 1,5 miliardi in Italia (il 12% nazionale). E sempre in Regione sono oltre 2.500 le aziende del “gelato” su 19 mila in Italia, tra pasticcerie, gelaterie (compresi gli ambulanti) e aziende manifatturiere che si occupano della produzione, e registrano rispetto a 5 anni fa una crescita del +2,5% . Ad aumentare di più, in confronto allo scorso anno, sono Lecco, dove si contano in tutto 78 imprese del settore gelati (+6.8%) e Lodi con 45 imprese (+4.7%). Prime, per offerta di gelati, in Lombardia sono Milano con 782 gelaterie +13,8% in 5 anni, Brescia con 370 imprese, Bergamo con 272, Varese con 248. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Registro Imprese 2019.

“Lo stile di vita italiano”

“Le gelaterie rappresentano un settore legato all’attrattività, capaci di promuovere lo stile di vita italiano, grazie a un prodotto artigianale e di qualità, proposto con idee sempre nuove e creative e con attenzione agli ingredienti sani e freschi” ha dichiarato Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Gli fa eco Vincenzo Mamoli, anch’egli membro di giunta: “Dire gelato artigiano è sinonimo di qualità, sostenibilità e creatività. Gli artigiani del gelato sono infatti noti per la caratteristica produzione che è un richiamo anche per i territori con un business in crescita in questo periodo dell’anno. Qualità che mantengono con un lavoro curato e dedicato, di alta professionalità, da materie prime preferibilmente a Km 0 e stagionali. L’aumento delle  imprese nel settore in Lombardia, anche a Lodi è un indicatore positivo di una maggiore attrattività grazie alla valorizzazione dei sapori e dei prodotti locali”.

Milano, business estivo in crescita del +13,8% in 5 anni A Milano città le gelaterie sono 782, e un imprenditore su dieci è straniero (9,0%). Gli addetti sono circa  3 mila e il giro d’affari del gelato a Milano vale 83 milioni all’anno. Gli addetti al lavoro nei settori della produzione e commercio di gelato in Lombardia sono 10 mila. Buona la presenza di donne gelataie in regione, che rappresentano il 31,1% del totale, con picchi a Bergamo e Pavia, dove la quota raggiunge il 35%. Forte anche la presenza di giovani, che sono il 10,7%. Non mancano gli stranieri a cimentarsi con uno dei simboli del gusto italiano nel mondo (6,1% del totale regionale), in particolare a Milano dove è straniero circa un gelataio su 10 (9,0%). E in Lombardia il gelato è di qualità: gli artigiani che lo producono in proprio sono il 75,8% del totale.

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Lavoro agile: ecco le best practice

Il lavoro agile sta iniziando a diventare una normalità. In questo contesto, di grande trasformazione, dynamic working, comunicazione coerente e politiche aziendali sono gli elementi che attraggono i talenti. Ad affermarlo è PageGroup, società leader mondiale nel recruitment, che ha illustrato le best practice utili alle aziende che ancora non hanno adottato politiche di flessibilità oraria e di welfare. Dynamic working, comunicazione coerente e politiche aziendali sono appunto i tre punti cardine attorno ai quali costruire ed implementare piani efficaci di smart working.

Smart working apprezzato da Millennial e Generazione X

Millennial e Generazione X sono d’accordo nel conferire un impatto positivo dello smart working sul work life balance (rispettivamente per il 72% e per il 62%, secondo lo studio di PageGroup “Lavoro e vita privata”), dati che rendono evidente la necessità di ripensare i propri modelli organizzativi per le società che vogliono attrarre i migliori talenti e favorire il benessere dei propri dipendenti grazie ad un contesto lavorativo flessibile e moderno. Tuttavia, creare un ambiente di lavoro che rispetti queste caratteristiche non è sempre semplice. Dal ripensamento degli spazi all’adozione di nuove tecnologie, i fattori che concorrono alla creazione di un ecosistema agile sono molteplici e spesso determinati da elementi esterni al mondo del lavoro: infatti, il cambiamento degli stili di vita e delle aspettative delle generazioni più giovani hanno contribuito a creare una vera e propria “nuova normalità”. Motivo per cui, ad oggi, il lavoro flessibile non è più considerato un benefit esclusivo, ma un elemento assodato all’interno della quotidianità in cui viviamo e lavoriamo.

In base alla propria esperienza, PageGroup ha individuato tre pilastri chiave su cui fondare la nuova normalità e portarla all’interno delle aziende.

I pilastri chiave

La nuova normalità, secondo gli esperti, si sviluppa su tre direttrici. Prima,  il Dynamic working: lavoro basato su rendimento e conseguimento dei risultati, piuttosto che sul numero di ore passate in ufficio. Se il rendimento è elevato e le responsabilità rispettate, non dovrebbe importare dove e quando i risultati sono prodotti. Seconda, la comunicazione coerente: i dipendenti devono essere sempre coinvolti e consapevoli delle decisioni e dei cambiamenti che arrivano da amministratori e dirigenti. Questo permette di creare un ambiente inclusivo, in cui nessuno si sente discriminato.

Terza direttrice, politiche a livello aziendale: nel caso in cui venga introdotta una politica di lavoro flessibile, dev’essere applicata a tutti i livelli (magari escludendo solo i dipendenti in prova). Questo per creare un senso di comunità e un ambiente che promuove l’uguaglianza. Inoltre, in questo modo il personale si sente supportato, accettato e riconosciuto.

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Nel 2018 2,7 milioni di italiani in cerca di lavoro

Nel 2018 in Italia sono state 2,7 milioni le persone in cerca di lavoro. Un quadro preoccupante, soprattutto rispetto al 2009, quando i disoccupati erano 1,9 milioni. Osservando gli ultimi anni, con il record raggiunto nel 2014 di 3,2 milioni di disoccupati, si potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma se si guarda alla situazione di qualche anno indietro ci si rende conto che il Paese è ancora in forte difficoltà. Dal 2009 l’incremento dei disoccupati in Italia è stato infatti del 44,5%.

+7,4% la percentuale degli italiani disoccupati sul totale Ue in meno di 10 anni

I dati, contenuti nelle tabelle dell’Eurostat ed elaborati dall’AdnKronos, mostrano che rispetto ai 16,9 milioni di cittadini in cerca di lavoro all’interno dei 28 Paesi dell’Ue la quota italiana è pari al 16,3%. Nel 2009 i disoccupati in Europa erano 21,4 milioni, di cui l’8,9% erano italiani. In meno di 10 anni quindi la percentuale degli italiani disoccupati nel confronto con il dato continentale è aumentata del 7,4%. I grafici mostrano che il dato peggiora anche rispetto alla popolazione complessiva residente in Italia. Nel 2009, infatti, risultava disoccupato il 4,2% del totale mentre lo scorso anno il dato è salito al 6,1%.

La situazione in Francia e in Spagna

In deciso aumento, inoltre, è anche la percentuale di disoccupati italiani rispetto alla popolazione “attiva”, che dal 7,7% è passato al 10,6%. Ma l’Italia non è l’unica a trovarsi in una situazione peggiore rispetto al 2009. In Francia, ad esempio, i disoccupati sono passati da 2,6 milioni a 2,7 milioni, con un incremento del 3%. Un dato ben lontano da quello Made in Italy, che inoltre deve confrontarsi con altri Paesi dove le cose sono andate molto diversamente.

In Spagna, invece, nei 10 anni considerati la disoccupazione mostra di essere in calo. Tra le principali economie europee con cui di solito vengono fatti i confronti, emerge infatti che la Spagna dai 4,1 milioni di disoccupati nel 2009 è passata a 3,5 milioni, con una riduzione quindi pari al 16,2%.

In Germania una realtà opposta a quella italiana

Il confronto con la Germania mostra addirittura una realtà decisamente opposta rispetto a quella dell’Italia. Se nel 2009 le persone in cerca di lavoro in Germania erano 3,1 milioni lo scorso anno sono scese a 1,5 milioni. In questo caso la riduzione è stata del 47,4%. Una percentuale quasi dimezzata rispetto ai 10 anni precedenti.

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Riscatto laurea, con il simulatore il calcolo è più facile

La possibilità di riscattare gli anni dell’università è particolarmente interessante per chi mira alla pensione. Fino ad ora, però, il conteggio di quanto versare per il periodo di studio non era esattamente un procedimento agevole. Ed ecco la bella notizia: il riscatto di laurea non è più un rompicapo grazie al simulatore del calcolo esteso alla gestione pubblica previsto dall’Inps. Infatti l’Istituto ha reso noto, segnala AdnKronos, che la funzionalità per la simulazione del calcolo dell’onere di riscatto dei periodi di corsi di studio universitario è stata implementata. Lo strumento di simulazione, già previsto per gli iscritti alla gestione privata, è stato infatti esteso agli iscritti alle casse della gestione pubblica. Per gli iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti e alle gestioni speciali di artigiani, commercianti, coltivatori diretti e coloni mezzadri, la funzionalità è stata estesa ai periodi collocati nei sistemi retributivo e misto. Nel messaggio vengono fornite le indicazioni operative per la simulazione e vengono spiegati i dati necessari per il calcolo dell’onere di riscatto.

Le caratteristiche del simulatore

Lo strumento consente, quindi, di effettuare il calcolo dell’onere di riscatto sulla base dei dati immessi e con riferimento all’anno corrente. L’importo ottenuto ha mera valenza orientativa. Inoltre, l’onere in parola è determinato in base alle norme che disciplinano la liquidazione della pensione con il sistema retributivo o con quello contributivo, tenuto conto della collocazione temporale dei periodi oggetto di riscatto. L’Inps ricorda che rientrano nel sistema di calcolo retributivo i periodi: precedenti al 1° gennaio 1996 fino al 31 dicembre 2011, se il richiedente abbia maturato 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995. Rientrano, invece, nel sistema di calcolo contributivo i periodi successivi al 31 dicembre 1995, se a tale data il richiedente non abbia maturato 18 anni di contribuzione, successivi al 31 dicembre 2011, nei casi in cui il richiedente abbia maturato 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995. Una volta effettuata la scelta della gestione previdenziale nella quale si intende simulare il calcolo, scelta obbligatoria e propedeutica al perfezionamento dello stesso, l’utente dovrà inserire nel simulatore l’anno di iscrizione all’università, il numero di rate in cui frazionare il pagamento e il periodo o periodi da riscattare ‘dal…al’ afferenti lo stesso anno solare.  In riferimento alle gestioni previdenziali, oltre a questi dati, la procedura richiede all’utente di inserire la retribuzione degli ultimi 12 mesi.

Quando rivolgersi agli uffici fisici dell’Inps

Se l’interessato seleziona un fondo per il quale a oggi è possibile eseguire una simulazione solo nel sistema contributivo, come fondi speciali, gestione pubblica, e indica uno o più periodi collocati nel sistema retributivo, la simulazione non viene eseguita. In tal caso, appare un messaggio di ‘alert’ con l’indicazione di rivolgersi alla struttura Inps territorialmente competente per ottenere la simulazione richiesta. Lo stesso messaggio di ‘alert’ compare ogni qualvolta la simulazione non può andare a buon fine poiché si sono verificati errori nell’elaborazione del conto, che necessitano dell’intervento dell’operatore Inps. Anche in tali casi si invita l’utente a rivolgersi alla struttura Inps territorialmente competente. Si ricorda, inoltre, che lo strumento di simulazione è stato realizzato tenendo conto del nuovo comma della legge n.26 del 28 marzo 2019, secondo cui, per le domande presentate a decorrere dal 29 gennaio 2019, è previsto un ulteriore sistema di calcolo dell’onere di riscatto del corso di studi nei casi in cui la domanda di riscatto riguardi periodi che si collochino esclusivamente nel sistema di calcolo contributivo.

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I nuovi padri (vorrebbero essere) più presenti con i figli

Rispetto alle generazioni che li hanno preceduti i nuovi padri vorrebbero essere più presenti all’interno della vita famigliare. Per loro la realizzazione non dovrebbe essere solo professionale, ma anche esistenziale. Partecipare di più alla crescita dei figli per i giovani papà significherebbe ottenere anche un maggior equilibrio nel rapporto di coppia. Soprattutto se la moglie o la compagna lavorano. Ma a frenare le buone intenzioni si frappongono carenze strutturali e resistenze culturali, che pesano, anche se in misura differente, per le diverse categorie sociali. Tanto che l’11,8% dei laureati maschi con figli ha addirittura aumentato il tempo di lavoro per guadagnare di più, contro il 30,6% di chi ha un titolo di studio più basso.

Anziché ridurlo l’arrivo di un figlio porta a intensificare il lavoro maschile

È quanto emerge da un’indagine condotta a gennaio 2019 dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo su 2000 giovani fra i 20-34 anni. Secondo l’indagine, tra coloro che non hanno ancora avuto figli la situazione è quasi capovolta: il 20,4% dei laureati opterebbe per una riduzione del lavoro per stare con il bambino, contro il 16,9% di chi ha un titolo basso. Mentre il tempo passato al lavoro aumenterebbe per il 29,5% dei primi contro il 34,6% dei secondi.

Per circa la metà degli intervistati la scelta sarebbe quella di lasciarlo inalterato.

Dal lato dei padri, dunque, l’arrivo di un figlio porta a intensificare il lavoro anziché ridurlo, soprattutto per la necessità di non abbassare le condizioni economiche della famiglia.

Oggi le donne più portate a mantenere “il posto” dopo la maternità

Le donne oggi sono più portate a cercare di mantenere il posto di lavoro dopo l’arrivo di un figlio. Soprattutto le laureate, che hanno mantenuto il lavoro a tempo pieno nel 34,6% dei casi, mentre quelle con titolo di studio più basso nell’8,1%. Tra le donne con titolo basso, inoltre, è più comune non lavorare.

Tra le donne che non hanno ancora figli, il 45,4% delle laureate ha risposto che continuerebbe a lavorare a tempo pieno, e quelle con titolo basso nel 30,8%. Inoltre, le prime passerebbero al part-time nel 38,4% dei casi contro il 46,0% delle seconde.

Persiste ancora una forte differenza di genere

Dopo la maternità riescono a mantenere il posto di lavoro soprattutto le donne con titoli di studio più elevati. Persiste però ancora una forte differenza di genere nel caso di arrivo di un figlio.  Anche se, dai risultati dell’indagine, emerge che un giovane uomo su cinque “è già propenso a cambiare modelli di comportamento rispetto a modelli più tradizionali e rigidi di padre – spiega Alessandro Rosina, coordinatore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo -. Una percentuale apprezzabile, ma ancora bassa, frenata sia da fattori strutturali che culturali, ma anche da un mercato del lavoro poco attento”.

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