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E-commerce e pandemia, nel 2020 volano gli acquisti

Nel 2020 il 37% dei food shopper online ha aumentato la spesa destinata ai prodotti alimentari sui canali online, il 24% degli italiani ha aumentato quella per i beni non alimentari, e considerando tutti i beni di largo consumo, il 70% degli italiani tra 18 e i 65 anni ha effettuato almeno un acquisto online nell’ultimo anno. Questi alcuni risultati emersi dall’Osservatorio The World after Lockdown, curato da Nomisma e Crif, che da oltre sette mesi analizza l’impatto della pandemia Covid-19 sulla vita e i consumi dei cittadini, mostrando come la pandemia abbia letteralmente messo il turbo all’e-commerce.

Per il Largo Consumo Confezionato oltre 19 milioni di acquirenti online

Considerando i soli prodotti del Largo Consumo Confezionato (alimentari, bevande, prodotti per la cura della casa e l’igiene della persona, pet care eccetera) acquistati su tutti i canali digitali, gli acquirenti online oggi sono oltre 19 milioni. È inoltre significativa la crescita potenziale associata ai consumatori che oggi sono ancora legati al solo canale fisico, di cui il 29% si dichiara interessato a sperimentare il carrello digitale in futuro. Ma cosa c’è nel carrello digitale degli italiani? Per il 67% prodotti alimentari e bevande, e per il 33% beni non food. In particolare, il comparto cura persona e cura casa sul totale delle vendite nell’online è rispettivamente del 17% e del 9%, mentre l’incidenza del pet care è pari al 7%.

La spesa alimentare sul web

Se è vero che la maggior parte della spesa alimentare avviene sui siti delle insegne della Gdo (canale utilizzato dal 73%), in molti sperimentano anche altri canali online, come i pure players (32% di chi acquista alimentari online), i siti/app di vendita online specializzati in food&beverage, testati almeno una volta dal 13% di chi ha fatto la spesa digital. Ma quali sono le motivazioni della spesa alimentare online? Innanzitutto, la possibilità di acquistare 24h (driver di scelta indicato dal 27%), mentre il 18% lo fa per evitare code, e il 17% perché non vuole rinunciare alla comodità di non doversi spostare da casa.

Oltre la Gdo

I prodotti acquistati online acquistati dal maggior numero di italiani sono informatica ed elettronica (48%), abbigliamento/calzature (30%), farmaci da banco/parafarmaci/integratori (24%), e arredo/accessori per la casa (20%). In generale, i primi canali online di riferimento per l’acquisto dei beni non alimentari sono i marketplace come Amazon o Ebay (69%), seguiti dai negozi online (11%) e da shop online di negozi/catene fisici (10%). Alle diverse categorie di prodotto, si associano differenti preferenze nei canali utilizzati. Ad esempio, tra chi acquista online abbigliamento il 45% preferisce i negozi virtuali plurimarca, per l’arredamento la maggioranza indica piattaforme e-commerce come Amazon o Ebay (68%), e per l’elettronica la fanno da padrone i marketplace generalisti (78%). Per i farmaci/integratori invece i primi canali digital di riferimento sono le farmacie online (48%).

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Minacce informatiche, nel terzo trimestre crescono gli attacchi RDP

La sicurezza informatica, anche in tempi di Covid, resta un’assoluta priorità. Anche perché i criminali informatici sono sempre più abili a dribblare le varie protezioni. Alcuni aspetti di questo andamento si scoprono nel Report sulle minacce relative al terzo trimestre 2020 pubblicato da Eset, gruppo specializzato nella cybersecurity. Tra le altre evidenze, ci sono anche la rinascita dei cryptominners e un deciso aumento dei malware bancari.

Il lavoro da remoto il più “sensibile”

Dall’indagine, che mette in luce anche i progressi nella ricerca sulla sicurezza informatica, emerge che i cybercriminali si siano spostati dai temi legati al Coronavirus, che hanno segnato i primi mesi del 2020, per tornare a tattiche più abituali. Tuttavia, si legge anche come nell’ultimo periodo le violazioni si siano concentrate sul lavoro da remoto, un settore in cui i rischi restano particolarmente elevati. Il report evidenzia infatti un ulteriore aumento degli attacchi mirati di Remote Desktop Protocol (RDP), in continua crescita per tutto il primo semestre. Mentre il numero di client unici presi di mira è cresciuto di oltre un terzo, il totale di tentativi di attacco è aumentato del 140%. “Il continuo aumento degli attacchi RDP potrebbe essere il risultato del crescente numero di sistemi scarsamente protetti connessi a Internet durante la pandemia, o dell’ingresso di nuovi attori malevoli che si ispirano a gang del ransomware per colpire l’RDP”, ha dichiarato Jiří Kropáč, Head of Threat Detection Labs di Eset. Tra le altre tendenze emerse negli ultimi mesi spiccano l’avvento dei cryptominers e la crescita dei malware bancari.

Aumentano i chip Wi-Fi vulnerabili a bug
Il Report di Eset sulle minacce del terzo trimestre del 2020 ha esaminato anche i progressi delle analisi e i risultati più importanti ottenuti dai ricercatori. Tra i molteplici riscontri ottenuti, sono stati scoperti, ad esempio, un numero maggiore di chip Wi-FI vulnerabili a bug simili a quelli di KrØØk. Ma sono stati anche smascherati un malware per Mac in bundle con un’app per il trading di criptovalute; rilevato CDRThief che colpisce i softswitches dei VoIP di Linux; approfondito KryptoCibule, una triplice minaccia per le criptovalute.
Il Report ha inoltre scandagliato operazioni che sfruttano MAXScript dannosi, la diffusione di trojan bancari latinoamericani in Europa, nuove attività del gruppo di cybercriminali TA410 e un aggiornamento sugli strumenti del gruppo Gamaredon. Insomma, se i cybercriminali sono sempre più creativi, anche la sicurezza informatica fa passi da gigante.

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Dall’inizio del lockdown 117 mila lavoratori autonomi in meno

L’occupazione indipendente crolla al livello più basso dal 2004, anno di inizio delle rilevazioni Istat. Si tratta di una vera e propria strage, confermata dalle stime provvisorie Istat dell’occupazione per il mese di luglio, che testimoniano il forte impatto della crisi economica dovuta al Covid-19 su imprenditori e autonomi. Dal mese di febbraio, ultimo dato prima del lockdown, a luglio si contano infatti 117 mila lavoratori autonomi in meno. Il dato diffuso dall’Istat sugli occupati e disoccupati relativi al mese di luglio rafforza e specifica meglio i caratteri della crisi in corso. E fa lanciare l’allarme a Confesercenti.

Lo scarto con luglio 2019 è di -556 mila occupati

L’associazione mette in evidenza in primo luogo “l’intensità” dei dati Istat. Nonostante luglio sia il primo mese di aumento dell’occupazione, dopo 4 mesi di riduzioni continuative in cui si sono persi 500 mila posti di lavoro, secondo Confesercenti lo scarto con luglio 2019 resta elevato: 556 mila occupati in meno, il 2,4%. E a pesare è proprio la crisi di imprenditori, professionisti e autonomi. Mentre sul mese i dipendenti aumentano di 145 mila unità (di cui 138 mila permanenti) gli indipendenti diminuiscono di 60 mila. Rispetto a luglio 2019 entrambe le componenti calano, ma la flessione dei dipendenti è pari all’1,8%, quella degli indipendenti al 4,5%.

“Il lockdown ha esacerbato dinamiche strutturali già operanti”

Se si osservano i dati dal 2004 si nota come il numero dei lavoratori sia crollato di 1,239 milioni, il 20% in meno, collocando questo dato tra i più bassi di sempre. “Il lockdown ha esacerbato le dinamiche strutturali già operanti, mettendo ancora più a nudo alcune contraddizioni della nostra economia – spiega Mauro Bussoni, Segretario Nazionale di Confesercenti -. Mentre per il lavoro dipendente le misure di sostegno hanno contenuto il tracollo, la rete di protezione messa a disposizione del lavoro autonomo e delle imprese si è rivelata insufficiente. L’Italia offre un ambiente sempre più ostile al fare impresa – continua Bussoni – non è più il Paese delle ‘ditte’, caratterizzato da un tessuto vivace di micro e piccole imprese e di autonomi. Una rete economica che garantisce ricchezza, posti di lavoro e servizi ai cittadini, che ora rischia di essere decimata dalla crisi innescata dal Covid”.

“Le micro e piccole imprese necessitano di alcuni interventi specifici di supporto”

Secondo il Segretario Nazionale Confesercenti “È urgente intervenire per invertire il trend negativo. Le micro e piccole imprese necessitano di alcuni interventi specifici di supporto, per frenare questa emorragia, ma anche e soprattutto per creare occasioni di rilancio. I sostegni introdotti fino a oggi hanno forse alleviato l’impatto della crisi, ma serve evidentemente di più”.

Tra le misure necessarie suggerite da Bussoni, “riformare fisco e lavoro per renderli più flessibili e a misura di impresa, e usare con efficacia le risorse europee per finanziare l’innovazione del sistema economico italiano – sottolinea ancora Bussoni – accompagnando le piccole imprese alla rivoluzione digitale”.

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Durante il lockdown più insonnia e orari del riposo spostati in avanti

Se l’emergenza Covid-19 ha costretto a mutare le nostre abitudini, e a reimpostare il modo di lavorare e di svolgere molte attività quotidiane, il lockdown, in particolare, ha cambiato il nostro sonno, e in peggio.

Uno studio dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, pubblicato sul Journal of Neurology, ha messo in luce gli effetti che i mesi di clausura forzata hanno avuto sulla qualità del sonno di studenti e personale amministrativo dello stesso ateneo. L’indagine è stata condotta su 307 universitari con un’età media di 22 anni, e 93 collaboratori dell’Università Vita-Salute San Raffaele, con un’età media di 37 anni.

Più tempo per addormentarsi e per svegliarsi

Più in dettaglio, il campione selezionato dai ricercatori ha risposto a un questionario online messo a punto da psicologi e neurologi del Centro del Sonno dell’Ospedale San Raffaele, diretto dal professor Luigi Ferini Strambi, sulle caratteristiche del sonno e sui sintomi ansiosi e depressivi insorti durante periodo della pandemia da coronavirus. Lo studio ha evidenziato un aumento del tempo trascorso a letto durante l’emergenza e uno spostamento in avanti sia dell’orario di addormentamento sia dell’orario di risveglio mattutino. In pratica, per addormentarsi sono stati necessari 40 minuti in più a entrambi i gruppi valutati, e il risveglio è avvenuto 37 minuti in più per i lavoratori e 64 minuti per gli studenti.

In aumento la percentuale di chi ha difficoltà a dormire

“Questo spostamento, per i cosiddetti ‘gufi’, che nella popolazione generale rappresentano il 15- 20%, è stato positivo perché ha permesso loro di seguire il naturale ritmo sonno veglia – ha spiegato il professor Ferini Strambi -. In tutti gli altri soggetti lo scombussolamento dei ritmi del sonno ha inciso negativamente sul benessere generale”,

I risultati hanno evidenziato anche un incremento della percentuale di soggetti con difficoltà di addormentamento: nel periodo pre-Covid-19 si trattava del 39%, mentre durante il lockdown è salita al 55%. Nei lavoratori invece i ricercatori hanno osservato anche un incremento dell’insonnia di mantenimento, ovvero i ripetuti risvegli notturni, che è passata dal 24% nel periodo pre-Covid-19 al 40% durante il lockdown.

Stretta relazione tra cattivo sonno, depressione e ansia

I ricercatori hanno constatato anche che il 30% del campione ha riportato sintomi depressivi e il 34% sintomi ansiosi, più evidenti nel gruppo degli studenti e nei soggetti di sesso femminile.

“Lo studio – ha aggiunto Ferini Strambi – ha dimostrato una stretta relazione tra cattivo sonno, depressione del tono dell’umore e ansia. Il sonno è una funzione fondamentale per il benessere del nostro organismo, ed è importante che le persone imparino a rispettare semplici regole volte a migliorare il riposo notturno e a favorire il benessere generale”.

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Crolla il turismo, in estate -56 milioni di presenze

Per il turismo italiano questa è l’estate peggiore degli ultimi 20 anni. Nonostante la ripresa della mobilità nazionale e internazionale le prenotazioni non decollano, e si stimano 12,8 milioni di viaggiatori e 56 milioni di pernottamenti in meno rispetto all’estate del 2019. È quanto emerge da uno studio condotto da CST Firenze per Assoturismo Confesercenti su un campione di 2.118 imprenditori della ricettività, che disegna una brusca frenata che potrebbe cancellare oltre 3,2 miliardi di euro di fatturato. Di cui il 52% per le attività extralberghiere e il 48% per il comparto alberghiero.

Dimezzati i visitatori stranieri, flessione più contenuta per la domanda interna

A pesare è soprattutto il calo dei visitatori stranieri. Sui 56 milioni di pernottamenti perduti 43 milioni sono di turisti esteri, che quest’anno non raggiungeranno le località del nostro Paese, con un crollo del 43,4% rispetto all’estate 2019, quasi un dimezzamento. La flessione sarà invece più contenuta per la domanda interna (-11,6%), ma i risultati peggiori saranno registrati dal comparto alberghiero, con una flessione del -28,7%, mentre l’extralberghiero si attesterà al -23,7%. La tendenza negativa interesserà tutte le aree, anche se gli andamenti peggiori sono stati segnalati dagli imprenditori del Nord Ovest (-32,9% di pernottamenti). Valori negativi più o meno omogenei sono attesi per il Nord Est (-28,7%) e Centro (-25,8%), mentre meno pesante, ma comunque rilevante, sarà la riduzione per il Sud e le Isole (-19,3%).

Saranno circa 23mila le strutture che non apriranno affatto

Il calo ipotizzato delle presenze turistiche sarà del -38,3% per le località lacustri e del -36% per quelle termali. La flessione si attesta invece al -34,3% per le città d’arte e affari, del -31,4% per mete rurali e collinari, del -21,8% per le località montane e del -20,9% per quelle marine. Alla riduzione della domanda corrisponderà anche un netto calo dell’offerta del settore ricettivo. Saranno infatti circa 23mila le strutture che quest’estate non apriranno affatto, di cui 3mila nel comparto alberghiero. Ed è prevedibile per l’estate 2020, riferisce Adnkronos, una riduzione complessiva di 1,8 milioni di posti letto.

Oltre 82 mila addetti rimasti senza lavoro

Secondo lo studio di CST Firenze la riduzione della domanda e dell’offerta avrà anche un importante effetto occupazionale. Si stima infatti che a oggi siano oltre 82mila gli addetti (fissi e stagionali) del sistema ricettivo rimasti senza posto di lavoro, di cui solo una parte protetta dalle misure economiche messe in atto dal Governo. In particolare, il 66% degli addetti era attivo nel comparto extra alberghiero, e il 34% nelle imprese alberghiere.

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Over 65 e Fase 2, i senior sono pronti per la ripartenza economica

I senior sono stati i più colpiti nel fisico e nello spirito dalla pandemia, ma sono stati in grado di affrontare economicamente questi mesi con più tranquillità, e sono pronti per la ripartenza. Di fatto, gli over 65 hanno avuto meno impatti negativi a livello economico rispetto alle altre fasce di popolazione, poiché sono intervenuti riducendo le spese e mostrando una forte propensione al risparmio.

Lo conferma il report di Osservatorio Grey Scale Economy Lab, realizzato da SWG in collaborazione con Havas Pr.

Una propensione al risparmio più forte

Da quanto emerge dallo studio, rispetto al totale del campione solo il 49% dei boomers è ricorso, o pensa di ricorrere all’uso dei propri risparmi personali per superare la crisi. Questa fascia di popolazione sembra essere infatti più sicura dei propri risparmi e delle proprie entrate, e solo il 28% pensa che non sarà in grado di provvedere alle spese fisse, come tasse, bollette e mutui. Questa tranquillità risulta più diffusa rispetto al campione in generale, ed dettata anche da un atteggiamento culturale derivante da due elementi, la percezione della crisi più forte, e la propensione al risparmio, tanto che il 64% degli over 65 si è impegnato nella riduzione delle spese contro il 58% del totale campione.

L’85% dei senior sente il bisogno di ritrovare la socialità

Nonostante gli over 65 si siano scoperti più vulnerabili e avvertano in misura maggiore il senso di paura, per l’85% di loro è forte il bisogno di ritrovare la socialità, incontrare amici e conoscenti (70% sul totale), e stare all’aria aperta. Una necessità avvertita dal 76% dei senior contro l’87% del totale. A livello di acquisti l’online rimane la scelta preponderante, con un 39% che continua a sceglierlo, seguito dalla scelta di negozi di piccole dimensioni (27%), i negozi di grandi dimensioni (25%) e i centri commerciali (24%). La rilevazione però identifica alcuni comportamenti che riflettono l’insicurezza del momento, come lo spostarsi in un comune diverso, ritenuto sicuro dal 30% dei senior contro il 60% del totale campione. Meno preoccupazione, invece, per la possibilità di frequentare realtà più famigliari, come negozi, 65%, o supermercati, 59%.

Rivalorizzare il loro ruolo all’interno della società

“Osservare come questo target affronta il momento storico così complesso e delicato che stiamo vivendo ci permette di comprendere che è necessario rivalorizzare il loro ruolo all’interno della nostra società – spiega Caterina Tonini, CEO di Havas Pr -. Grey Scale Economy Lab si pone come obiettivo proprio quello di individuare nuovi codici, modalità di relazione e di comunicazione che pongano al centro i senior – continua Tonini – non più fossilizzati in desueti stereotipi, ma sempre più digitali, informati e pieni di voglia di investire il proprio tempo in attività nuove”.

C’è ancora molta voglia di mettersi in gioco tra i senior, e la sfida per la ripresa è quella di intercettare questi desideri e renderli accessibili alle aziende. 

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Il Covid-19 cambia l’approccio al digitale nelle diverse generazioni

Durante i mesi di quarantena la quota di tempo dedicato dagli italiani agli strumenti digitali è cresciuta dell’11%. Gli italiani hanno sfruttato il digitale per rompere l’isolamento e continuare a informarsi, intrattenersi, comunicare e coltivare le relazioni. Le diverse generazioni però hanno espresso un aumento del tempo speso online in ambiti diversi, più Fitness per la Generazione Z, e più spesa online e servizi legati alla PA per i più maturi. Sono alcuni trend emersi dal monitoraggio settimanale di GfK riguardo gli effetti del lockdown su mercati, consumatori e media, e l’evoluzione della fruizione di contenuti multimediali da parte delle diverse generazioni.

La crescita più forte è stata da parte dei Baby Boomers

Secondo i dati passivi rilevati attraverso GfK Sinottica nel periodo compreso tra il 21 febbraio e il 12 aprile la quota di tempo dedicato agli strumenti digitali legati alla comunicazione (chat e videochiamate), ai social media e agli streaming audio e video è cresciuta dell’11%. Già prima del lockdown, comunicazione virtuale, social e streaming rappresentavano una grossa fetta del tempo speso quotidianamente online, ma durante l’isolamento questo ambito è diventato ancora più importante per gli italiani. Con alcune differenze tra le diverse generazioni. L’incremento più alto in termini di tempo dedicato si è registrato tra i Baby Boomers (+16%) e Generazione X (+14%), che probabilmente prima del lockdown utilizzavano meno di frequente gli strumenti digitali, ma che si sono dovuti attrezzare per comunicare a distanza, o per necessità legate allo smart working, oppure per mantenere le relazioni sociali.

La Generazione Z sta dedicando più tempo al fitness

Nelle generazioni più giovani, già abituate a dedicare molto tempo a questi aspetti della vita digitale, l’incremento è stato più ridotto, pari a  +9% per i Millennials e +3% per la Generazione Z. Se l’incremento del tempo dedicato a comunicazione, social e streaming è stato comune a tutte le Generazioni, se si considerano le categorie che durante questa fase hanno visto l’incremento maggiore in termini di tempo dedicato emergono alcune differenze generazionali. Considerando il totale del tempo rivolto al digitale, la Generazione Z durante il lockdown ha dedicato più tempo del solito al fitness, alla GDO (incluso il fare la spesa) e a tutto quello che riguarda la cucina.

I Millennials incrementano il tempo online dedicato alla cucina

I Millennials in quarantena hanno invece incrementato soprattutto il tempo online dedicato alla cucina, alla GDO e all’informazione quotidiana. Anche per la Generazione X l’incremento più significativo di tempo nella sfera digitale ha riguardato la cucina, ma al secondo posto gli strumenti digitali della PA (PA online) e al terzo la GDO. Ancora diversa la classifica per i Baby Boomers, che hanno incrementato soprattutto il tempo online dedicato alla GDO, seguito dalla PA online e dal settore Non Profit. In questa ultima categoria rientrano anche tutte le iniziative legate a donazioni, raccolte fondi e volontariato, per le quali gli italiani più maturi hanno intrapreso diverse iniziative tramite gli strumenti digitali.   

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Febbraio 2020, stabile l’occupazione e in calo i disoccupati

Rispetto a gennaio 2020 nel mese di febbraio l’occupazione in Italia risulta stabile, mentre la disoccupazione cala. E se il numero di inattivi mostra un lieve aumento il tasso di inattività rimane invariato. Secondo i dati rilasciati dall’Istat la sostanziale stabilità dell’occupazione, a cui corrisponde un tasso di occupazione stabile al 58,9%, è il risultato del lieve aumento registrato tra le donne (+0,1%, pari a +12 mila occupate), i lavoratori dipendenti a termine (+14 mila), e in misura più consistente, tra i giovani nella fascia di età da 15 a 24 anni (+35 mila).

Il tasso di disoccupazione si attesta al 9,7%

Allo stesso tempo, sempre nel mese di febbraio, l’Istat registra un calo dell’occupazione tra gli uomini (-0,2% pari a -22 mila), i lavoratori dipendenti permanenti (-20mila), gli indipendenti (-4 mila) e gli over35 (-44 mila).

Il tasso di disoccupazione, invece, si attesta al 9,7% (-0,1 punti), mentre quello giovanile resta stabile al 29,6%. A febbraio, inoltre, la crescita del numero di inattivi (+0,1%, pari a +12 mila unità) è circoscritta alle donne e alle persone con almeno 35 anni di età, mentre il tasso di inattività rimane invariato al 34,5%.

A livello trimestrale occupazione in diminuzione a -0,4%

Confrontando il trimestre da dicembre 2019 a febbraio 2020 con quello precedente (settembre-novembre 2019), secondo l’Istat l’occupazione risulta in evidente calo (-0,4%, pari a -89 mila unità) per entrambe le componenti di genere e per i 15-49enni. A livello trimestrale, poi, l’occupazione diminuisce anche tra i lavoratori dipendenti permanenti e gli autonomi, mentre una lieve crescita si rileva tra i dipendenti con contratto a termine. Nello stesso trimestre l’Istat rileva poi un lieve calo fra le persone in cerca di occupazione, e un aumento della popolazione inattiva tra i 15 e i 64 anni per +51 mila unità.

In un anno aumentano i dipendenti e diminuiscono gli autonomi

Rispetto al mese di febbraio 2019 l’occupazione invece è sostanzialmente stabile per effetto dell’aumento tra i dipendenti (+120 mila) e la diminuzione tra gli autonomi (-126 mila). In un anno gli occupati crescono soprattutto tra i giovani di 15-24 anni e tra gli over50. Nell’arco dei dodici mesi, inoltre, alla stabilità degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-7,6%, pari a 206 mila unità) e l’aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni, che risultano dello 0,4% in più, pari a +51 mila unità, come nel calcolo trimestrale.

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Milano, Monza Brianza Lodi, a febbraio quasi 40mila ingressi nel lavoro

Nel mese di febbraio a Milano sono stati 32.340 i contratti per l’ingresso nelle imprese, il 47% del totale lombardo (68.700), e il 10% di quello italiano (320.420). A Monza e Brianza sono stati 4.290, e a Lodi 910. Si tratta di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del Sistema Informativo Excelsior, con gli ingressi programmati dalle imprese realizzato da Unioncamere, in collaborazione con ANPAL, e su dati registro delle imprese. Milano è quindi prima in Italia per numero di entrate, seguita da Roma, che ne conta 28.820, Torino (14.450), e Napoli (13.250). Seguono Brescia (8.370), Bari (7.460) e Firenze (7.030).

A Milano 46% contratti a tempo indeterminato, a Monza 31% giovani under 30

A Milano nel 46% dei casi le entrate sono con un contratto a tempo indeterminato o di apprendistato, mentre nel 54% a tempo determinato o altri contratti con durata predefinita. Le entrate si concentrano per l’81% nel settore dei servizi e per il 51% nelle imprese con 50 o più dipendenti. Il 31% è destinato a dirigenti, specialisti e tecnici, ma in 26 casi su 100 le imprese hanno difficoltà a trovare i profili desiderati. A Monza e Brianza, per una quota pari al 31% le entrate interessano giovani con meno di 30 anni, e il 24% è destinato a dirigenti, specialisti e tecnici. In 39 casi su 100 le imprese hanno difficoltà a trovare i profili desiderati. Gli ingessi, inoltre, per il 70% si concentrano nel settore dei servizi e per il 61% nelle imprese con meno di 50 dipendenti.

A Lodi 66% di entrate nel settore dei servizi

A Lodi il 35% degli ingressi interessa giovani con meno di 30 anni, di cui il 17% è destinato a dirigenti, specialisti e tecnici, e in 32 casi su 100 le imprese prevedono di avere difficoltà a trovare i profili desiderati.

Le entrate programmate a Lodi sono circa 910, mentre nella regione 68.700 e in Italia complessivamente circa 320.000. A Lodi le entrate si concentrano per il 66% nel settore dei servizi e per il 59% nelle imprese con meno di 50 dipendenti. Per una quota pari al 63% delle entrate viene richiesta esperienza professionale specifica o nello stesso settore, e le imprese che assumono sono pari al 15% del totale.

La battuta d’arresto arrecata dal coronavirus

“Il lavoro è centrale per la nostra economia e Milano continua ad avere un ruolo di traino nel Paese – commenta Alvise Biffi, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e responsabile del Tavolo Giovani -. Il coronavirus ha dato una battuta d’arresto in questi giorni ai processi di collaborazione e per chi è entrato in questo mese c’è un rallentamento nel processo di inserimento – aggiunge Biffi -. Con la forte azione attivata nell’emergenza speriamo di avere presto risultati positivi, a vantaggio prima di tutto della salute e di poter tornare alla normalità con un contenimento delle perdite per le imprese”.

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I giovani appoggiano le cause sociali su Internet

Per il 67% degli adolescenti i social rappresentano il canale privilegiato su cui attivarsi rispetto a temi sociali, civici o politici. Tra i temi che riscuotono maggiore interesse i cambiamenti climatici e la difesa dell’ambiente (60%), la lotta contro discriminazioni, bullismo e stereotipi (53%), l’immigrazione (25%), i problemi della scuola e i diritti dei minori (18%). Buona parte dei ragazzi si adopera anche per diffondere online queste informazioni, principalmente attraverso i “like” o condividendole sulla propria bacheca o profilo. Ma 1 su 20 (6%) crea in rete un nuovo contenuto sul tema in questione, e il 4% scrive un appello o una petizione di raccolta firme per raggiungere un obiettivo prefissato.

Solo 1 su 3 non è iscritto o non fa parte di nessun gruppo o associazione

Si tratta dei risultati di un sondaggio-dossier dal titolo Dai like alle piazze: giovani e partecipazione civica onlife, condotto da Save the Children in occasione del Safer Internet Day 2020, la giornata mondiale per la sicurezza in Rete istituita e promossa dalla Commissione Europea. Dalla ricerca emerge che solo 1 adolescente su 3 (30% circa) non è iscritto o non fa parte di nessun gruppo o associazione, 1 su 6 frequenta gruppi scolastici, e 1 su 6 è iscritto ad associazioni di volontariato sociale o associazioni o gruppi religiosi.

L’iscrizione ad associazioni culturali o associazioni per la tutela dell’ambiente riguarda il 7% circa, mentre quella ad associazioni per la cooperazione internazionale o per la tutela dei diritti umani, o a movimenti, partiti politici o comitati di cittadini, riguarda il 4% circa.

Più della metà di chi è attivo online traduce l’impegno in azioni dirette

Dall’indagine sembra poi emergere come l’impegno online divenga per molti una chiave di accesso a una dimensione di impegno diretto sul territorio. L’attivismo digitale rimane infatti confinato nel web solo nel 13% dei casi. Più della metà dei ragazzi attivi online traduce l’impegno anche in azioni dirette di cittadinanza, per cambiare concretamente le cose, partecipando a eventi di sensibilizzazione o mobilitazione collettiva legati alla tematica di interesse.

Ed è la difesa dell’ambiente è la causa che sembra stimolare di più il passaggio all’azione dei ragazzi, con l’83% di quelli che “abbandonano la tastiera” per partecipare a manifestazioni o cortei, riporta Ansa.

Leggere libri “aiuta” a impegnarsi socialmente

“La connessione in rete è oggi una costante della vita quotidiana dei bambini e dei ragazzi – spiega Raffaela Milano, Direttrice Programmi Italia-Europa di Save the Children -. Occorre proteggerli dai rischi della rete, ma allo stesso tempo non dobbiamo ignorare la potenzialità che la rete stessa può avere nello sviluppo della loro cittadinanza attiva”. Ma cosa porta i ragazzi a impegnarsi socialmente? Oltre all’esempio dei genitori, un fattore di rilievo che spinge i giovani ad attivarsi sul web o fisicamente per sostenere cause sociali  sembra essere l’abitudine alla lettura dei libri. Il 57% di chi partecipa “spesso” e il 47% di chi partecipa “qualche volta” anche fisicamente a eventi seguiti online dichiara infatti di aver letto più di 3 libri extrascolastici nell’ultimo anno, contro il 9% e il 12%, rispettivamente, di chi non ne ha letto neanche uno.

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