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SDA Bocconi lancia i corsi online. Obiettivo, diventare la Netflix della formazione

La Bocconi lancia un portafoglio di corsi online sempre disponibili on demand su qualsiasi dispositivo.. Tutti i corsi del portafoglio online della SDA Bocconi School of Management fanno infatti un uso intensivo di video e animazioni interattive, e presentano numerosi case study in formato elettronico con interviste a manager e imprenditori di grande esperienza. L’obiettivo è quello di diventare la Netflix della formazione.

“Dare a tutti la possibilità di fruire di una formazione continua di alta qualità”

Gli strumenti di autovalutazione messi a disposizione dei partecipanti consentono di capire il proprio livello di preparazione prima del test finale. E tutti i partecipanti che completano i corsi hanno accesso alla comunità #Mine degli alunni Sda Bocconi, con eventi di aggiornamento per manager e imprenditori.

“Con la formazione online vogliamo abbattere ogni barriera geografica, economica e psicologica e dare a tutti la possibilità di fruire di una formazione continua di alta qualità”, spiega Gabriele Troilo, associate dean per la Divisione Open Market and New Business di Sda Bocconi. Inoltre, l’utilizzo delle tecnologie più efficaci e un dispiego di risorse degno di produzioni di alto livello si accompagnano anche a un prezzo molto contenuto.

“Una piattaforma attraverso cui è possibile intraprendere percorsi modulari”

L’analogia con l’industria dell’entertainment non si limita però alla qualità della produzione e alla possibilità di usufruie dei contenuti dei corsi a un ampio numero di partecipanti, ma riguarda anche le modalità di fruizione. “La nostra ambizione è diventare la Netflix della formazione, essere una piattaforma attraverso cui sia possibile intraprendere percorsi modulari di formazione nel rispetto dei tempi, delle esigenze e delle circostanze che condizionano la vita di ciascuno”, chiarisce ancora Troilo.

I corsi hanno una durata suggerita che varia dalle 5 alle 9 settimane, ma per consentire flessibilità di tempo e impegno, rimangono a disposizione del partecipante per 4 mesi dalla data di iscrizione. Ed è previsto uno sconto del 20% per le donne, riporta Askanews.

Dallo Sport Marketing e Sponsorship ai fondamenti del Data Analysis per Manager

I primi corsi del portafoglio online spaziano in diversi ambiti, dallo Sport Marketing e Sponsorship alle Competenze per vendere e Finanziare la crescita aziendale, dall’IT Management al Personal Branding, i Fondamenti di bilancio, e i fondamenti del Data Analysis per Manager. Nella seconda parte dell’anno sarà la volta di temi diretti a famiglie professionali specifiche. Qualche esempio? Come creare un business plan, Valutazione immobiliare, Visual Merchandising, Comunicare per creare Valore, The Blockchain Journey (in inglese) e Python for Marketeer, anch’esso in inglese.

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Cambia l’algoritmo di LinkedIn, le novità dei nuovi parametri

LinkedIn ha ritoccato il proprio algoritmo, e ora somiglia un po’ più a Facebook. Il social network professionale di proprietà di Microsoft ha seguito la stessa direzione scelta da Mark Zuckerberg e da altri social network, ovvero quella di promuovere le interazione positive tra gli utenti attraverso alcuni strumenti. Secondo Axios, che per primo ha reso nota la notizia, LinkedIn ha lavorato al nuovo algoritmo per 12-18 mesi. E ha già collaborato con alcuni “profili autorevoli” per adattare i post ai nuovi parametri. Intanto il social cresce, e oggi sembra giustificare quanto sborsato al momento dell’acquisizione da parte di Microsoft nel 2016, ovvero 26,2 miliardi di dollari. Il fatturato infatti è aumentato del 27% anno su anno, e del 29% nei tre mesi precedenti.

Più visibilità agli utenti con i quali ci sono maggiori possibilità di interagire

Un’indagine interna di LinkedIn ha rivelato che prima del cambio di algoritmo gran parte dell’attenzione si concentrava sull’1% degli utenti più seguiti. Tanti contenuti pubblicati, ma troppa concentrazione. Da qui è nata l’esigenza di modificarlo. Ora avranno più visibilità gli utenti con i quali ci sono maggiori possibilità di interagire. Cioè le persone con cui lo si ha già fatto, e crescerà quindi la visibilità dei contatti con cui si hanno interessi comuni. Fin qui, niente di molto diverso rispetto ad altre piattaforme. È interessante però un altro parametro: l’algoritmo tenderà a spingere i post che potrebbero interessare l’utente, ma che non hanno ricevuto grande attenzione. In pratica, quello che è già molto commentato e condiviso non dovrebbe avere ulteriori spinte.

Far emergere anche i contenuti sommersi

Una scelta che punta proprio a illuminare post in ombra, ma che risulta opposta rispetto ad altri social, che spingono chi già corre. La volontà di far emergere i contenuti sommersi è confermata anche dalla scelta di favorire le conversazioni di nicchie specifiche, penalizzando invece i post più generici. Un accorgimento figlio della natura professionale di Linkedin. Il social di Microsoft favorirà inoltre i post che incoraggiano l’interazione, ad esempio quelli che invitano a una risposta, così come quelli che usano menzioni e hashtag. Lunghezza e formato (video, foto o testo) non saranno rilevanti.

Promuovere un coinvolgimento di qualità

Molti sono i parametri che contano, dal numero di utenti attivi al tempo che trascorrono online. Ma alla quantità serve affiancare la qualità dell’interazione. Su Facebook Zuckerberg ha scelto di valorizzare quelle che chiama “interazioni significative”, quelle con amici, parenti e gruppi che interessano. Ecco perché, lo scorso anno, ha modificato l’algoritmo penalizzando le pagine di aziende non paganti e giornali per riempire la bacheca di post ritenuti più personali, riporta Agi. LinkedIn invece premia le nicchie, i post in ombra e quelli che incentivano una risposta. Ma è sempre una questione di affari, gli inserzionisti non si accontentano più dei grandi numeri, ma vogliono un pubblico interessato e attivo. E sono disposti a pagarlo di più.

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Gelato, un business tutto italiano che vale 1,5 miliardi

Gli italiani amano il gelato, purché di qualità: e il mercato risponde in positivo. Il nostro sembra essere proprio il Paese dei gelati, tanto che questo comparto vale addirittura 1,5 miliardi di euro e ben 8 gelaterie su 10 sono artigianali. I punti vendita di questa specialità sono 19mila a livello nazionale e quasi 3 mila nella sola Lombardia. Regina del gelato è Roma con 1.409 attività e 4.286 addetti. Seguono Napoli per imprese (898) e Torino per addetti (3.087). Tra le prime 10 per imprese anche Milano e Torino con oltre 700, Salerno e Bari con oltre 400, Palermo, Brescia, Venezia, Catania e Messina con oltre 300.

Quello artigianale piace di più

In Lombardia, così come a livello italiano, 8 gelaterie su 10 sono artigianali. In Regione il business ammonta a 179 milioni su 1,5 miliardi in Italia (il 12% nazionale). E sempre in Regione sono oltre 2.500 le aziende del “gelato” su 19 mila in Italia, tra pasticcerie, gelaterie (compresi gli ambulanti) e aziende manifatturiere che si occupano della produzione, e registrano rispetto a 5 anni fa una crescita del +2,5% . Ad aumentare di più, in confronto allo scorso anno, sono Lecco, dove si contano in tutto 78 imprese del settore gelati (+6.8%) e Lodi con 45 imprese (+4.7%). Prime, per offerta di gelati, in Lombardia sono Milano con 782 gelaterie +13,8% in 5 anni, Brescia con 370 imprese, Bergamo con 272, Varese con 248. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Registro Imprese 2019.

“Lo stile di vita italiano”

“Le gelaterie rappresentano un settore legato all’attrattività, capaci di promuovere lo stile di vita italiano, grazie a un prodotto artigianale e di qualità, proposto con idee sempre nuove e creative e con attenzione agli ingredienti sani e freschi” ha dichiarato Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Gli fa eco Vincenzo Mamoli, anch’egli membro di giunta: “Dire gelato artigiano è sinonimo di qualità, sostenibilità e creatività. Gli artigiani del gelato sono infatti noti per la caratteristica produzione che è un richiamo anche per i territori con un business in crescita in questo periodo dell’anno. Qualità che mantengono con un lavoro curato e dedicato, di alta professionalità, da materie prime preferibilmente a Km 0 e stagionali. L’aumento delle  imprese nel settore in Lombardia, anche a Lodi è un indicatore positivo di una maggiore attrattività grazie alla valorizzazione dei sapori e dei prodotti locali”.

Milano, business estivo in crescita del +13,8% in 5 anni A Milano città le gelaterie sono 782, e un imprenditore su dieci è straniero (9,0%). Gli addetti sono circa  3 mila e il giro d’affari del gelato a Milano vale 83 milioni all’anno. Gli addetti al lavoro nei settori della produzione e commercio di gelato in Lombardia sono 10 mila. Buona la presenza di donne gelataie in regione, che rappresentano il 31,1% del totale, con picchi a Bergamo e Pavia, dove la quota raggiunge il 35%. Forte anche la presenza di giovani, che sono il 10,7%. Non mancano gli stranieri a cimentarsi con uno dei simboli del gusto italiano nel mondo (6,1% del totale regionale), in particolare a Milano dove è straniero circa un gelataio su 10 (9,0%). E in Lombardia il gelato è di qualità: gli artigiani che lo producono in proprio sono il 75,8% del totale.

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Nel 2018 2,7 milioni di italiani in cerca di lavoro

Nel 2018 in Italia sono state 2,7 milioni le persone in cerca di lavoro. Un quadro preoccupante, soprattutto rispetto al 2009, quando i disoccupati erano 1,9 milioni. Osservando gli ultimi anni, con il record raggiunto nel 2014 di 3,2 milioni di disoccupati, si potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma se si guarda alla situazione di qualche anno indietro ci si rende conto che il Paese è ancora in forte difficoltà. Dal 2009 l’incremento dei disoccupati in Italia è stato infatti del 44,5%.

+7,4% la percentuale degli italiani disoccupati sul totale Ue in meno di 10 anni

I dati, contenuti nelle tabelle dell’Eurostat ed elaborati dall’AdnKronos, mostrano che rispetto ai 16,9 milioni di cittadini in cerca di lavoro all’interno dei 28 Paesi dell’Ue la quota italiana è pari al 16,3%. Nel 2009 i disoccupati in Europa erano 21,4 milioni, di cui l’8,9% erano italiani. In meno di 10 anni quindi la percentuale degli italiani disoccupati nel confronto con il dato continentale è aumentata del 7,4%. I grafici mostrano che il dato peggiora anche rispetto alla popolazione complessiva residente in Italia. Nel 2009, infatti, risultava disoccupato il 4,2% del totale mentre lo scorso anno il dato è salito al 6,1%.

La situazione in Francia e in Spagna

In deciso aumento, inoltre, è anche la percentuale di disoccupati italiani rispetto alla popolazione “attiva”, che dal 7,7% è passato al 10,6%. Ma l’Italia non è l’unica a trovarsi in una situazione peggiore rispetto al 2009. In Francia, ad esempio, i disoccupati sono passati da 2,6 milioni a 2,7 milioni, con un incremento del 3%. Un dato ben lontano da quello Made in Italy, che inoltre deve confrontarsi con altri Paesi dove le cose sono andate molto diversamente.

In Spagna, invece, nei 10 anni considerati la disoccupazione mostra di essere in calo. Tra le principali economie europee con cui di solito vengono fatti i confronti, emerge infatti che la Spagna dai 4,1 milioni di disoccupati nel 2009 è passata a 3,5 milioni, con una riduzione quindi pari al 16,2%.

In Germania una realtà opposta a quella italiana

Il confronto con la Germania mostra addirittura una realtà decisamente opposta rispetto a quella dell’Italia. Se nel 2009 le persone in cerca di lavoro in Germania erano 3,1 milioni lo scorso anno sono scese a 1,5 milioni. In questo caso la riduzione è stata del 47,4%. Una percentuale quasi dimezzata rispetto ai 10 anni precedenti.

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Italiani, i più malati di febbre spaziale

La febbre dello spazio colpisce l’Europa, e gli italiani sono i più colpiti. Per i nostri connazionali viaggiare fra le stelle accende la fantasia e gli astronauti sono fra i personaggi più popolari. Le ricerche spaziali poi sono considerate utili anche per le ricadute sulla società, e meritano di essere finanziate. Questo, per oltre il 90% delle opinioni raccolte dal sondaggio condotto in Europa da Harris Interactive sulla percezione delle attività spaziali e commissionato dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa).

Le missioni in orbita fanno sognare l’85% degli europei

I risultati dello studio, anticipati all’Ansa, rivelano inoltre che fra gli italiani il 95% vede nello spazio un’attività affascinante, positiva e utile, e la stessa percentuale ritiene che sia giusto continuare a finanziarla. Manca però un’idea realistica delle cifre: la maggioranza ritiene che la spesa per ogni cittadino sia di 253 euro l’anno, e solo pochissimi sanno che il costo reale è inferiore a 20 euro l’anno pro capite. Dal sondaggio emerge poi che per il al 93% degli italiani lo spazio stimola la ricerca scientifica e il progresso, e le missioni in orbita e fra le stelle fanno sognare l’85% degli europei, ma anche in questo caso la fantasia che si accende di più è quella degli italiani, con il 92%.

Lo spazio è parte integrante dell’identità europea

Le attività spaziali sono una fonte di ispirazione per le giovani generazioni per l’84% degli europei e per l’89% degli italiani. Atteggiamento positivo anche sui temi più concreti: l’83% degli europei (86% degli italiani) ritiene che lo spazio favorisca la cooperazione tra i Paesi e il 78% (76% degli italiani) che crei occupazione. Lo spazio è inoltre parte integrante dell’identità europea per il 69% degli campione complessivo e per il 76% degli italiani, al di sopra della media anche nel considerare lo spazio un fattore di benessere economico (66% contro il 64%) e un’attività con ricadute positive sulla vita quotidiana (57% contro il 53%).

Conoscere l’universo ed esplorare il Sistema Solare è fondamentale per il 90% degli europei

Conoscere l’universo ed esplorare il Sistema Solare sono attività spaziali fondamentali per il 90% degli europei e oltre 80% (italiani il 90%) sa che dipendono dallo spazio i progresso nei trasporti e nelle comunicazioni.

Per il 91% di tutti gli intervistati, comunque, una delle attese più grandi è che lo spazio aiuti a comprendere meglio i cambiamenti climatici.

Tuttavia, il grande entusiasmo per lo spazio non sempre porta ad approfondirne la conoscenza. Nonostante l’83% degli europei abbia sentito parlare dell’Esa, solo il 37% sa esattamente che cosa sia.

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La metà delle Pmi è ancora apprendista digitale

Un’impresa italiana su due è ancora nella fase di “apprendistato digitale”. In particolare, le

piccole e medie imprese, di cui la metà sta appunto cercando di assimilare le nuove tecnologie 4.0. Di passi avanti sulla strada della digitalizzazione ne sono stati fatti, ma a oggi circa 3000 utilizza ancora strumenti digitali di base.

Questa è la fotografia che emerge dall’analisi delle quasi 6000 imprese che hanno effettuato il test di maturità digitale messo a punto dalle Camere di commercio italiane.

Se quindi molti imprenditori fanno ancora fatica a imboccare la strada verso la quarta rivoluzione industriale, tanti altri dimostrano di avere già familiarizzato con le tecnologie digitali.

Il 3% è Campione digitale

Tra le imprese tecnologicamente più smart il 30% è Specialista digitale, ovvero ha digitalizzato buona parte dei processi, il 7 % è Esperto digitale, applica cioè con successo i principi dell’Impresa 4.0, e il 3% è Campione digitale, ha una buona digitalizzazione dei processi e ricorre a tecnologie 4.0.

Sul fronte opposto il 7% è Esordiente Digitale perché legato a una gestione tradizionale dell’informazione e dei processi.

Le tecnologie più diffuse e utilizzate dalle imprese sono quelle cosiddette propedeutiche al 4.0 come, ad esempio, sistemi di gestione ERP (35,2%), sistemi di pagamento mobile, e-commerce (32,8%).

7 imprese su 10 non utilizzano le agevolazioni previste dal Piano nazionale

Il ricorso alle tecnologie abilitanti del Piano Impresa 4.0, riporta Adnkronos, è ancora timido, e 7 imprese su 10 non hanno utilizzato nessuna agevolazione prevista dal Piano nazionale impresa 4.0. Il 7,2% utilizza però Industrial Internet e Internet of Things, il 4,3% fa uso di sistemi di manifattura additiva (stampanti 3D), il 4,2% ricorre a soluzioni per la manifattura avanzata (ad esempio Robot collaborativi) e il 3,4% utilizza sistemi di realtà virtuale e aumentata.

Significativo, invece, l’uso di sistemi per la gestione e la protezione dei dati e delle informazioni: il 31,2% utilizza il cloud e il 27,6% garantisce la sicurezza delle informazioni affidandosi a sistemi di cyber sicurezza e business continuity.

“A frenare il passaggio al digitale è la mancanza di skill adeguate”

“Le piccole e piccolissime imprese capiscono i vantaggi della digitalizzazione per diventare più competitive, ma stentano a impossessarsene – commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. A frenare il passaggio al digitale è spesso la mancanza di skill adeguate. Per questo stiamo mettendo a punto un sistema di certificazione delle competenze digitali che aiuti le imprese a identificare le persone giuste di cui avvalersi”.

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Il 32% degli adolescenti passa 4 o 5 ore online

Non è certo un pettegolezzo, dato che è sotto gli occhi di tutti: i ragazzi sono iperconnessi, soprattutto in alcune fasce di età. In media, il 32,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 26 anni spende online tra le 4 e le 6 ore. Più del 17% del campione resta connesso tra le 7 e le 10 ore. Supera le 10 ore quasi il 13% degli intervistati. Lo rilevano i dati dello studio condotto dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo) in collaborazione con il portale per gli studenti Skuola.net.

Più ore online, meno capacità di concentrazione

Dagli 11 ai 14 anni circa il 12% delle femmine e il 10% dei maschi dichiarano di passare più di 10 ore al giorno online; la percentuale sale rispettivamente al 35% e al 20% intorno ai 26 anni. In tutte le fasce di età indagate, invece, si evidenzia che controllare lo smartphone con una frequenza di 10 minuti è l’esigenza di circa il 40% dei ragazzi. A seguito di questi comportamenti emerge una correlazione importante: la capacità di attenzione è drasticamente diminuita. Fino a qualche anno fa durava anche più di 20 minuti. “Oggi potremmo paragonarla a quelle di un pesce rosso, che riesce a stare concentrato per 9 secondi”, commenta Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te.

Non dire niente a mamma e papà

Altro punto da indagare: quanto parlano i ragazzi ai genitori di quello che fanno in rete? In media, dichiarano di non farlo mai il 18,5% delle ragazze e il 20% dei ragazzi tra gli 11 e 17 anni. Le continue notifiche e la sovra-informazione che attivano cortisolo e adrenalina mettono sotto sforzo i circuiti cerebrali che non riescono più ad attivare corretta concentrazione.

Genitori iperconnessi, quasi quanto i ragazzi

“Nell’indagine precedente a questa in cui abbiamo intervistato 1.000 adulti tra i 28 e i 55 anni e 1.000 giovani tra i 14 e i 20 anni abbiamo rilevato che nel 38% dei casi la risposta dei genitori ai figli che chiedono loro di parlare è un attimo. Spesso, rispondono così perché sono loro i primi a essere affaccendati sul loro smartphone”, commenta il presidente Di.Te., Giuseppe Lavenia. Ciò fa sentire i ragazzi non importanti per i genitori e li fa chiudere in se stessi. Infine quasi il 15% dei giovani riceve di tanto in tanto commenti offensivi sulle chat o sui social network, e la stessa percentuale di ragazzi risponde pan per focaccia a queste vessazioni.

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Lavori 4.0 tra Milano, Monza, Lodi

Milano, Monza Brianza e Lodi si confermano il territorio delle opportunità professionali 4.0, che rappresentano circa la metà delle entrate in posizioni lavorative (41.000) dell’area. Tra le figure maggiormente richieste, prevalgono tecnici delle vendite e informatici a Milano, metalmeccanici a Monza e trasportatori a Lodi.

Sono infatti circa 18 mila le nuove entrate al mese in posizioni lavorative 4.0: subentri, cambi e collaborazioni a Milano Monza e Lodi. Aumentano le richieste nel settore dell’informazione, dei nuovi media, dell’automazione e logistica. A livello territoriale, sono in prevalenza concentrati a Milano, 15 mila su un totale di 35 mila posti, il 42%, a Monza, oltre 2 mila su quasi 5mila, il 46% e a Lodi, 680 su 1.320, il 51,5%. La fotografia di un forte dinamismo nelle tre province lombarde risulta da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Sistema Informativo Excelsior realizzato da Unioncamere in collaborazione con ANPAL.

A Milano più tecnici delle vendite e informatici

Nel capoluogo lombardo l’analisi mette in evidenza che tra le figure maggiormente richieste prevalgano i commerciali. In base ai dati, “servono” tecnici del marketing e della distribuzione commerciale, con 2.670 entrate, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 1.940, conduttori di mezzi di trasporto, 1.810, tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, 1.330, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 1.220, operai nelle attività metalmeccaniche, 1.190, conduttori di macchinari mobili, 1.070, progettisti, ingegneri e professioni assimilate, 930, operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 740, specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche, 650.

A Monza si cercano commerciali e operai

A Monza in prima posizione si collocano i tecnici delle vendite e della distribuzione, 320 unità, seguiti da operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 290, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 250, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 250, operai nelle attività metalmeccaniche richiesti in altri settori, 230, conduttori di mezzi di trasporto, 220, progettisti, ingegneri e professioni assimilate, 110, tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, 110.

A Lodi l’economia è smart

Le “entrate” lavorative nel lodigiano riguardano soprattuto figure legate all’economia smart. In particolare si ricercano degli operai metalmeccanici che vengono richiesti in altri settori, 150, conduttori di mezzi di trasporto, 120, operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, 100, tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale, 70, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, 70, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, 60.

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2 Stress da rientro dalle ferie? Niente paura, combatterlo si può

Settembre, è tempo di tornare dalle ferie. Per qualcuno però il rientro può essere “traumatico”, e causare un vero e proprio malessere fisico ed emotivo. Si tratta della sindrome post-vacanze, e chi ne soffre forse dovrebbe chiedersi quanto la vita di tutti i giorni, il lavoro, le relazioni, il tempo libero, siano soddisfacenti. Secondo la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, direttore scientifico di Bioequilibrium e presidente di Eurodap, Associazione europea disturbi da attacchi di panico, “lo stacco dalla quotidianità, dai doveri e dalle responsabilità è doveroso, ma quando al ritorno dalle vacanze ci sentiamo più stressati di quando siamo partiti è decisamente un campanello d’allarme”.

Meglio tornare in città un paio di giorni prima di ricominciare a lavorare

Rituffarsi immediatamente nei consueti ritmi frenetici, tra scadenze, traffico e routine quotidiana, non è mai una buona idea. “Molto meglio sarebbe tornare in città un paio di giorni prima di ricominciare a lavorare – spiega la dottoressa Vinciguerra – ci potrebbe aiutare a sentirci meno stressati e più energici”. Ributtarsi immediatamente sui libri o al lavoro, e avere poco spazio da dedicare a noi stessi, può causare infatti un malessere fisico generalizzato che rischia di rendere ancora più difficile il ritorno alla vita di ogni giorno, riporta Askanews.

I sintomi della sindrome post-vacanze

Il Post Vacation Blues è una sindrome di cui soffre almeno un italiano su dieci tornando dalle ferie. Ma quali sono i sintomi della sindrome post-vacanze a livello fisico? “Mal di testa, fiacchezza, sonno, stordimento, irritabilità, sono alcune delle sensazioni che potremmo avvertire durante il primo periodo di ripresa delle attività”, spiega ancora Vinciguerra.

Ecco allora qualche consiglio per fronteggiare al meglio la sindrome post-vacanze. Innanzitutto la ripresa deve essere graduale, quindi evitare di rientrare dalle vacanze all’ultimo minuto, meglio rinunciare a un giorno in più in ferie e tornare in città per poter riambientarsi e fare le cose con calma.

La ricetta per combattere il rientro: fare attività fisica, uscire con gli amici, mangiare sano

Fare attività fisica non ha benefici solo sul corpo, ma serve a diminuire lo stress e a mantenere il buon umore poiché stimola la produzione di endorfine. Approfittare delle belle giornate di fine estate per uscire la sera e ritrovarsi con gli amici, poi, prolunga lo “spirito vacanziero”, e dormire almeno 7/8 ore a notte consente di ridurre stress e ansia da rientro.

Non meno importante è seguire un regime nutrizionale senza eccessi ed evitare diete rigide. E soprattutto imparare a rispettare i propri ritmi, ponendosi obiettivi semplici e arrivando con gradualità ai progetti più complessi.

Sono però soprattutto i più piccoli che dovrebbero avere la possibilità di riadattarsi gradualmente a orari e regole di tutti i giorni. Non si può pretendere che anche loro non soffrano di stress da rientro, se dopo un periodo prolungato senza restrizioni vengono catapultati bruscamente nella frenesia quotidiana.

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Farmaci: Italia primo produttore in Europa

L’Italia vanta il primato europeo nella produzione di farmaci. E dopo anni di testa a testa supera la Germania con 31,2 miliardi di euro di fatturato nel settore della produzione farmaceutica, contro i 30 miliardi dei tedeschi.

Un successo dovuto sia al boom dell’export, che oggi sfiora i 25 miliardi di euro, sia alle aziende a capitale nazionale, che singolarmente arrivano a investire oltre 300 milioni di euro all’anno in ricerca e sviluppo. E a oggi occupano i primi tre posti tra le imprese di tutti i settori manifatturieri.

Le aziende farmaceutiche italiane, un successo mondiale

“Abbiamo dimostrato sul campo di essere una freccia nell’arco del Sistema Italia – commenta Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, l’associazione delle industrie farmaceutiche italiane -. E possiamo ancora esserlo” Le imprese farmaceutiche italiane occupano fino a 17.000 addetti, alcune  portano nel logo il nome di famiglia, altre ancora hanno sfidato i mercati globali con successo, anche in segmenti  innovativi. Ci sono poi quelle a capitale estero, che in diversi casi vantano origini antiche in Italia, con stabilimenti di proprietà e propri centri di ricerca. E tra le imprese a capitale estero, la farmaceutica è il primo settore per somma di investimenti ed export, riferisce Adnkronos.

Negli ultimi dieci anni la produzione è stata determinata al 100% dall’export

La farmaceutica  rappresenta il 55% dell’export hi tech italiano. La crescita della produzione negli ultimi 10 anni è stata determinata al 100% dalle esportazioni, e l’Italia inoltre, sempre negli ultimi 10 anni, ha segnato il maggiore incremento dell’export farmaceutico, il più alto di tutti i settori, anche tra tutti i Paesi dell’Ue (107% complessivo rispetto a 74%). Un export, quello dei farmaci, cresciuto dal 1991 al 2017 di 15 volte, passando da 1,3 a 24,8 miliardi.

Se nella classifica per export dei 119 settori economici italiani nel 1991 i medicinali erano al 57° posto  oggi sono al 4°, dopo due settori della meccanica e gli autotrasporti. E nella classifica nazionale per export dei poli tecnologici i primi due sono farmaceutici (Lazio e Lombardia).

Industria farmaceutica: 3a in Italia per investimenti in R&S

Le imprese del farmaco nel 2017 hanno investito 2,8 miliardi di euro, di cui 1,5 in ricerca e 1,3 in impianti produttivi. Un valore cresciuto del 3% rispetto al 2016 e di oltre il 20% dal 2012.

Quanto a occupazione gli addetti farmaceutici negli ultimi 2 anni sono cresciuti del 4,5% rispetto agli altrui settori e +1,3% della media manifatturiera. E con 1,5 miliardi investiti nel 2017 (il 7% del totale), l’industria farmaceutica è 3a in Italia tra i settori manifatturieri per investimenti in R&S (+ 22% negli ultimi 5 anni, pari a +300 milioni di euro), più della media degli altri Paesi europei (16%). Gli investimenti da parte delle imprese del farmaco per gli studi clinici poi sono di 700 milioni all’anno, tra i più alti contributi al sistema nazionale di ricerca.

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