Author Archives: Ernesto Citterio

PMI, la transizione digitale è soprattutto… per le grandi

In Italia, il digitale è un punto di forza per le PMI “Large” (cioè con fatturato sopra i 50 milioni di € o numero dipendenti superiore a 250), ma non ancora per quelle “tipiche”: 71% delle prime mostra, infatti, un profilo “convinto” o “avanzato”, rispetto al 50% delle PMI in senso stretto. Il digitale è considerato come un costo solo dal 2% delle Large (rispetto al 16% delle PMI), mentre, per il 61%, è lo strumento cardine per costruire il futuro dell’azienda (rispetto al 35% delle PMI). In entrambe le categorie, però, risulta ancora carente l’attività di formazione svolta per i dipendenti e per il management.
Questi sono alcuni dei dati presentati dall’Innovazione Digitale nelle PMI della School of Management del Politecnico di Milano*, in occasione del convegno “Innovazione digitale nelle PMI: uno, nessuno…ecosistema!”.

Le Filiere a confronto

Il mondo delle PMI è estremamente variegato e, provare ad illustrarlo nella sua interezza, può portare a conclusioni non sempre generalizzabili: sono state, quindi, individuate, in partnership con con InfoCamere, tre filiere – agroalimentare, arredo e moda – che coniugano l’importanza del Made in Italy con la necessità di mettere in evidenza la varietà di alcune caratteristiche (come dimensioni e numerosità).
Il settore agro-alimentare è il più numeroso, con 54mila imprese attive (3,9% della numerica di comparto). Le PMI rappresentano il 49% del fatturato complessivo di filiera (pari a circa 192 miliardi di €) con una media di 3,5 milioni di euro per ogni realtà, ed evidenzia una forte vocazione verso la micro-dimensione con una media di circa 18 addetti per impresa.
L’arredamento vede 8mila PMI attive (5,7% del comparto) ed esprime la dimensione più elevata sia a livello di fatturato, rappresentando la metà degli oltre 37 miliardi dell’intera filiera (con una media di 4,3 milioni di euro per ogni realtà) che in termini di addetti medi per impresa (23). La moda, invece, presenta 19mila imprese attive con un fatturato medio di 3,9 milioni di € (54% degli oltre 73 miliardi del comparto) e circa 22 addetti per impresa.

Le più interessate alla digitalizzazione? Le grandi

Dalle analisi risulta che il digitale sia un punto di forza delle PMI Large: il 71% mostra, infatti, un profilo convinto o avanzato, rispetto al 50% delle PMI. Si tratta di imprese che stanno cercando di riorganizzare i processi con l’ausilio del digitale e che dispongono internamente di competenze per l’innovazione. Solo il 29% delle PMI Large, invece, può essere ascritto alle categorie degli “analogici” e dei “timidi” (rispetto al 50% delle PMI). Queste imprese, infatti, sono ancora restie ad abbracciare la transizione digitale, mancando, soprattutto, di un approccio olistico e di una visione strategica di lungo termine.
Vi è una forte percezione dei vantaggi derivanti dal digitale: solo il 2% delle Ibride lo considera come un costo (rispetto al 16% delle PMI) mentre il 61% lo considera lo strumento per costruire il futuro dell’azienda (rispetto al 35% delle PMI). Il digitale costituisce un aspetto culturale di queste aziende, nelle quali esiste una maggiore consapevolezza digitale. È, però, ancora carente l’attività di formazione svolta per i dipendenti e per il management.

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Reati online e identità digitale, gli italiani vogliono tutelarsi dai rischi

Chi ha già subito una violazione della propria identità digitale percepisce in misura maggiore la minaccia di un possibile furto dell’identità genetica, dell’accesso fraudolento ai profili social o la diffusione di propri dati sensibili come forma di ricatto. È quanto emerge da un sondaggio di Ipsos, condotto per Wallife, insurtech focalizzato sulla protezione dei rischi derivanti dal progresso tecnologico e scientifico. La ricerca, effettuata su un campione rappresentativo di 1.700 persone fra Italia, Francia e Germania appartenenti al cluster degli utenti adulti di internet, ha indagato quali sono i rischi connessi all’utilizzo del web e la propensione degli utenti all’acquisto di una copertura assicurativa.

Quasi un terzo degli italiani ha subito una forma di violazione digitale

In Italia, lo scenario disegnato da Ipsos evidenzia un dato rilevante: il 73% degli italiani prenderebbe in considerazione strumenti di protezione che coprano la violazione dell’identità digitale. Un’esigenza soprattutto tra i giovani adulti di età compresa tra i 35 e i 54 anni. Quasi un terzo della popolazione italiana dichiara poi di aver subito in prima persona una forma di violazione digitale. Le prime tre minacce che preoccupano maggiormente gli italiani sono subire un furto d’identità (41%), l’utilizzo improprio di metodi di pagamento online (39%), e l’accesso fraudolento al conto corrente online (34%).

Acquistare una polizza per proteggere il conto corrente online

Il bisogno di una copertura assicurativa è particolarmente sentito quando si parla di violazione del conto corrente online o del conto di trading online. Infatti, oltre la metà degli italiani (55%) si dichiara propenso all’acquisto di una polizza che preveda un rimborso in caso di eventuali danni. La percentuale sale al 73% se si includono anche altre casistiche, come l’accesso fraudolento al profilo social e la diffusione non autorizzata di dati sensibili sul web come fonte di ricatto. Tali minacce fanno innalzare la propensione a sottoscrivere una copertura assicurativa. E tra i metodi preferiti di acquisto delle polizze, le gift card sono ritenute un metodo semplice e innovativo da un terzo degli italiani (32%).

Cresce la consapevolezza dei rischi connessi all’uso del web

“Come emerge dall’indagine – commenta Nando Pagnoncelli, Presidente di Ipsos – vi è sempre una maggiore presa d’atto dei rischi connessi all’uso del web rispetto ai quali, soprattutto chi è incappato in violazioni della propria identità digitale, manifesta un orientamento a forme di protezione. Le soluzioni a cui Wallife sta pensando vanno proprio nella direzione di conciliare un maggiore utilizzo del web con una maggiore tutela da situazioni potenzialmente rischiose”.
Ma se il progresso tecnologico è in continua evoluzione, “i vantaggi apportati dalla tecnologia devono però essere bilanciati da un incremento della sicurezza – aggiunge Maria Enrica Angelone, ceo di Wallife -. L’obiettivo di Wallife è ideare polizze assicurative che permettano ai consumatori di utilizzare le nuove tecnologie con maggiore tranquillità”.

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Shopping online in Italia, spesa a 46 miliardi a fine 2022

Gli italiani non solo si dimostrano degli shopping addicted, ma soprattutto dei fan degli acquisti on line. Complice anche la pandemia, nel costo degli ultimi anni sono cambiati moltissimo i comportamenti ‘acquisto, tanto che sono sempre di più le persone che si affidano al web per le loro compere. Tanto che nell’ultimo trimestre 2022 sono stati ben 33,3 milioni gli italiani che hanno acquistato online, +9,6 milioni rispetto al periodo pre-pandemia, con una crescita del +14%, per un valore di 45,9 miliardi di euro. Con questi risultati la penetrazione dell’online sul totale acquisti Retail di prodotti e servizi nel corso dell’anno dovrebbe superare l’11%. Lo indica l’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano, che evidenzia come grazie ai segnali di ripresa già evidenziati lo scorso anno gli acquisti di prodotto hanno segnano un +10% rispetto al 2021, arrivando a 40 miliardi, mentre i servizi valgono 11,9 miliardi, +28% rispetto al 2021.Secondo l’Osservatorio eCommerce B2C a prevalere sono gli acquisti con sistemi di pagamento digitale al momento dell’ordine, che rappresentano quasi il 90% del totale, mentre scende l’uso di contante o bonifico, sia online sia nei negozi fisici.

Si compra utilizzando lo smartphone

Tra i vari device, è sicuramente o smartphone quello preferito per fare shopping on line. Non per niente il 55% del valore e-commerce del 2022, un dato in linea con l’anno passato, viene veicolato attraverso questo canale. “Siamo ormai andati ben oltre l’accezione dell’e-commerce inteso come ‘shopping online‘ – ha commentato Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. Stiamo vedendo come questo settore abbia un impatto decisivo, non tanto in termini di penetrazione sul totale retail, bensì in quanto volano indispensabile per lo sviluppo dell’economia italiana”.

Il settore più dinamico è il Food&Grocery 

Fra i prodotti, i settori più maturi rallentano il proprio percorso di crescita, come l’Abbigliamento (+10% rispetto al 2021) e l’Informatica & Elettronica di consumo (+7%), mentre il Food&Grocery si conferma il comparto più dinamico anche nel 2022, con una crescita del +17% anno su anno. Quanto al mercato dei servizi, seppur ancora lontano dal valore 2019, cresce in seguito ai risultati incoraggianti del Turismo e trasporti (+33%) e degli Altri servizi (+35%), soprattutto grazie alle performance molto positive del Ticketing per eventi.

Un autentico ecosistema

“Per questo l’e-commerce rappresenta oggi un vero e proprio ecosistema, e come tale va trattato e regolamentato, secondo un approccio che tenga conto sia del contesto globale nel quale le imprese italiane operano, sia delle peculiarità che caratterizzano lo scenario digitale globale – ha aggiunto Roberto Liscia -. Siamo di fronte a un momento storico decisivo per la trasformazione dei modelli di business delle aziende, che devono rispondere con prontezza alle esigenze dei consumatori italiani, sempre più digitali, che non sono disposti a tornare indietro, ma che, anzi, chiedono un’esperienza di acquisto sempre più su misura”.

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Inflazione e costo della vita: le aspettative negative degli italiani per il 2022

Nel corso del 2022 la maggioranza degli italiani si aspetta un aumento dei prezzi, e più della metà afferma di essere preoccupato per la propria capacità di fronteggiare il pagamento delle bollette. È quanto emerge dal sondaggio Ipsos, condotto in collaborazione con il World Economic Forum in 11 Paesi. Riguardo la propria situazione finanziaria attuale, la maggioranza degli intervistati sostiene di non essere né in estrema difficoltà né di vivere agiatamente, ma di cavarsela. Queste circostanze si riflettono anche in Italia, in cui il 30% afferma di trovarsi in difficoltà, e soltanto il 7% dichiara di vivere agiatamente. Per il 19% la situazione è stabile, ma il 42% ammette di ‘andare avanti’.

Sale il livello di preoccupazione

Se nel nostro Paese metà degli intervistati ritiene che il proprio tenore di vita rimarrà invariato un 31% dichiara che diminuirà, e solo in pochi prevedono un aumento (8% molto, 12% un po’).  Allo stesso modo, gli italiani prevedono un aumento esponenziale del tasso d’inflazione (37%-38%), del numero di disoccupati (30%-39%), delle tasse (23%-41%), dei tassi d’interesse (21%-39%) Quanto al livello di preoccupazione dei cittadini per la propria situazione finanziaria nei prossimi sei mesi, il 78% si dichiara preoccupato per l’aumento del costo di beni e servizi, il 58% per la propria capacità di acquistare prodotti che si era soliti comprare, e il 56% per la propria capacità di fronteggiare il pagamento delle bollette, specialmente luce e gas (59%).

Bollette, spesa alimentare, carburante i più temuti

La maggioranza degli italiani si aspetta un aumento dei prezzi nel corso del 2022, soprattutto per le bollette di luce e gas (80%), la spesa alimentare (79%) e il carburante (78%). Ma anche per altre spese domestiche (74%), il costo complessivo degli abbonamenti, come Netflix, palestra, ecc. (48%), mutui/affitti (26%) e il costo complessivo di attività ludiche (60%). Tra le categorie esaminate, quelle che secondo gli intervistati avrebbero un impatto maggiore sulla qualità della vita riguardano l’aumento del prezzo delle utenze (61%). A seguire, l’aumento del costo del carburante (53%) e quello relativo ai generi alimentari (51%).

Cambiare abitudini e stile di vita

Se l’aumento dei prezzi significasse non poter più permettersi l’abituale stile di vita, quali azioni verrebbero maggiormente intraprese dagli italiani? I cambiamenti dei comportamenti più comuni sono diminuire la spesa per attività di socializzazione (43%), spendere meno per le vacanze (37%), ritardare importanti decisioni d’acquisto (36%).  Al contrario, in pochi affermano che chiederebbero un aumento di stipendio (5%) o cercherebbero un lavoro maggiormente remunerativo (6%). Ma i nostri concittadini ritengono che l’aumento dell’inflazione e del costo della vita sia guidato da fattori esterni e globali, in particolare, l’invasione russa dell’Ucraina (83%), lo stato dell’economia globale (82%), la pandemia Covid-19 e le politiche del Governo (entrambi al 72%).

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Nel 2021 più ciclabili e monopattini 

Nell’anno ancora contrassegnato dalle conseguenze della pandemia sugli spostamenti crescono la ciclabilità e l’uso del monopattino in sharing. Al contempo, prosegue la crisi del trasporto collettivo e l’auto rimane protagonista, anche se in diverse città il suo utilizzo non è tornato a livelli pre-Covid, anche per lo smart working. È quanto emerge dal Rapporto MobilitAria 2022, realizzato da Kyoto Club e dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia), in collaborazione con Isfort, nell’ambito della campagna europea Clean Cities, che analizza i dati della mobilità e della qualità dell’aria nel 2021 delle 14 città metropolitane italiane. 

Boom della micromobilità elettrica

Il rapporto evidenzia un potenziamento delle reti ciclabili presenti nelle città metropolitane italiane, grazie anche agli stanziamenti del ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile (Mims). Tra i casi virtuosi, Roma (+69 km), Genova (+29 km), Torino (+17 km), Bologna (+12 km) e Cagliari (+11 km). Aumenta poi la flotta dei mezzi elettrici a disposizione in molti centri, tra cui Milano, che passa da una flotta di 3750 mezzi a 5250, Torino (da 3500 a 4500), Napoli (da 1050 a 1800), e Bari (da 1000 a 1500). Il report segnala inoltre l’avvio di servizi in alcune città che ne erano precedentemente sprovviste, come Catania, con 3 operatori e una flotta di 1000 mezzi, e Palermo, con 3500 mezzi in flotta e 7 operatori.

Milano capitale del bike e scooter sharing

Per il bike sharing la città più virtuosa è Milano, con quasi 17mila bici in flotta, in aumento rispetto all’anno precedente. Seguono Roma (9700), Torino (5300), Firenze (4000) e Bologna (2500). Per quanto riguarda il car sharing, sul podio si piazzano Roma, con una flotta di 2153 vetture, Milano (2118) e Torino (880). Il capoluogo lombardo conquista il primo posto anche per quanto riguarda la mobilità condivisa degli scooter (4352), ed è seguita dalla Capitale (3400). Quanto alla composizione del parco circolante, le autovetture a gasolio sono in diminuzione, mentre si registra una crescita significativa delle autovetture elettriche e ibride. Tra i principali exploit per quanto riguarda le aree metropolitane, Roma (99931 ibride e 10805 elettriche) Milano (86147 e 7509), e Torino (47470 e 5263), riporta Adnkronos.

Il peso negativo di emissioni inquinanti e gas serra

“Dal Rapporto emerge con chiarezza il peso negativo del traffico veicolare per le emissioni inquinanti e di gas serra e vengono sottolineate le criticità del nostro sistema di mobilità urbana, con la debolezza cronica del trasporto collettivo e della mobilità attiva – dichiara Anna Donati, del gruppo di lavoro Mobilità sostenibile di Kyoto Club -. Significativi investimenti sono in arrivo da Pnrr e dal Bilancio, ma mancano ancora 5 miliardi da destinare alle reti tramviarie e metropolitane per le città, almeno 1,2 miliardi da destinare alla mobilità ciclabile, e 1 miliardo annuo aggiuntivo per i servizi di trasporto collettivo, se vogliamo accelerare la svolta verso la città sostenibile, attuare i Pums e arrivare a città carbon neutral al 2030”.

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La felicità? E’ uno smartphone spento

Abbandonare l’ uso del telefono per una settimana può aiutare a creare nuove abitudini positive che permangono per mesi: lo dice un nuovo rapporto. Secondo lo studio, la riduzione dell’uso del telefono per almeno un’ora al giorno per una settimana può comportare un minore utilizzo dello smartphone a lungo termine. Per provarlo, i ricercatori hanno diviso un gruppo di oltre 600 persone in tre sottogruppi: uno che ha interrotto completamente l’uso dello smartphone per una settimana, un altro che che l’ha ridotto a un’ora al giorno per una settimana e un terzo gruppo che ha continuato a usarlo normalmente. Dopo questo periodo di parziale detox da telefono il team di ricerca ha intervistato i partecipanti subito dopo il test e poi ancora a distanza di un mese e quattro mesi dopo l’esperimento. Anche quattro mesi dopo, gli scienziati hanno riscontrato che le persone che avevano ridotto l’utilizzo dello smartphone di un’ora al giorno continuavano ad usarlo fino a 45 minuti in meno al giorno. I partecipanti al test hanno anche riportato un maggiore entusiasmo per la “vita vera”, l’attività fisica e una diminuzione dei sintomi di depressione e ansia. Il gruppo che ha rinunciato completamente ai propri telefoni per una settimana ha segnalato cambiamenti simili, ma ha utilizzato i propri telefoni solo per circa 38 minuti in meno al giorno: sette minuti in più di utilizzo in 24 ore rispetto al gruppo che ha ridotto il proprio utilizzo di un’ora al giorno durante l’esperimento.

Già ridurre i tempi è una buona abitudine

“Abbiamo scoperto che sia rinunciare completamente allo smartphone sia ridurne l’uso quotidiano di un’ora hanno avuto effetti positivi sullo stile di vita e sul benessere dei partecipanti”, ha affermato la dottoressa Julia Brailovskaia del Centro di ricerca e trattamento sulla salute mentale della Ruhr-Universitat Bochum (RUB), autore dello studio e ricercatore.  Tra l’altro, “nel gruppo che ha soltanto ridotto l’uso del telefonino, gli effetti si sono rivelati più duraturi e stabili rispetto al gruppo che è stato costretto a un’astinenza totale”.

L’eccesso è sempre sbagliato

Che quasi tutti noi si trascorra troppo tempo attaccati allo schermo dello smartphone è una dato di fatto, ma questo comportamento è dannoso. L’uso eccessivo del telefonino è collegato all’aumento della depressione, dell’ansia, della bassa autostima oltre a creare dipendenza. Precedenti ricerche hanno anche trovato collegamenti tra utilizzo estremo del telefono ed emicrania e altri problemi cognitivi e neurologici. Come per la maggior parte delle cose, la moderazione è fondamentale quando si tratta di utilizzare lo smartphone. Trascorrere meno tempo al telefono offre più occasioni per seguire uno stile di vita sano.

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Il telefono fisso non è sparito, “sopravvive” nel 61% delle case italiane

Oggi sembra scontato che per telefonare si usi solo il cellulare, ma non è del tutto vero. Lo smartphone non ha ancora soppiantato il telefono fisso, e se l’apparecchio con filo e cornetta da molti è considerato un oggetto ormai obsoleto, non tutti gli italiani hanno rinunciato completamente all’apparecchio tradizionale. Lo ha scoperto l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat. A quanto pare infatti non tutti gli italiani utilizzano esclusivamente lo smartphone per comunicare. Se infatti in molti lo considerano un oggetto di altri tempi, sono più di 26,5 milioni gli italiani, precisamente il 60,8%, che a oggi in casa hanno ancora il telefono fisso.
Questo perché il cellulare potrebbe rompersi, o essere spento, e per qualcuno il fisso è utile per le chiamate di emergenza. 

Un mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi

L’indagine è stata svolta tra il 21 e il 23 gennaio 2022 attraverso la somministrazione di 1.009 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale. E analizzando i dati dell’indagine, risulta che se quasi il 61% degli intervistati possiede il telefono fisso oggi la sua funzione, almeno parzialmente, è cambiata o addirittura invertita rispetto a quella del cellulare.
“Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa principalmente per ragioni di sicurezza in caso di emergenza (41%), o come mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi (28%)”, ha spiegato Mario Rasimelli, Managing Director Utilities di Facile.it.

Over 65, al Sud e nelle Isole non rinunciano a filo e cornetta

“Insomma, un tempo i contatti stretti erano gli unici a cui davamo il numero di cellulare, oggi sono i soli che possono raggiungerci anche quando il nostro smartphone è spento”, ha aggiunto Mario Rasimelli.
Guardando più da vicino i risultati dell’indagine, emerge inoltre che il telefono fisso è presente in misura maggiore nelle case degli over 65, in particolare, nel 78% dei casi, mentre a livello territoriale, i più affezionati al telefono ‘tradizionale’ sono risultati i residenti al Sud e nelle Isole (64%).

Meglio il cellulare per non essere disturbati a casa dai call center

Ma cosa ha determinato la scelta di quei 17 milioni di italiani che hanno rinunciato a filo e cornetta?
Nel 59% dei casi chi ha scelto di eliminare il telefono fisso lo ha fatto per ragioni economiche, nel 45% dei casi per sostituirlo con il cellulare, e il 19% degli intervistati ha affermato di averlo sostituito per non essere disturbato a casa dalle chiamate da parte dei call center.

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Per il 90% delle aziende il lavoro agile è definitivo

La modalità di lavoro da remoto è stata metabolizzata da aziende e lavoratori italiani. Infatti, il 58% circa delle aziende sta trovando difficoltà ad assumere o trattenere i dipendenti se non viene garantito loro lo smart working, e oltre l’88% conferma che dopo il 30 giugno continuerà a prevedere la possibilità di lavorare da remoto, contro l’11% che esprime un’intenzione contraria. Le norme introdotte sullo smart working sono state infatti prorogate a fine giugno. E secondo il quadro generale emerso dall’indagine a cura del centro ricerche Aidp, il 37% delle aziende italiane ha già definito una policy per il rientro al lavoro, mentre il 32% le sta definendo, e il 30% è in attesa di capire se ci sarà un’evoluzione della normativa. 

Le aziende si adeguano alla nuova modalità lavorativa ibrida

Il 38% delle aziende afferma poi che i dipendenti potranno lavorare da remoto almeno 2 giorni a settimana e il 14% almeno 1 giorno a settimana, e con percentuali minori, da 3 ai 5 giorni, fino al lavoro in presenza un solo giorno al mese.  Di fatto, le aziende stanno cambiando organizzazione e fisionomia per adeguarsi alla nuova modalità lavorativa ibrida. Il 30% ha già ristrutturato gli spazi fisici dell’azienda per organizzare il lavoro da remoto e una minore presenza fisica, e il 27% ci sta lavorando.

Le garanzie per il diritto alla disconnessione

Anche sul diritto alla disconnessione il 42% delle aziende dichiara di avere introdotte garanzie da questo punto di vista, e il 36% ci sta ragionando. Inoltre, il 46% ha intenzione di adottare suggerimenti e buone prassi specifiche per una migliore gestione del lavoro da remoto, come ad esempio, codici di condotta per i tempi e la partecipazione a videoriunioni, e gestione della corrispondenza mail.
Il 75% degli intervistati afferma poi di non avere intenzione di adottare applicativi per il controllo della prestazione lavorativa da remoto. Ma un fenomeno diffuso durante la pandemia è il rientro dei dipendenti nelle regioni del Sud dalle sedi aziendali del Nord ed estere continuando a lavorare da remoto.

South working e contrattazione individuale

È il cosiddetto south working, riporta Adnkronos, che negli ultimi 24 mesi ha riguardato il 27% delle aziende, e tra i lavoratori, in prevalenza laureati (93% circa), appartenenti alla fascia di età 18-35 anni (59%), e più uomini (60,5%) rispetto alle donne (39,50%). Dopo il 30 giugno, il 15% delle aziende consentirà ai dipendenti originari del Mezzogiorno di continuare il lavoro in south working, a fronte del 58% che esprime un parere contrario. Prevale inoltre la contrattazione individuale. Solo il 19% delle aziende ha contratti collettivi di regolazione dello smart working, contro il 62% che dichiara di non avere accordi il tal senso, e il 19% ancora in fase di trattativa con i sindacati. Dal punto di vista del contratto individuale sullo smart working, il 56% delle aziende ha già predisposto il testo mentre il 28% ci sta lavorando.

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Nuove generazioni e finanza, già da giovani gli italiani pensano al futuro

Come si immaginano il loro futuro le giovani generazioni e come lo stanno costruendo, anche sotto il profilo finanziario? Per scoprirlo, e anche per mettere in luce che aspettative e desideri sono sempre più o meno gli stessi anche al cambio generazionale, Bva Doxa ha condotto un’indagine per conto di Invesco, intervistando un campione di 750 ragazzi in tutta Italia così composto: per genere 50% donne e 50% uomini; per fascia d’età 33% Z Tribe (18-24 anni), Nouveau Millennials (25-29 anni) e Mid Millennials (30-34 anni). Si scopre così che i giovani – nonostante quello con cui si trovano ad interagire sia un mondo completamente diverso da quello dei loro genitori o nonni –  hanno bisogni e obiettivi di vita non così diversi di quelli dei loro genitori.

Desideri vicini e lontani nel tempo

Quali sono quindi gli obiettivi a breve e lungo termine delle generazioni più giovani? Nel breve periodo, 4 su 10 hanno in programma di risparmiare per il futuro (39%) e praticamente la stessa quota vuole investire il proprio denaro (35%) e, solo dopo, pensano a fare molti viaggi (32%). Anche i progetti nel lungo periodo esprimono una forte apertura al mondo finanziario: tra quelli più importanti troviamo l’investimento in fondi (29%), seguito dal volersi costruire una pensione (27%), che è ancora più forte tra i Nouveau Millennials (30%). Anche l’aspetto della realizzazione futura acquista importanza su un orizzonte di lungo periodo: come il risparmiare (27%), farsi una famiglia propria (26%) ed investire nell’immobile (23%). I giovani sono inoltre consapevoli dell’utilità della pianificazione per risparmiare (84%), per realizzare i propri sogni (79%) e per vivere serenamente (71%). Tuttavia i ragazzi sanno di non poter contare su quelle certezze che hanno caratterizzato l’epoca welfare dei loro genitori, dimostrano di possedere una lucida consapevolezza che ha consentito loro di sviluppare la saggezza antica dei nonni, iniziare cioè il più presto possibile a risparmiare, mettere da parte, accumulare certe somme di denaro che serviranno in futuro per realizzare progetti (la casa, un’attività imprenditoriale in proprio, l’auto, la casa per i figli) e per garantirsi un benessere di base parallelo o complementare al reddito da lavoro.

Il consulente finanziario su misura

I giovani ritengono che occuparsi e parlare di finanza sia smart, sia di moda, seguono i cosiddetti finfluencer (influencer finanziari) soprattutto su Instagram e alcuni giovanissimi si dichiarano affascinati dai robo-advisor, da cripto-valute, bitcoins e NFT, ma il loro cruccio maggiore resta il futuro pensionistico.
Vorrebbero un consulente finanziario affidabile e competente, in carne ed ossa, meglio se vicino. E alla domanda su chi sarebbe il consulente perfetto, scelto tra personaggi famosi, sono stati citati nomi che forse ci si poteva attendere, ma anche alcuni inaspettati: da Warren Buffet, Bill Gates e Di Caprio (nel suo ruolo in “The Wolf of Wall Street), a Blake LIvey e Bradley Cooper…e per venire ai volti noti nostrani, passiamo da Gerry Scotti a Margherita Hack, da Alberto Vacchi a Silvia Toffanin e Michelle Hunziker.

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Perché si lascia l’azienda? I 10 motivi delle Grandi dimissioni 

Dalle relazioni professionali con colleghi e superiori all’aumento di stipendio, dalla ricerca di un lavoro più interessante alle opportunità di carriera, e dal desiderio di avere più tempo per sé fino a quello di cambiare, Randstad ha stilato la lista delle 10 ragioni principali per cui i lavoratori scelgono di lasciare un’organizzazione. Le ragioni che spingono i lavoratori ad abbandonare il proprio lavoro spesso sono molto più articolate dell’offerta economica, e mettono in discussione processi consolidati. E con la ripartenza del mercato del lavoro e la caccia ai talenti, molti sono spinti a un cambiamento. Come dimostra il boom di Grandi dimissioni, le cui motivazioni non sono sempre scontate.

La prima ragione è il rapporto con i colleghi

La prima ragione per cui i lavoratori lasciano un’azienda è il rapporto con i colleghi di livello pari o superiore. Soprattutto nel secondo caso, non necessariamente perché il rapporto è conflittuale, ma perché non allineato ai bisogni di quel momento. L’esperienza collettiva degli ultimi mesi ha poi indotto una riflessione sul significato più profondo della vita e del lavoro. Molte persone cambiano posto alla ricerca di un contenuto di lavoro più interessante e stimolante, più in linea con le aspettative del ruolo professionale che vogliono ricoprire. Ma non c’è solo il tipo di lavoro. Sempre più persone, indipendentemente dal ruolo in azienda, non si dicono più disposte a scendere a compromessi tra i valori prioritari per la loro identità personale e quelli dell’organizzazione in cui operano.

Quando la retribuzione è percepita come insufficiente

È il motivo più scontato, ma oggi lo stipendio è determinante in una fase di forte competizione. Se la retribuzione è percepita come insufficiente rispetto al proprio valore, è probabile che un lavoratore sia attratto da offerte migliorative.  Da sempre un fattore molto importante, l’equilibrio tra vita privata e professionale, è stato messo a dura prova durante il lockdown. La sua rilevanza è aumentata esponenzialmente, e spesso i lavoratori scappano da condizioni ‘tossiche’, in cui l’attività professionale invade totalmente quella privata. E soprattutto i più giovani chiedono prospettive di crescita, step professionali, stimoli continui.

Non sempre si cambia per aumentare di livello

A volte, specie per profili qualificati a inizio carriera, è più interessante un’opportunità di specializzazione in un ambito di interesse, per acquisire conoscenza ed esperienza in un ruolo. Non sempre, quindi, si cambia per aumentare di livello. L’esperienza del lockdown e la perdita della relazione di molti luoghi di lavoro hanno messo in evidenza anche l’importanza di un ambiente di lavoro accogliente, positivo e stimolante. Ma dopo l’esperienza dello smart working di massa, oggi molti lavoratori ricercano espressamente offerte di lavoro che consentano di svolgere l’attività a distanza con maggiore flessibilità sugli orari. Talvolta però le dimissioni sono parte di un processo che va oltre l’ambito professionale. Cambiare il posto di lavoro può significare dare un taglio alla quotidianità, mettendosi alla prova per dare nuovo significato al proprio percorso.

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