A Bologna i robot entrano all’università

Bologna sperimenta un percorso di studi innovativo, e presso il suo ateneo, l’università Alma Mater Studiorum, ci si potrà laureare in Intelligenza Artificiale. Il corso di laurea sull’IA sarà attivato dal dipartimento di Informatica-Scienza e Ingegneria, sarà completamente in lingua inglese e si concentrerà sulle discipline fondanti e applicative dell’intelligenza artificiale. Ci sarà però spazio anche per discipline trasversali, come le neuroscienze cognitive e le implicazioni etiche e sociali delle nuove tecnologie.

Tra gli argomenti previsti dal piano di studi, visione artificiale, trattamento del linguaggio naturale, data science, ottimizzazione, sistemi di supporto alle decisioni.

Specialisti in Artificial Intelligence
Gli iscritti, una volta conseguita la laurea, potranno fregiarsi della qualifica di specialisti in Artificial Intelligence, figure tecniche altamente specializzate con conoscenze informatiche e competenze specifiche su questo argomento, capaci di affrontare la progettazione, la realizzazione e la gestione di prodotti e servizi innovativi. Il mercato del lavoro, infatti, nei prossimi anni si avvia a una profonda trasformazione. Un cambiamento epocale che coinvolgerà moltissimi ambiti, dai trasporti alla domotica, dalla medicina all’istruzione, dalla sicurezza al mercato dell’intrattenimento, e che la laurea già considera come campi di applicazione.

50 milioni di finanziamenti destinati a ricerche collegate all’AI

Da tempo i docenti e i ricercatori dell’ateneo emiliano sono impegnati per approfondire il funzionamento e l’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale, cercando d’intravedere le possibili applicazioni nella vita di tutti i giorni nei vari campi accademici d’indagine (dall’informatica alla matematica, dalla medicina fino al campo umanistico e sociale).

Negli ultimi sei anni, inoltre, l’ateneo bolognese ha raccolto finanziamenti per quasi 50 milioni di euro da destinare a ricerche collegate proprio all’Intelligenza Artificiale, e ora ha intenzione di giocare un ruolo di primaria importanza a livello internazionale. Oltre al corso di lauera verrà infatti aperto anche un nuovo Centro Interdipartimentale. Il tutto in attesa della conferenza mondiale sull’Artificial intelligence, la Ijcai-Ecai, che si svolgerà nel 2022 proprio nella città delle Due Torri, riporta Ansa.

Il Centro Interdipartimentale

Il Centro Interdipartimentale aprirà i battenti già nella primavera 2019, proponendosi di mettere insieme al lavoro il meglio dell’Alma Mater. Un gruppo di esperti e decine di ricercatori sarà quindi chiamato a confrontarsi sulle implicazioni giuridiche, psicologiche, etiche dell’Intelligenza Arficiale. Realizzando approfondimenti, anche tramite ricerche di base, che toccheranno l’informatica, la matematica, le scienze cognitive, la bioingegneria, e le neuroscienze. Con focus specifici, ad esempio, sul mondo delle imprese (automazione della produzione, robotica, logistica, investimenti) o della medicina (sistemi di prevenzione e diagnosi, cure personalizzate e analisi dei dati).

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Italiani, i più malati di febbre spaziale

La febbre dello spazio colpisce l’Europa, e gli italiani sono i più colpiti. Per i nostri connazionali viaggiare fra le stelle accende la fantasia e gli astronauti sono fra i personaggi più popolari. Le ricerche spaziali poi sono considerate utili anche per le ricadute sulla società, e meritano di essere finanziate. Questo, per oltre il 90% delle opinioni raccolte dal sondaggio condotto in Europa da Harris Interactive sulla percezione delle attività spaziali e commissionato dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa).

Le missioni in orbita fanno sognare l’85% degli europei

I risultati dello studio, anticipati all’Ansa, rivelano inoltre che fra gli italiani il 95% vede nello spazio un’attività affascinante, positiva e utile, e la stessa percentuale ritiene che sia giusto continuare a finanziarla. Manca però un’idea realistica delle cifre: la maggioranza ritiene che la spesa per ogni cittadino sia di 253 euro l’anno, e solo pochissimi sanno che il costo reale è inferiore a 20 euro l’anno pro capite. Dal sondaggio emerge poi che per il al 93% degli italiani lo spazio stimola la ricerca scientifica e il progresso, e le missioni in orbita e fra le stelle fanno sognare l’85% degli europei, ma anche in questo caso la fantasia che si accende di più è quella degli italiani, con il 92%.

Lo spazio è parte integrante dell’identità europea

Le attività spaziali sono una fonte di ispirazione per le giovani generazioni per l’84% degli europei e per l’89% degli italiani. Atteggiamento positivo anche sui temi più concreti: l’83% degli europei (86% degli italiani) ritiene che lo spazio favorisca la cooperazione tra i Paesi e il 78% (76% degli italiani) che crei occupazione. Lo spazio è inoltre parte integrante dell’identità europea per il 69% degli campione complessivo e per il 76% degli italiani, al di sopra della media anche nel considerare lo spazio un fattore di benessere economico (66% contro il 64%) e un’attività con ricadute positive sulla vita quotidiana (57% contro il 53%).

Conoscere l’universo ed esplorare il Sistema Solare è fondamentale per il 90% degli europei

Conoscere l’universo ed esplorare il Sistema Solare sono attività spaziali fondamentali per il 90% degli europei e oltre 80% (italiani il 90%) sa che dipendono dallo spazio i progresso nei trasporti e nelle comunicazioni.

Per il 91% di tutti gli intervistati, comunque, una delle attese più grandi è che lo spazio aiuti a comprendere meglio i cambiamenti climatici.

Tuttavia, il grande entusiasmo per lo spazio non sempre porta ad approfondirne la conoscenza. Nonostante l’83% degli europei abbia sentito parlare dell’Esa, solo il 37% sa esattamente che cosa sia.

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La metà delle Pmi è ancora apprendista digitale

Un’impresa italiana su due è ancora nella fase di “apprendistato digitale”. In particolare, le

piccole e medie imprese, di cui la metà sta appunto cercando di assimilare le nuove tecnologie 4.0. Di passi avanti sulla strada della digitalizzazione ne sono stati fatti, ma a oggi circa 3000 utilizza ancora strumenti digitali di base.

Questa è la fotografia che emerge dall’analisi delle quasi 6000 imprese che hanno effettuato il test di maturità digitale messo a punto dalle Camere di commercio italiane.

Se quindi molti imprenditori fanno ancora fatica a imboccare la strada verso la quarta rivoluzione industriale, tanti altri dimostrano di avere già familiarizzato con le tecnologie digitali.

Il 3% è Campione digitale

Tra le imprese tecnologicamente più smart il 30% è Specialista digitale, ovvero ha digitalizzato buona parte dei processi, il 7 % è Esperto digitale, applica cioè con successo i principi dell’Impresa 4.0, e il 3% è Campione digitale, ha una buona digitalizzazione dei processi e ricorre a tecnologie 4.0.

Sul fronte opposto il 7% è Esordiente Digitale perché legato a una gestione tradizionale dell’informazione e dei processi.

Le tecnologie più diffuse e utilizzate dalle imprese sono quelle cosiddette propedeutiche al 4.0 come, ad esempio, sistemi di gestione ERP (35,2%), sistemi di pagamento mobile, e-commerce (32,8%).

7 imprese su 10 non utilizzano le agevolazioni previste dal Piano nazionale

Il ricorso alle tecnologie abilitanti del Piano Impresa 4.0, riporta Adnkronos, è ancora timido, e 7 imprese su 10 non hanno utilizzato nessuna agevolazione prevista dal Piano nazionale impresa 4.0. Il 7,2% utilizza però Industrial Internet e Internet of Things, il 4,3% fa uso di sistemi di manifattura additiva (stampanti 3D), il 4,2% ricorre a soluzioni per la manifattura avanzata (ad esempio Robot collaborativi) e il 3,4% utilizza sistemi di realtà virtuale e aumentata.

Significativo, invece, l’uso di sistemi per la gestione e la protezione dei dati e delle informazioni: il 31,2% utilizza il cloud e il 27,6% garantisce la sicurezza delle informazioni affidandosi a sistemi di cyber sicurezza e business continuity.

“A frenare il passaggio al digitale è la mancanza di skill adeguate”

“Le piccole e piccolissime imprese capiscono i vantaggi della digitalizzazione per diventare più competitive, ma stentano a impossessarsene – commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. A frenare il passaggio al digitale è spesso la mancanza di skill adeguate. Per questo stiamo mettendo a punto un sistema di certificazione delle competenze digitali che aiuti le imprese a identificare le persone giuste di cui avvalersi”.

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Il 32% degli adolescenti passa 4 o 5 ore online

Non è certo un pettegolezzo, dato che è sotto gli occhi di tutti: i ragazzi sono iperconnessi, soprattutto in alcune fasce di età. In media, il 32,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 26 anni spende online tra le 4 e le 6 ore. Più del 17% del campione resta connesso tra le 7 e le 10 ore. Supera le 10 ore quasi il 13% degli intervistati. Lo rilevano i dati dello studio condotto dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo) in collaborazione con il portale per gli studenti Skuola.net.

Più ore online, meno capacità di concentrazione

Dagli 11 ai 14 anni circa il 12% delle femmine e il 10% dei maschi dichiarano di passare più di 10 ore al giorno online; la percentuale sale rispettivamente al 35% e al 20% intorno ai 26 anni. In tutte le fasce di età indagate, invece, si evidenzia che controllare lo smartphone con una frequenza di 10 minuti è l’esigenza di circa il 40% dei ragazzi. A seguito di questi comportamenti emerge una correlazione importante: la capacità di attenzione è drasticamente diminuita. Fino a qualche anno fa durava anche più di 20 minuti. “Oggi potremmo paragonarla a quelle di un pesce rosso, che riesce a stare concentrato per 9 secondi”, commenta Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te.

Non dire niente a mamma e papà

Altro punto da indagare: quanto parlano i ragazzi ai genitori di quello che fanno in rete? In media, dichiarano di non farlo mai il 18,5% delle ragazze e il 20% dei ragazzi tra gli 11 e 17 anni. Le continue notifiche e la sovra-informazione che attivano cortisolo e adrenalina mettono sotto sforzo i circuiti cerebrali che non riescono più ad attivare corretta concentrazione.

Genitori iperconnessi, quasi quanto i ragazzi

“Nell’indagine precedente a questa in cui abbiamo intervistato 1.000 adulti tra i 28 e i 55 anni e 1.000 giovani tra i 14 e i 20 anni abbiamo rilevato che nel 38% dei casi la risposta dei genitori ai figli che chiedono loro di parlare è un attimo. Spesso, rispondono così perché sono loro i primi a essere affaccendati sul loro smartphone”, commenta il presidente Di.Te., Giuseppe Lavenia. Ciò fa sentire i ragazzi non importanti per i genitori e li fa chiudere in se stessi. Infine quasi il 15% dei giovani riceve di tanto in tanto commenti offensivi sulle chat o sui social network, e la stessa percentuale di ragazzi risponde pan per focaccia a queste vessazioni.

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Lavori 4.0 tra Milano, Monza, Lodi

Milano, Monza Brianza e Lodi si confermano il territorio delle opportunità professionali 4.0, che rappresentano circa la metà delle entrate in posizioni lavorative (41.000) dell’area. Tra le figure maggiormente richieste, prevalgono tecnici delle vendite e informatici a Milano, metalmeccanici a Monza e trasportatori a Lodi.

Sono infatti circa 18 mila le nuove entrate al mese in posizioni lavorative 4.0: subentri, cambi e collaborazioni a Milano Monza e Lodi. Aumentano le richieste nel settore dell’informazione, dei nuovi media, dell’automazione e logistica. A livello territoriale, sono in prevalenza concentrati a Milano, 15 mila su un totale di 35 mila posti, il 42%, a Monza, oltre 2 mila su quasi 5mila, il 46% e a Lodi, 680 su 1.320, il 51,5%. La fotografia di un forte dinamismo nelle tre province lombarde risulta da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Sistema Informativo Excelsior realizzato da Unioncamere in collaborazione con ANPAL.

A Milano più tecnici delle vendite e informatici

Nel capoluogo lombardo l’analisi mette in evidenza che tra le figure maggiormente richieste prevalgano i commerciali. In base ai dati, “servono” tecnici del marketing e della distribuzione commerciale, con 2.670 entrate, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 1.940, conduttori di mezzi di trasporto, 1.810, tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, 1.330, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 1.220, operai nelle attività metalmeccaniche, 1.190, conduttori di macchinari mobili, 1.070, progettisti, ingegneri e professioni assimilate, 930, operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 740, specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche, 650.

A Monza si cercano commerciali e operai

A Monza in prima posizione si collocano i tecnici delle vendite e della distribuzione, 320 unità, seguiti da operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 290, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 250, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 250, operai nelle attività metalmeccaniche richiesti in altri settori, 230, conduttori di mezzi di trasporto, 220, progettisti, ingegneri e professioni assimilate, 110, tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, 110.

A Lodi l’economia è smart

Le “entrate” lavorative nel lodigiano riguardano soprattuto figure legate all’economia smart. In particolare si ricercano degli operai metalmeccanici che vengono richiesti in altri settori, 150, conduttori di mezzi di trasporto, 120, operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 100, tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale, 70, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 70, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 60.

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Milano, Monza, Brianza, Lodi: cresce l’economia verde

I dati relativi al mondo economico verde sono incoraggianti e lo sono soprattutto in Regione Lombardia. Gli ultimi dati sono stati segnalati da un’elaborazione della Camera di Commercio di Milano, Monza, Brianza, Lodi sui dati del Registro delle imprese del 2018, 2017 e 2013.

Aumenta il settore nel capoluogo lombardo

Biciclette, pulizia degli edifici, cura del paesaggio: sono 7 mila le imprese green a Milano, 17 mila in Lombardia su 79 mila in Italia. E lo sviluppo continua a registrare il segno più: +3,2% in un anno e + 23% in cinque. In Lombardia le eco-aziende sono +2,9% e + 20,4% e in Italia con +1,9% e +13,3%. Una impresa su cinque del settore nel Paese è concentrata nella Regione Lombarda.

E il fatturato è sempre più interessante

Gli addetti milanesi alle imprese verdi sono 74 mila, 129 mila i lombardi su un totale nazionale di 517 mila. Addirittura uno su tre è concentrata nella Regione. Anche il fatturato di 2 miliardi rispetto ai 5 lombardi e i 17 nazionali, è quasi un terzo in regione. C’è un boom nei settori che favoriscono una mobilità alternativa, in particolare quella elettrica, con effetti positivi per la riduzione dello smog.

Milano traina il boom dell’auto elettrica

Sono 7 mila le imprese coinvolte in questo settore che vede una forte crescita con +22% in cinque anni. La Camera di commercio è impegnata direttamente in questo mercato crescente, con la rilevazione dei prezzi delle colonnine di ricarica elettriche iniziata lo scorso anno. Prezzi indicativi dei materiali per impianti elettrici e speciali è il listino di riferimento nel settore degli impianti elettrici sulla piazza di Milano”, dice Massimo dal Checco, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. La Camera di commercio ha costituito un tavolo tecnico ad hoc con le associazioni di categoria degli operatori di filiera (produttori, grossisti-istallatori, acquirenti).

Rilevazioni dal 2017

La rilevazione avviene dal 2017 per IE3601 Stazione di ricarica a parete e per IE3602, Stazione di ricarica a colonna. Per tali aggiornamenti sono state contattate le maggiori imprese produttrici del settore individuate all’interno del tavolo tecnico che ha operato nel 2017. Ad esempio, vale circa 1.300 euro la stazione di ricarica a parete (Wall-box) per autoveicolo dotata di 1 presa (cavo normalmente in dotazione al veicolo) senza circuito power, circa 6 mila euro la stazione di ricarica a colonna, in lamiera d’acciaio verniciata per ricarica di 2 autoveicoli dotata di 2 prese.

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2 Stress da rientro dalle ferie? Niente paura, combatterlo si può

Settembre, è tempo di tornare dalle ferie. Per qualcuno però il rientro può essere “traumatico”, e causare un vero e proprio malessere fisico ed emotivo. Si tratta della sindrome post-vacanze, e chi ne soffre forse dovrebbe chiedersi quanto la vita di tutti i giorni, il lavoro, le relazioni, il tempo libero, siano soddisfacenti. Secondo la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, direttore scientifico di Bioequilibrium e presidente di Eurodap, Associazione europea disturbi da attacchi di panico, “lo stacco dalla quotidianità, dai doveri e dalle responsabilità è doveroso, ma quando al ritorno dalle vacanze ci sentiamo più stressati di quando siamo partiti è decisamente un campanello d’allarme”.

Meglio tornare in città un paio di giorni prima di ricominciare a lavorare

Rituffarsi immediatamente nei consueti ritmi frenetici, tra scadenze, traffico e routine quotidiana, non è mai una buona idea. “Molto meglio sarebbe tornare in città un paio di giorni prima di ricominciare a lavorare – spiega la dottoressa Vinciguerra – ci potrebbe aiutare a sentirci meno stressati e più energici”. Ributtarsi immediatamente sui libri o al lavoro, e avere poco spazio da dedicare a noi stessi, può causare infatti un malessere fisico generalizzato che rischia di rendere ancora più difficile il ritorno alla vita di ogni giorno, riporta Askanews.

I sintomi della sindrome post-vacanze

Il Post Vacation Blues è una sindrome di cui soffre almeno un italiano su dieci tornando dalle ferie. Ma quali sono i sintomi della sindrome post-vacanze a livello fisico? “Mal di testa, fiacchezza, sonno, stordimento, irritabilità, sono alcune delle sensazioni che potremmo avvertire durante il primo periodo di ripresa delle attività”, spiega ancora Vinciguerra.

Ecco allora qualche consiglio per fronteggiare al meglio la sindrome post-vacanze. Innanzitutto la ripresa deve essere graduale, quindi evitare di rientrare dalle vacanze all’ultimo minuto, meglio rinunciare a un giorno in più in ferie e tornare in città per poter riambientarsi e fare le cose con calma.

La ricetta per combattere il rientro: fare attività fisica, uscire con gli amici, mangiare sano

Fare attività fisica non ha benefici solo sul corpo, ma serve a diminuire lo stress e a mantenere il buon umore poiché stimola la produzione di endorfine. Approfittare delle belle giornate di fine estate per uscire la sera e ritrovarsi con gli amici, poi, prolunga lo “spirito vacanziero”, e dormire almeno 7/8 ore a notte consente di ridurre stress e ansia da rientro.

Non meno importante è seguire un regime nutrizionale senza eccessi ed evitare diete rigide. E soprattutto imparare a rispettare i propri ritmi, ponendosi obiettivi semplici e arrivando con gradualità ai progetti più complessi.

Sono però soprattutto i più piccoli che dovrebbero avere la possibilità di riadattarsi gradualmente a orari e regole di tutti i giorni. Non si può pretendere che anche loro non soffrano di stress da rientro, se dopo un periodo prolungato senza restrizioni vengono catapultati bruscamente nella frenesia quotidiana.

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Farmaci: Italia primo produttore in Europa

L’Italia vanta il primato europeo nella produzione di farmaci. E dopo anni di testa a testa supera la Germania con 31,2 miliardi di euro di fatturato nel settore della produzione farmaceutica, contro i 30 miliardi dei tedeschi.

Un successo dovuto sia al boom dell’export, che oggi sfiora i 25 miliardi di euro, sia alle aziende a capitale nazionale, che singolarmente arrivano a investire oltre 300 milioni di euro all’anno in ricerca e sviluppo. E a oggi occupano i primi tre posti tra le imprese di tutti i settori manifatturieri.

Le aziende farmaceutiche italiane, un successo mondiale

“Abbiamo dimostrato sul campo di essere una freccia nell’arco del Sistema Italia – commenta Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, l’associazione delle industrie farmaceutiche italiane -. E possiamo ancora esserlo” Le imprese farmaceutiche italiane occupano fino a 17.000 addetti, alcune  portano nel logo il nome di famiglia, altre ancora hanno sfidato i mercati globali con successo, anche in segmenti  innovativi. Ci sono poi quelle a capitale estero, che in diversi casi vantano origini antiche in Italia, con stabilimenti di proprietà e propri centri di ricerca. E tra le imprese a capitale estero, la farmaceutica è il primo settore per somma di investimenti ed export, riferisce Adnkronos.

Negli ultimi dieci anni la produzione è stata determinata al 100% dall’export

La farmaceutica  rappresenta il 55% dell’export hi tech italiano. La crescita della produzione negli ultimi 10 anni è stata determinata al 100% dalle esportazioni, e l’Italia inoltre, sempre negli ultimi 10 anni, ha segnato il maggiore incremento dell’export farmaceutico, il più alto di tutti i settori, anche tra tutti i Paesi dell’Ue (107% complessivo rispetto a 74%). Un export, quello dei farmaci, cresciuto dal 1991 al 2017 di 15 volte, passando da 1,3 a 24,8 miliardi.

Se nella classifica per export dei 119 settori economici italiani nel 1991 i medicinali erano al 57° posto  oggi sono al 4°, dopo due settori della meccanica e gli autotrasporti. E nella classifica nazionale per export dei poli tecnologici i primi due sono farmaceutici (Lazio e Lombardia).

Industria farmaceutica: 3a in Italia per investimenti in R&S

Le imprese del farmaco nel 2017 hanno investito 2,8 miliardi di euro, di cui 1,5 in ricerca e 1,3 in impianti produttivi. Un valore cresciuto del 3% rispetto al 2016 e di oltre il 20% dal 2012.

Quanto a occupazione gli addetti farmaceutici negli ultimi 2 anni sono cresciuti del 4,5% rispetto agli altrui settori e +1,3% della media manifatturiera. E con 1,5 miliardi investiti nel 2017 (il 7% del totale), l’industria farmaceutica è 3a in Italia tra i settori manifatturieri per investimenti in R&S (+ 22% negli ultimi 5 anni, pari a +300 milioni di euro), più della media degli altri Paesi europei (16%). Gli investimenti da parte delle imprese del farmaco per gli studi clinici poi sono di 700 milioni all’anno, tra i più alti contributi al sistema nazionale di ricerca.

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Quattro italiani su dieci favorevoli al possesso di armi

Il nostro Paese si sta avvicinando sempre di più agli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda il “grilletto facile”? Sembrerebbe proprio di sì. In Italia, infatti, cresce la voglia di garantirsi la sicurezza personale da soli. Lo evidenzia il 1° Rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia realizzato dal Censis con Federsicurezza.

I dati sulla possibilità dell’uso di armi

In base ai dati del rapporto, emerge che il 39% degli italiani è favorevole all’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale. Il dato è in netto aumento rispetto al 26% rilevato nel 2015. Più favorevoli sono le persone meno istruite (il 51% tra chi ha al massimo la licenza media) e gli anziani (il 41% degli over 65 anni).

Cresce il numero di chi può sparare

Il rapporto segnala poi che nel nostro paese è in aumento il numero delle persone che possono sparare. In Italia, nel 2017, si contavano 1.398.920 licenze per porto d’armi, considerando tutte le diverse tipologie (dall’uso caccia alla difesa personale), con un incremento del 20,5% dal 2014 e del 13,8% solo nell’ultimo anno. La crescita più forte si è avuta per le licenze per il tiro a volo (sono quasi 585.000: +21,1% in un anno), più facili da ottenere, riporta AdnKronos. Si può ritenere che oggi complessivamente c’è un’arma da fuoco nelle case di quasi 4,5 milioni di italiani (di cui 700.000 minori).

Cresce la paura e l’insicurezza. Perché?

Aumenta anche la sensazione, da parte dei nostri connazionali, di insicurezza. Il 31,9% delle famiglie italiane percepisce il rischio di criminalità nella zona in cui vive. Le percentuali più alte si registrano al Centro (35,9%) e al Nord-Ovest (33%), ma soprattutto nelle aree metropolitane (50,8%), dove si sente insicuro un cittadino su due. La criminalità continua ad essere ritenuta un problema grave per il Paese, segnalato dal 21,5% degli italiani, al quarto posto dopo la mancanza di lavoro, l’evasione fiscale e le tasse eccessive. Ad essere più preoccupate sono le persone con redditi bassi, che vivono in contesti più disagiati e hanno minori possibilità di utilizzare risorse economiche personali per l’autodifesa: per loro la criminalità diventa il secondo problema più grave del Paese (segnalato dal 27,1%), dopo la mancanza di lavoro.

Protezione a casa, porta blindata la prima soluzione

Il 92,5% degli italiani adotta almeno un accorgimento per difendersi da ladri e rapinatori. Il più utilizzato è la porta blindata, che protegge dalle intrusioni le case di oltre 33 milioni di italiani (il 66,3% della popolazione adulta), 21 milioni di cittadini (il 42%) si è dotato di un sistema d’allarme, più di 17 milioni (il 33,5%) hanno montato inferriate a porte e finestre, quasi 16 milioni (il 31,3%) hanno optato per vetri e infissi blindati, più di 15 milioni (il 30,7%) hanno installato una telecamera, poco meno di 10 milioni (il 19,4%) hanno comprato una cassaforte per custodire i propri beni. Per precauzione lasciano le luci accese quando escono di casa poco meno di 15 milioni di italiani (il 29%).

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Dall’elettronica ai veicoli spaziali, l’export italiano d’innovazione vale 3,5 miliardi al mese

Numeri stratosferici – come è giusto che sia, vista la categoria merceologica – per l’export italiano d’innovazione. Un settore – quello che va dall’elettronica ai veicoli spaziali – che vale ben 3,5 miliardi al mese, +7,4% in un anno. Solo nei primi 9 mesi del 2017, si tratta di quasi 32 miliardi di euro.

L’eccellenza italiana dove va?

Le prime destinazione dell’export sono Stati Uniti con 4,2 miliardi di euro, Belgio con 3,5 miliardi, Germania e Francia con quasi 3 miliardi. Ma a crescere di più tra le principali destinazioni sono l’Irlanda +264% (da 277 milioni a 1 miliardo di euro), la Russia (+48%) e gli Stati Uniti (+24%). Ma per sapere tutte le destinazioni dell’export, quali sono i maggiori mercati di sbocco e i prodotti più apprezzati arriva la mappa “Innovazione italiana nel mondo”, realizzata dalla Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi in collaborazione con le sue aziende speciali Promos per le Attività Internazionali e Innovhub – SSI.

Dagli aeromobili ai medicinali, ecco la mappa dell’export tricolore

Interessante anche esplorare dove vanno i prodotti dell’export a seconda delle categorie. Si dirigono negli Stati Uniti gli aeromobili e veicoli spaziali: l’export nei primi mesi del 2017 è di 1,2 miliardi, +9% e tra quelli che crescono di più c’è la Russia, +273%. Sempre verso gli Stati Uniti vanno i prodotti farmaceutici di base, 264 milioni di euro, mentre aumenta in un anno soprattutto il Regno Unito +61%. I medicinali e preparati farmaceutici invece prendono la via per il Belgio con 3,3 miliardi mentre è vero e proprio boom in Irlanda con +856%. I componenti elettronici e schede elettroniche vanno a Singapore, con 240 milioni mentre cresce soprattutto la Tailandia +164%. Computer e unità periferiche sono preferite in Spagna con 374 milioni mentre segna un +123% la Slovenia che è pure il Paese verso cui aumentano di più le esportazioni di prodotti di elettronica di consumo audio e video anche se è la Germania il principale partner con 63 milioni. Le apparecchiature per le telecomunicazioni vanno soprattutto in Spagna con 377 milioni mentre la crescita maggiore è registrata verso l’Arabia Saudita, +165%. Si dirigono in Germania 414 milioni di euro di strumenti e apparecchi di misurazione e orologi mentre è in avanzata il mercato orientale con Taiwan +62%. La Francia è il principale mercato per le apparecchiature elettromedicali con 84 milioni di euro ma la Cina segna +38%. Gli strumenti ottici e fotografici vanno in Germania con 37 milioni, in aumento i Paesi Bassi, +61%. I sopporti magnetici e ottici preferiscono la Polonia con 7 milioni e la Francia in crescita dell’86%.

Milano, tra le italiane è la prima per export

Da dove parte l’export italiano? Soprattutto da Milano con 4,6 miliardi in nove mesi, il 15% italiano, +11% in un anno. Seguono Latina con quasi 3 miliardi, 9,3% nazionale e Frosinone con 2,8 miliardi, 9%, +27%. Sfiorano i 2 miliardi di esportazioni anche Monza e Brianza (+62%) e Roma (+11%). Sopra il miliardo anche Napoli, Torino, Firenze, Ascoli Piceno e Varese. L’export lombardo di prodotti innovativi vale oltre un miliardo al mese (10 miliardi in nove mesi), un terzo del totale italiano. In crescita del 14% rispetto al 2016. Milano, con circa la metà regionale, Monza e Brianza e Varese prime per valore. Lodi è quarta con 780 milioni, +8,9%. In un anno crescono soprattutto Sondrio (+72%) e Monza e Brianza (+ 62%) e Bergamo (+36%).

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