Author Archives: Ernesto Citterio

Per il 90% delle aziende il lavoro agile è definitivo

La modalità di lavoro da remoto è stata metabolizzata da aziende e lavoratori italiani. Infatti, il 58% circa delle aziende sta trovando difficoltà ad assumere o trattenere i dipendenti se non viene garantito loro lo smart working, e oltre l’88% conferma che dopo il 30 giugno continuerà a prevedere la possibilità di lavorare da remoto, contro l’11% che esprime un’intenzione contraria. Le norme introdotte sullo smart working sono state infatti prorogate a fine giugno. E secondo il quadro generale emerso dall’indagine a cura del centro ricerche Aidp, il 37% delle aziende italiane ha già definito una policy per il rientro al lavoro, mentre il 32% le sta definendo, e il 30% è in attesa di capire se ci sarà un’evoluzione della normativa. 

Le aziende si adeguano alla nuova modalità lavorativa ibrida

Il 38% delle aziende afferma poi che i dipendenti potranno lavorare da remoto almeno 2 giorni a settimana e il 14% almeno 1 giorno a settimana, e con percentuali minori, da 3 ai 5 giorni, fino al lavoro in presenza un solo giorno al mese.  Di fatto, le aziende stanno cambiando organizzazione e fisionomia per adeguarsi alla nuova modalità lavorativa ibrida. Il 30% ha già ristrutturato gli spazi fisici dell’azienda per organizzare il lavoro da remoto e una minore presenza fisica, e il 27% ci sta lavorando.

Le garanzie per il diritto alla disconnessione

Anche sul diritto alla disconnessione il 42% delle aziende dichiara di avere introdotte garanzie da questo punto di vista, e il 36% ci sta ragionando. Inoltre, il 46% ha intenzione di adottare suggerimenti e buone prassi specifiche per una migliore gestione del lavoro da remoto, come ad esempio, codici di condotta per i tempi e la partecipazione a videoriunioni, e gestione della corrispondenza mail.
Il 75% degli intervistati afferma poi di non avere intenzione di adottare applicativi per il controllo della prestazione lavorativa da remoto. Ma un fenomeno diffuso durante la pandemia è il rientro dei dipendenti nelle regioni del Sud dalle sedi aziendali del Nord ed estere continuando a lavorare da remoto.

South working e contrattazione individuale

È il cosiddetto south working, riporta Adnkronos, che negli ultimi 24 mesi ha riguardato il 27% delle aziende, e tra i lavoratori, in prevalenza laureati (93% circa), appartenenti alla fascia di età 18-35 anni (59%), e più uomini (60,5%) rispetto alle donne (39,50%). Dopo il 30 giugno, il 15% delle aziende consentirà ai dipendenti originari del Mezzogiorno di continuare il lavoro in south working, a fronte del 58% che esprime un parere contrario. Prevale inoltre la contrattazione individuale. Solo il 19% delle aziende ha contratti collettivi di regolazione dello smart working, contro il 62% che dichiara di non avere accordi il tal senso, e il 19% ancora in fase di trattativa con i sindacati. Dal punto di vista del contratto individuale sullo smart working, il 56% delle aziende ha già predisposto il testo mentre il 28% ci sta lavorando.

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Nuove generazioni e finanza, già da giovani gli italiani pensano al futuro

Come si immaginano il loro futuro le giovani generazioni e come lo stanno costruendo, anche sotto il profilo finanziario? Per scoprirlo, e anche per mettere in luce che aspettative e desideri sono sempre più o meno gli stessi anche al cambio generazionale, Bva Doxa ha condotto un’indagine per conto di Invesco, intervistando un campione di 750 ragazzi in tutta Italia così composto: per genere 50% donne e 50% uomini; per fascia d’età 33% Z Tribe (18-24 anni), Nouveau Millennials (25-29 anni) e Mid Millennials (30-34 anni). Si scopre così che i giovani – nonostante quello con cui si trovano ad interagire sia un mondo completamente diverso da quello dei loro genitori o nonni –  hanno bisogni e obiettivi di vita non così diversi di quelli dei loro genitori.

Desideri vicini e lontani nel tempo

Quali sono quindi gli obiettivi a breve e lungo termine delle generazioni più giovani? Nel breve periodo, 4 su 10 hanno in programma di risparmiare per il futuro (39%) e praticamente la stessa quota vuole investire il proprio denaro (35%) e, solo dopo, pensano a fare molti viaggi (32%). Anche i progetti nel lungo periodo esprimono una forte apertura al mondo finanziario: tra quelli più importanti troviamo l’investimento in fondi (29%), seguito dal volersi costruire una pensione (27%), che è ancora più forte tra i Nouveau Millennials (30%). Anche l’aspetto della realizzazione futura acquista importanza su un orizzonte di lungo periodo: come il risparmiare (27%), farsi una famiglia propria (26%) ed investire nell’immobile (23%). I giovani sono inoltre consapevoli dell’utilità della pianificazione per risparmiare (84%), per realizzare i propri sogni (79%) e per vivere serenamente (71%). Tuttavia i ragazzi sanno di non poter contare su quelle certezze che hanno caratterizzato l’epoca welfare dei loro genitori, dimostrano di possedere una lucida consapevolezza che ha consentito loro di sviluppare la saggezza antica dei nonni, iniziare cioè il più presto possibile a risparmiare, mettere da parte, accumulare certe somme di denaro che serviranno in futuro per realizzare progetti (la casa, un’attività imprenditoriale in proprio, l’auto, la casa per i figli) e per garantirsi un benessere di base parallelo o complementare al reddito da lavoro.

Il consulente finanziario su misura

I giovani ritengono che occuparsi e parlare di finanza sia smart, sia di moda, seguono i cosiddetti finfluencer (influencer finanziari) soprattutto su Instagram e alcuni giovanissimi si dichiarano affascinati dai robo-advisor, da cripto-valute, bitcoins e NFT, ma il loro cruccio maggiore resta il futuro pensionistico.
Vorrebbero un consulente finanziario affidabile e competente, in carne ed ossa, meglio se vicino. E alla domanda su chi sarebbe il consulente perfetto, scelto tra personaggi famosi, sono stati citati nomi che forse ci si poteva attendere, ma anche alcuni inaspettati: da Warren Buffet, Bill Gates e Di Caprio (nel suo ruolo in “The Wolf of Wall Street), a Blake LIvey e Bradley Cooper…e per venire ai volti noti nostrani, passiamo da Gerry Scotti a Margherita Hack, da Alberto Vacchi a Silvia Toffanin e Michelle Hunziker.

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Perché si lascia l’azienda? I 10 motivi delle Grandi dimissioni 

Dalle relazioni professionali con colleghi e superiori all’aumento di stipendio, dalla ricerca di un lavoro più interessante alle opportunità di carriera, e dal desiderio di avere più tempo per sé fino a quello di cambiare, Randstad ha stilato la lista delle 10 ragioni principali per cui i lavoratori scelgono di lasciare un’organizzazione. Le ragioni che spingono i lavoratori ad abbandonare il proprio lavoro spesso sono molto più articolate dell’offerta economica, e mettono in discussione processi consolidati. E con la ripartenza del mercato del lavoro e la caccia ai talenti, molti sono spinti a un cambiamento. Come dimostra il boom di Grandi dimissioni, le cui motivazioni non sono sempre scontate.

La prima ragione è il rapporto con i colleghi

La prima ragione per cui i lavoratori lasciano un’azienda è il rapporto con i colleghi di livello pari o superiore. Soprattutto nel secondo caso, non necessariamente perché il rapporto è conflittuale, ma perché non allineato ai bisogni di quel momento. L’esperienza collettiva degli ultimi mesi ha poi indotto una riflessione sul significato più profondo della vita e del lavoro. Molte persone cambiano posto alla ricerca di un contenuto di lavoro più interessante e stimolante, più in linea con le aspettative del ruolo professionale che vogliono ricoprire. Ma non c’è solo il tipo di lavoro. Sempre più persone, indipendentemente dal ruolo in azienda, non si dicono più disposte a scendere a compromessi tra i valori prioritari per la loro identità personale e quelli dell’organizzazione in cui operano.

Quando la retribuzione è percepita come insufficiente

È il motivo più scontato, ma oggi lo stipendio è determinante in una fase di forte competizione. Se la retribuzione è percepita come insufficiente rispetto al proprio valore, è probabile che un lavoratore sia attratto da offerte migliorative.  Da sempre un fattore molto importante, l’equilibrio tra vita privata e professionale, è stato messo a dura prova durante il lockdown. La sua rilevanza è aumentata esponenzialmente, e spesso i lavoratori scappano da condizioni ‘tossiche’, in cui l’attività professionale invade totalmente quella privata. E soprattutto i più giovani chiedono prospettive di crescita, step professionali, stimoli continui.

Non sempre si cambia per aumentare di livello

A volte, specie per profili qualificati a inizio carriera, è più interessante un’opportunità di specializzazione in un ambito di interesse, per acquisire conoscenza ed esperienza in un ruolo. Non sempre, quindi, si cambia per aumentare di livello. L’esperienza del lockdown e la perdita della relazione di molti luoghi di lavoro hanno messo in evidenza anche l’importanza di un ambiente di lavoro accogliente, positivo e stimolante. Ma dopo l’esperienza dello smart working di massa, oggi molti lavoratori ricercano espressamente offerte di lavoro che consentano di svolgere l’attività a distanza con maggiore flessibilità sugli orari. Talvolta però le dimissioni sono parte di un processo che va oltre l’ambito professionale. Cambiare il posto di lavoro può significare dare un taglio alla quotidianità, mettendosi alla prova per dare nuovo significato al proprio percorso.

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Gli italiani e il latte vegetale

Negli ultimi anni sono apparsi in commercio molti prodotti alternativi al latte tradizionale. Everli, il marketplace della spesa online, ha analizzato i consumi di latte di origine vegetale, scoprendo in alcune zone dello Stivale nel 2021 c’è stato un vero e proprio boom di acquisti rispetto all’anno precedente. Padova, ad esempio, ha registrato un incremento di spesa a tripla cifra (133%), seguita da Trieste (41%) e Bologna (2%). Alcune regioni poi sono più inclini all’acquisto e al consumo di latte che non contenga proteine animali, soprattutto Lombardia e Veneto. Ma lo scettro della città più propensa al consumo di latte vegetale è Torino.

Quali sono le categorie di latte vegetale preferite?

Non ci sono dubbi: vincono latte di mandorla e di cocco, ma guardando alla top 10 dei prodotti più acquistati compaiono in classifica anche quelli senza zuccheri o in versione light. Se da un lato alcune province italiane hanno speso maggiormente in latte vegetale, dall’altra alcune località hanno registrato un incremento di spesa in latte di origine animale. Latina, ad esempio, ha toccato una crescita del 21% nel 2021 rispetto all’anno precedente, seguita da Udine (17%) e Trieste (17%), dove si consuma molto latte sia vegetale sia animale.

Perché si sceglie il latte vegetale?

Nonostante per il 40% degli italiani l’assaggio di latte vegetale sia stato dettato dalla curiosità, per molti le motivazioni sono guidate da scelte legate al benessere personale. Nello specifico, perché è più digeribile di quello tradizionale (35%), più sano (22%), più gustoso (20%) e può contribuire ad aumentare l’apporto di vitamine e fibre (17%). Inoltre, viene selezionato tra gli scaffali da più di 1 italiano su 10 (11%) per il minore contenuto calorico. Il 32% però beve in egual misura latte di origine animale e vegetale, ma oltre 1 su 10 (11%) ha completamente sostituito il primo con quello vegetale.
Quanto alla frequenza di consumo, quasi un terzo degli intervistati (30%) include il latte vegetale nel proprio piano alimentare almeno una o due volte a settimana, e quasi la metà (46%) ne compra almeno due tipi diversi.

I benefici di soia, mandorla, riso e cocco

“Il latte di soia è molto ricco di proteine e grassi ed è l’opzione più vicina al latte vaccino a livello di caratteristiche nutritive, e i suoi effetti positivi sulla salute sono principalmente attribuiti alla presenza di isoflavoni con proprietà antitumorali – commenta Eric De Felicibus, nutrizionista di MioDottore -. Invece, il latte di mandorla è quello meno calorico, con un profilo nutrizionale equilibrato, e più ricco di acidi grassi monoinsaturi, considerati utili nella perdita e gestione del peso, mentre il latte di riso, ricco di carboidrati e zuccheri, può fungere da opzione nel caso di persone con problemi di allergia causati da soia e mandorle. Infine, il latte di cocco è fonte di acido laurico che contribuisce ad aumentare i livelli di colesterolo HDL, che aiuta a ridurre il colesterolo LDL nel flusso sanguigno”.

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I 10 trend del mondo del lavoro nel 2022

Sono sempre più le aziende che optano per una organizzazione del lavoro che non richieda una presenza continuativa in ufficio. Una vera e propria rivoluzione che porta con sé cambiamenti per il mondo del business e la vita delle persone. IWG ha stilato i 10 trend del mondo del lavoro per il 2022, e il primo è la centralità delle relazioni umane. Sempre più aziende infatti investiranno per favorire il benessere dei dipendenti, fornire supporto psicologico e migliorare le dinamiche di comunicazione interna. Con il lavoro da remoto e il fenomeno delle Grandi Dimissioni, le imprese sembrano essersi rese conto che la felicità è uno stimolo per la produttività.

Iper flessibilità, dispersione della forza lavoro e riduzione degli spostamenti
D’ora in poi ci si aspetta l’iper flessibilità nell’organizzazione del lavoro, e le aziende che non sapranno garantirla rischiano di perdere i propri talenti. Ma con l’affermarsi del lavoro da remoto non sarà più necessario reclutare forza lavoro che risiede in prossimità o nell’area di riferimento dell’azienda. Si apre infatti la possibilità di ampliare i processi di recruitment al perimetro nazionale o addirittura internazionale.
Il lavoro ibrido inoltre sta contribuendo a vivacizzare le aree suburbane e periferiche. Non dovendosi recare in ufficio giornalmente, le persone passano più tempo nelle aree di residenza, sostenendo i consumi e incentivando la nascita di nuovi servizi.

Pendolari part time, design dell’esperienza, collaborazione virtuale
Secondo IWG in Italia la tendenza è di concentrare i giorni di presenza in ufficio nel cuore della settimana. Ma se sono sempre più i pendolari parti time l’ufficio fisico continuerà a giocare un ruolo centrale quale luogo della collaborazione, del confronto e della creatività. Gli uffici del futuro integreranno aree ristoro e relax, ospiteranno ampi tavoli per il lavoro in comune e spazi simili ai salotti residenziali. Le aziende, inoltre, tenderanno a investire nella creazione di spazi verdi o forniranno il proprio contributo per la gestione e il miglioramento di parchi e giardini esistenti.
Non solo aumenteranno le piattaforme di collaborazione virtuale, ma si svilupperanno nuovi sistemi che faranno leva su realtà virtuale a realtà aumentata. In breve, passeremo da “davanti” a “dentro” lo schermo.

Allineamento agli SDGs, meno costi per gli spazi a uso ufficio, nuove metriche di produttività
La nuova organizzazione del lavoro fornirà alle aziende una leva importante per il raggiungimento degli obiettivi ESG, oltre a contribuire al raggiungimento degli SDGs, gli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’Onu.
L’adozione del lavoro da remoto e/o del lavoro ibrido, riporta Ansa, gioca un ruolo in termini di riduzione delle emissioni, ma contribuisce anche al miglioramento del benessere personale, favorisce l’uguaglianza di genere e comporta una riduzione dei costi per l’azienda: per ogni dipendente che lavora da remoto per metà della settimana, il datore di lavoro risparmia 11mila dollari l’anno.
Con dipendenti lontani dall’headquarter aziendale verranno poi introdotti nuovi strumenti di gestione dei flussi di lavoro basati su cloud, utili a monitorare l’avanzamento lavori e i tempi di completamento.

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Gli attacchi informatici più diffusi nell’ultimo trimestre 2021

Tra le tendenze più significative registrate negli ultimi tre mesi del 2021 il Covid-19 continua a essere usato come oggetto di email con allegati malevoli, e se i settori più colpiti dagli attori malevoli (threat actors) sono stati quelli governativi e della difesa, aerospazio e sanità, si evidenzia anche un’attenzione crescente verso le aziende di telecomunicazioni. Non solo per i loro sistemi informatici, quali software o reti, ma a essere prese di mira sono anche le stesse infrastrutture. La finalità degli attacchi è l’intercettazione di comunicazioni sensibili degli utenti e lo spionaggio contro target specifici come aziende, personaggi politici, funzionari governativi, forze dell’ordine e attivisti politici.

Nella cybersecurity il fattore umano rimane un tema cruciale

Sono i risultati del Cyber Threats Snapshot di Leonardo, condotto dagli esperti di Cyber Threat Intelligence a supporto del Global Security Operation Centre (SOC) di Leonardo. Il report evidenzia come le campagne di malspam, ovvero la ricezione di mail o messaggi contenenti link o allegati malevoli, continuino a essere lo strumento più utilizzato per violare i sistemi informatici, poiché spesso facilitate dalle azioni delle ‘vittime’, che ignare mettono a rischio l’integrità di dati personali o sistemi aziendali. Il fattore umano nella cybersecurity rimane quindi un tema cruciale. 

Un altro caso di spam-demia

In particolare, l’ultimo trimestre del 2021 è stato caratterizzato da una nuova campagna di malspam che sfrutta il Covid-19.  Nelle e-mail truffa (phishing) inviate alle vittime sono contenute informazioni relative a un presunto contatto del destinatario con un collega positivo alla variante Omicron. La vittima è invitata a prendere visione di un allegato: aprendolo e abilitandone il contenuto, il malware viene scaricato automaticamente e inizia a ricercare credenziali bancarie e/o a ottenere l’accesso remoto sul dispositivo infetto.

Individuata una delle vulnerabilità più gravi del decennio

A dicembre poi è stata rilevata una grave vulnerabilità che ha causato molta preoccupazione tra gli esperti. Il software che presenta questa vulnerabilità è infatti uno degli strumenti più importanti per la gestione delle librerie di logging di applicazioni utilizzate dalle aziende, anche nell’ambito di siti web e servizi online, e si stima che potrebbe essere presente su circa 3 miliardi di dispositivi a livello globale. In sintesi, tale vulnerabilità ha permesso a utenti esterni di penetrare nei sistemi, eseguendo codice malevolo da remoto. Per la diffusione di tale software su scala globale, e per la facilità di esecuzione degli attacchi, la vulnerabilità ha ricevuto un grado di criticità di 10 su 10. 

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Giocattoli, un mercato in salute: +9% nel 2021

Altro che gioco: il 2021 segna una ripresa decisa del settore e chiude con un +9% rispetto al 2020 e un +2,1% sul 2019. Stiamo parlando del mercato italiano del giocattolo, un comparto decisamente in salute e che conferma come non mai che in questo periodo l’atto del giocare sia fondamentale ed essenziale. I dati sono stati resi noti da Assogiocattoli, che ha anche attivato la campagna ‘Gioco per Sempre’ con lo scopo di sensibilizzare ancor di più le famiglie italiane sull’importanza del gioco dal punto di vista pedagogico, sociale e culturale.

Non solo legati alla stagionalità

Un altro obiettivo della campagna è anche quello di slegare il giocattolo dalla stagionalità, ossia come dono solo per l ricorrenze. Resta il fatto che oggi la metà del giro d’affari del settore giocattolo si concentra nel periodo di Natale. Secondo i dati forniti dalla società di ricerche Npd, l’ultimo trimestre (ottobre\dicembre ‘21) registra un notevole +6,7% rispetto al precedente. I giochi in scatola e le costruzioni continuano a essere tra i prodotti più venduti, confermando il ritorno al gioco dei più grandi – i cosiddetti kidult – grazie a modalità di gioco in grado di intrattenere e divertire tutti eliminando ogni gap generazionale. Anche le bambole sono in cima alle classifiche di vendita, seguite dai prodotti collezionabili (Trading Card Game in primis), dai peluche, dai veicoli a ruote, dai supereroi e dai dinosauri. Il fatturato derivante dai prodotti a licenza rappresenta il 26% del totale mercato e cresce del +14%. Le top 5 licenze del 2021 sono state Harry Potter, Me Contro Te, Disney Frozen, Super Mario e Bing.

Il primo manifesto corale

Numeri che fanno ben sperare per il futuro e che confermano l’ottimo lavoro svolto – nonostante le numerose difficoltà – dagli addetti di tutta la filiera. Assogiocattoli compresa che, con la campagna “Gioco per Sempre”, si è impegnata a diffondere la cultura del gioco coinvolgendo oltre 3mila persone nella creazione del primo Manifesto partecipato e corale: un inno al gioco e ai giocattoli, una filastrocca in rima scritta grazie al contributo di bambini di ogni età, ma anche di mamme e papà, nonni e zii, oltre a educatori, ludologi e psicologi. Ma non solo, la Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (20 novembre) è stata festeggiata con i Play Days e ben due iniziative speciali: uno speciale concorso che ha attivato più di 220 punti vendita in tutta Italia devolvendo in beneficenza parte del montepremi e u na donazione di giochi e giocattoli forniti dagli associati alla Fondazione Abio Italia Onlus che li ha distribuiti negli oltre 200 reparti di pediatria presenti su tutto il territorio italiano.

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Privacy online e impronta digitale: utenti poco consapevoli

Molti utenti di Internet sono erroneamente convinti che gli account e i post dei social possano essere cancellati in modo permanente in qualsiasi momento.
Secondo un sondaggio condotto a livello europeo da Kaspersky, la percezione della privacy online e della propria impronta digitale differisce in base al paese e alla generazione di appartenenza. Ma, in generale, la maggior parte degli utenti non è sicura di avere il controllo della propria presenza digitale, o di come potrebbe gestire la propria presenza online. In Italia, ad esempio, la Generazione Z sembra poco attenta al controllo dei propri dati online. Infatti l’83% vorrebbe poter cancellare in maniera permanente un post pubblicato in passato su un social network.

‘Like’ e ‘post’ possono condizionare negativamente lavoro e relazioni 

Gli utenti di tutta Europa concordano sul fatto che le azioni online possano avere conseguenze, sostenendo anche che alcuni argomenti siano più rischiosi e provocatori di altri, e possano avere un impatto sulla reputazione delle persone, nonché sulle loro prospettive di lavoro.
I like posti sui social media possono infatti avere un effetto significativo sulla percezione che gli altri hanno di noi. Secondo il 41% degli italiani, poi, i post offensivi nei confronti delle persone disabili e quelli che si schierano contro la vaccinazione anti-Covid 19 sono potenzialmente i più dannosi per le prospettive di lavoro o per le relazioni, seguiti dall’utilizzo di un linguaggio transfobico (37%) e le posizioni negazioniste sui cambiamenti climatici (31%).

Modificare o cancellare vecchi contenuti

Il 42% degli intervistati afferma di conoscere qualcuno il cui lavoro o la carriera è stata influenzata negativamente da un contenuto postato sui social. Ma nonostante questo, quasi un terzo non ha modificato o cancellato i vecchi post dai propri account. La percezione di sé che nasce dalla propria presenza online costituisce un problema per molte persone. Infatti, il 38% degli utenti afferma che il proprio profilo social non lo rappresenti in modo autentico, e secondo il 51% la cronologia di navigazione potrebbe fornire un’idea sbagliata sul loro conto. Un dato preoccupante riguarda gli utenti dai 16 ai 21 anni: l’81% crede di avere il controllo totale sui contenuti condivisi online e di poter eliminare definitivamente alcune tracce lasciate nel web.

Lasciare in eredità i propri dati online

Lo studio mostra un divario tra la realtà e la percezione del controllo sulla propria presenza online. L’indagine ha individuato una preoccupante mancanza di consapevolezza su quanto accade ai profili social e la cronologia di navigazione online dopo la morte dell’utente. In Italia il 32% degli utenti non ha mai pensato a cosa accadrà ai propri dati online dopo la loro morte, e il 19% presume che i propri account social vengano automaticamente eliminati dopo il decesso. Il 44% degli italiani vorrebbe però poter accedere al profilo social di un genitore defunto se lasciasse i propri dati di accesso nel testamento. Tuttavia il 38% dichiara che si sentirebbe a disagio a lasciare in eredità i dati di accesso ai propri account.

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Le figure più difficili da trovare? Tecnici informatici e artigiani del legno

La conferma arriva dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal: sono i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni le figure più difficili da reperire, con un indicatore di difficoltà pari al 68,1%, seguiti dagli attrezzisti, operai e artigiani del trattamento del legno (67,9%). Il Bollettino però difficoltà di reperimento anche per i fonditori, saldatori, montatori carpenteria metallica (62,4%), gli artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (62,3%), e gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (61,9%). Per fronteggiare la difficoltà nel reperire queste figure professionali il 38,6% delle imprese tende ad assumere personale con competenze simili rispetto alle figure ricercate per poi formarle in azienda, mentre nel 17,2% dei casi offre una retribuzione superiore rispetto a quanto viene mediamente proposto per quel profilo. 

A gennaio l’indicatore della difficoltà di reperimento aumenta del 5%

Anche a gennaio cresce l’indicatore della difficoltà di reperimento del personale ricercato dalle aziende, e rispetto a un anno fa aumenta del 5%, raggiungendo il 38,6% delle entrate programmate.
La mancanza di candidati è il motivo della difficoltà maggiormente segnalato dalle imprese (22,2%), seguito dalla preparazione inadeguata (13,4%) e da altri motivi (2,9%). A incontrare le maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese delle costruzioni (53,3% dei profili ricercati), seguite dalle industrie del legno e del mobile (53,0%), le industrie metallurgiche (52,5%) e le imprese dei servizi informatici e delle telecomunicazioni (51,9%).

Nel trimestre gennaio-marzo i contratti programmati saliranno a circa 1,2 milioni

Sono poco meno di 458mila i contratti programmati dalle imprese nel mese di gennaio, e saliranno a circa 1,2 milioni nel trimestre gennaio-marzo. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si registra un incremento delle entrate previste: +112mila su gennaio 2021 e +265mila in confronto al trimestre gennaio-marzo 2021.
Positivo anche il confronto rispetto a dicembre 2021, con 104mila contratti in più (+29,4%), per tutti i settori economici tranne che per il turismo, dove pesano le crescenti incertezze legate all’andamento dell’epidemia nelle ultime settimane.

Sono alla ricerca di personale soprattutto le imprese di costruzioni

L’industria, nonostante le difficoltà legate ai rincari dell’energia e di molte materie prime, prosegue nella tendenza espansiva già registrata nel corso del 2021, e programma per il mese di gennaio 150mila assunzioni. Sono alla ricerca di personale soprattutto le imprese delle costruzioni (46mila entrate), seguite dalle imprese della meccatronica (26mila entrate) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo, che prevedono 22mila entrate.
Nel complesso, riporta Adnkronos, i settori del terziario totalizzano 307mila entrate: in testa i servizi alle imprese (142mila assunzioni), seguiti dal commercio (62mila) e dai servizi alle persone (56mila).
La nuova ondata pandemica fa sentire i suoi effetti negativi soprattutto sulla filiera turistica, dove le imprese hanno previsto per il momento un calo del 14,6% nell’attivazione dei contratti rispetto a dicembre.

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Casa, nel terzo trimestre 2021 i prezzi volano al +4,2%

Un aumento record quello registrato in Italia dai prezzi delle case nel terzo trimestre dell’anno. “I prezzi delle abitazioni aumentano su base annua per il nono trimestre consecutivo, registrando il tasso di crescita tendenziale più alto da quando è disponibile la serie storica dell’indice Ipab”. Questo è il commento dell’Istat sulla stima preliminare dell’andamento dei prezzi delle abitazioni.
Nel terzo trimestre del 2021 l’indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie italiane per fini abitativi o per investimento è aumentata infatti dell’1,2% rispetto al trimestre precedente, e del 4,2% nei confronti dello stesso periodo del 2020. Nel secondo trimestre del 2021 era al +0,4%.

Aumentano sia i prezzi delle abitazioni nuove sia quelli delle abitazioni esistenti 

L’aumento tendenziale dell’indice, ha spiegato l’Istituto di statistica, è da attribuirsi sia ai prezzi delle abitazioni nuove, che hanno accelerato la crescita, passando dal +2% registrato nel secondo trimestre 2021 al +3,9% del terzo, sia ai prezzi delle abitazioni esistenti (che pesano per più dell’80% sull’indice aggregato) che sono aumentati del 4,2%. Una percentuale in forte accelerazione rispetto al trimestre precedente, nel quale erano rimasti stabili.

Un contesto di crescita vivace dei volumi di compravendita

Questi andamenti positivi si registrano in un contesto di crescita vivace dei volumi di compravendita. La variazione tendenziale registrata nel terzo trimestre 2021 dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale è infatti del +21,9%. Su base congiunturale, dopo la stabilità del trimestre precedente, secondo l’Istituto di statistica l’aumento è dovuto soprattutto ai prezzi delle abitazioni nuove, che hanno registrato un incremento pari al +3%. Sono cresciuti però anche i prezzi delle abitazioni esistenti, ma in misura meno ampia rispetto a quanto registrato nel trimestre precedente, attestandosi al +0,8% dopo il +2% registrato nel secondo trimestre dell’anno.

Il tasso di variazione acquisito dell’Ipab per il 2021 è +2,6%

Di fatto, rispetto allo stesso periodo del 2020, nei primi tre trimestri del 2021 i prezzi delle abitazioni sono aumentati in media del 2,1%, riporta Askanews. Nel dettaglio, i prezzi delle abitazioni nuove hanno fatto registrare un +3,3%, e quelli delle abitazioni esistenti sono cresciuti dell’1,8%. Sempre secondo l’Istituto di statistica, il tasso di variazione acquisito dell’Ipab (Indice prezzi abitazioni) per il 2021 è pari a +2,6%. In particolare, l’aumento è del +3,5% per quanto riguarda le abitazioni nuove, e del +2,3% per quanto riguarda le abitazioni esistenti.

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