Giocattoli, un mercato in salute: +9% nel 2021

Altro che gioco: il 2021 segna una ripresa decisa del settore e chiude con un +9% rispetto al 2020 e un +2,1% sul 2019. Stiamo parlando del mercato italiano del giocattolo, un comparto decisamente in salute e che conferma come non mai che in questo periodo l’atto del giocare sia fondamentale ed essenziale. I dati sono stati resi noti da Assogiocattoli, che ha anche attivato la campagna ‘Gioco per Sempre’ con lo scopo di sensibilizzare ancor di più le famiglie italiane sull’importanza del gioco dal punto di vista pedagogico, sociale e culturale.

Non solo legati alla stagionalità

Un altro obiettivo della campagna è anche quello di slegare il giocattolo dalla stagionalità, ossia come dono solo per l ricorrenze. Resta il fatto che oggi la metà del giro d’affari del settore giocattolo si concentra nel periodo di Natale. Secondo i dati forniti dalla società di ricerche Npd, l’ultimo trimestre (ottobre\dicembre ‘21) registra un notevole +6,7% rispetto al precedente. I giochi in scatola e le costruzioni continuano a essere tra i prodotti più venduti, confermando il ritorno al gioco dei più grandi – i cosiddetti kidult – grazie a modalità di gioco in grado di intrattenere e divertire tutti eliminando ogni gap generazionale. Anche le bambole sono in cima alle classifiche di vendita, seguite dai prodotti collezionabili (Trading Card Game in primis), dai peluche, dai veicoli a ruote, dai supereroi e dai dinosauri. Il fatturato derivante dai prodotti a licenza rappresenta il 26% del totale mercato e cresce del +14%. Le top 5 licenze del 2021 sono state Harry Potter, Me Contro Te, Disney Frozen, Super Mario e Bing.

Il primo manifesto corale

Numeri che fanno ben sperare per il futuro e che confermano l’ottimo lavoro svolto – nonostante le numerose difficoltà – dagli addetti di tutta la filiera. Assogiocattoli compresa che, con la campagna “Gioco per Sempre”, si è impegnata a diffondere la cultura del gioco coinvolgendo oltre 3mila persone nella creazione del primo Manifesto partecipato e corale: un inno al gioco e ai giocattoli, una filastrocca in rima scritta grazie al contributo di bambini di ogni età, ma anche di mamme e papà, nonni e zii, oltre a educatori, ludologi e psicologi. Ma non solo, la Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (20 novembre) è stata festeggiata con i Play Days e ben due iniziative speciali: uno speciale concorso che ha attivato più di 220 punti vendita in tutta Italia devolvendo in beneficenza parte del montepremi e u na donazione di giochi e giocattoli forniti dagli associati alla Fondazione Abio Italia Onlus che li ha distribuiti negli oltre 200 reparti di pediatria presenti su tutto il territorio italiano.

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Privacy online e impronta digitale: utenti poco consapevoli

Molti utenti di Internet sono erroneamente convinti che gli account e i post dei social possano essere cancellati in modo permanente in qualsiasi momento.
Secondo un sondaggio condotto a livello europeo da Kaspersky, la percezione della privacy online e della propria impronta digitale differisce in base al paese e alla generazione di appartenenza. Ma, in generale, la maggior parte degli utenti non è sicura di avere il controllo della propria presenza digitale, o di come potrebbe gestire la propria presenza online. In Italia, ad esempio, la Generazione Z sembra poco attenta al controllo dei propri dati online. Infatti l’83% vorrebbe poter cancellare in maniera permanente un post pubblicato in passato su un social network.

‘Like’ e ‘post’ possono condizionare negativamente lavoro e relazioni 

Gli utenti di tutta Europa concordano sul fatto che le azioni online possano avere conseguenze, sostenendo anche che alcuni argomenti siano più rischiosi e provocatori di altri, e possano avere un impatto sulla reputazione delle persone, nonché sulle loro prospettive di lavoro.
I like posti sui social media possono infatti avere un effetto significativo sulla percezione che gli altri hanno di noi. Secondo il 41% degli italiani, poi, i post offensivi nei confronti delle persone disabili e quelli che si schierano contro la vaccinazione anti-Covid 19 sono potenzialmente i più dannosi per le prospettive di lavoro o per le relazioni, seguiti dall’utilizzo di un linguaggio transfobico (37%) e le posizioni negazioniste sui cambiamenti climatici (31%).

Modificare o cancellare vecchi contenuti

Il 42% degli intervistati afferma di conoscere qualcuno il cui lavoro o la carriera è stata influenzata negativamente da un contenuto postato sui social. Ma nonostante questo, quasi un terzo non ha modificato o cancellato i vecchi post dai propri account. La percezione di sé che nasce dalla propria presenza online costituisce un problema per molte persone. Infatti, il 38% degli utenti afferma che il proprio profilo social non lo rappresenti in modo autentico, e secondo il 51% la cronologia di navigazione potrebbe fornire un’idea sbagliata sul loro conto. Un dato preoccupante riguarda gli utenti dai 16 ai 21 anni: l’81% crede di avere il controllo totale sui contenuti condivisi online e di poter eliminare definitivamente alcune tracce lasciate nel web.

Lasciare in eredità i propri dati online

Lo studio mostra un divario tra la realtà e la percezione del controllo sulla propria presenza online. L’indagine ha individuato una preoccupante mancanza di consapevolezza su quanto accade ai profili social e la cronologia di navigazione online dopo la morte dell’utente. In Italia il 32% degli utenti non ha mai pensato a cosa accadrà ai propri dati online dopo la loro morte, e il 19% presume che i propri account social vengano automaticamente eliminati dopo il decesso. Il 44% degli italiani vorrebbe però poter accedere al profilo social di un genitore defunto se lasciasse i propri dati di accesso nel testamento. Tuttavia il 38% dichiara che si sentirebbe a disagio a lasciare in eredità i dati di accesso ai propri account.

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Le figure più difficili da trovare? Tecnici informatici e artigiani del legno

La conferma arriva dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal: sono i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni le figure più difficili da reperire, con un indicatore di difficoltà pari al 68,1%, seguiti dagli attrezzisti, operai e artigiani del trattamento del legno (67,9%). Il Bollettino però difficoltà di reperimento anche per i fonditori, saldatori, montatori carpenteria metallica (62,4%), gli artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (62,3%), e gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (61,9%). Per fronteggiare la difficoltà nel reperire queste figure professionali il 38,6% delle imprese tende ad assumere personale con competenze simili rispetto alle figure ricercate per poi formarle in azienda, mentre nel 17,2% dei casi offre una retribuzione superiore rispetto a quanto viene mediamente proposto per quel profilo. 

A gennaio l’indicatore della difficoltà di reperimento aumenta del 5%

Anche a gennaio cresce l’indicatore della difficoltà di reperimento del personale ricercato dalle aziende, e rispetto a un anno fa aumenta del 5%, raggiungendo il 38,6% delle entrate programmate.
La mancanza di candidati è il motivo della difficoltà maggiormente segnalato dalle imprese (22,2%), seguito dalla preparazione inadeguata (13,4%) e da altri motivi (2,9%). A incontrare le maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese delle costruzioni (53,3% dei profili ricercati), seguite dalle industrie del legno e del mobile (53,0%), le industrie metallurgiche (52,5%) e le imprese dei servizi informatici e delle telecomunicazioni (51,9%).

Nel trimestre gennaio-marzo i contratti programmati saliranno a circa 1,2 milioni

Sono poco meno di 458mila i contratti programmati dalle imprese nel mese di gennaio, e saliranno a circa 1,2 milioni nel trimestre gennaio-marzo. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si registra un incremento delle entrate previste: +112mila su gennaio 2021 e +265mila in confronto al trimestre gennaio-marzo 2021.
Positivo anche il confronto rispetto a dicembre 2021, con 104mila contratti in più (+29,4%), per tutti i settori economici tranne che per il turismo, dove pesano le crescenti incertezze legate all’andamento dell’epidemia nelle ultime settimane.

Sono alla ricerca di personale soprattutto le imprese di costruzioni

L’industria, nonostante le difficoltà legate ai rincari dell’energia e di molte materie prime, prosegue nella tendenza espansiva già registrata nel corso del 2021, e programma per il mese di gennaio 150mila assunzioni. Sono alla ricerca di personale soprattutto le imprese delle costruzioni (46mila entrate), seguite dalle imprese della meccatronica (26mila entrate) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo, che prevedono 22mila entrate.
Nel complesso, riporta Adnkronos, i settori del terziario totalizzano 307mila entrate: in testa i servizi alle imprese (142mila assunzioni), seguiti dal commercio (62mila) e dai servizi alle persone (56mila).
La nuova ondata pandemica fa sentire i suoi effetti negativi soprattutto sulla filiera turistica, dove le imprese hanno previsto per il momento un calo del 14,6% nell’attivazione dei contratti rispetto a dicembre.

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Casa, nel terzo trimestre 2021 i prezzi volano al +4,2%

Un aumento record quello registrato in Italia dai prezzi delle case nel terzo trimestre dell’anno. “I prezzi delle abitazioni aumentano su base annua per il nono trimestre consecutivo, registrando il tasso di crescita tendenziale più alto da quando è disponibile la serie storica dell’indice Ipab”. Questo è il commento dell’Istat sulla stima preliminare dell’andamento dei prezzi delle abitazioni.
Nel terzo trimestre del 2021 l’indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie italiane per fini abitativi o per investimento è aumentata infatti dell’1,2% rispetto al trimestre precedente, e del 4,2% nei confronti dello stesso periodo del 2020. Nel secondo trimestre del 2021 era al +0,4%.

Aumentano sia i prezzi delle abitazioni nuove sia quelli delle abitazioni esistenti 

L’aumento tendenziale dell’indice, ha spiegato l’Istituto di statistica, è da attribuirsi sia ai prezzi delle abitazioni nuove, che hanno accelerato la crescita, passando dal +2% registrato nel secondo trimestre 2021 al +3,9% del terzo, sia ai prezzi delle abitazioni esistenti (che pesano per più dell’80% sull’indice aggregato) che sono aumentati del 4,2%. Una percentuale in forte accelerazione rispetto al trimestre precedente, nel quale erano rimasti stabili.

Un contesto di crescita vivace dei volumi di compravendita

Questi andamenti positivi si registrano in un contesto di crescita vivace dei volumi di compravendita. La variazione tendenziale registrata nel terzo trimestre 2021 dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale è infatti del +21,9%. Su base congiunturale, dopo la stabilità del trimestre precedente, secondo l’Istituto di statistica l’aumento è dovuto soprattutto ai prezzi delle abitazioni nuove, che hanno registrato un incremento pari al +3%. Sono cresciuti però anche i prezzi delle abitazioni esistenti, ma in misura meno ampia rispetto a quanto registrato nel trimestre precedente, attestandosi al +0,8% dopo il +2% registrato nel secondo trimestre dell’anno.

Il tasso di variazione acquisito dell’Ipab per il 2021 è +2,6%

Di fatto, rispetto allo stesso periodo del 2020, nei primi tre trimestri del 2021 i prezzi delle abitazioni sono aumentati in media del 2,1%, riporta Askanews. Nel dettaglio, i prezzi delle abitazioni nuove hanno fatto registrare un +3,3%, e quelli delle abitazioni esistenti sono cresciuti dell’1,8%. Sempre secondo l’Istituto di statistica, il tasso di variazione acquisito dell’Ipab (Indice prezzi abitazioni) per il 2021 è pari a +2,6%. In particolare, l’aumento è del +3,5% per quanto riguarda le abitazioni nuove, e del +2,3% per quanto riguarda le abitazioni esistenti.

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Sicurezza e cittadinanza nel 55° Rapporto Censis

Secondo il capitolo dedicato a Sicurezza e cittadinanza del 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2021, nel 2020 sono state uccise 116 donne, di cui 99 in ambito familiare o affettivo, 67 per mano del partner o di un ex.  Nell’anno del Covid-19 le donne chiuse in casa hanno avuto più paura, tanto che sono cresciute in maniera esponenziale le richieste di aiuto. Nel 2020 si sono registrate 31.688 chiamate al numero verde 1522, +48,8% rispetto al 2019, e il trend non sembra diminuire nel 2021: nei primi tre mesi dell’anno le chiamate sono state 7.974 (+38,8%). Le donne raccontano di non sentirsi sicure anche fuori casa: il 75,8% ha paura di camminare per strada e prendere i mezzi pubblici la sera e l’83,8% teme i luoghi affollati.

Paura del web e di stare a casa da soli

Dal 1° agosto 2020 al 31 luglio 2021 in Italia i reati informatici sono stati 202.183 (+27,3%). Gli italiani sono consapevoli che il web nasconda pericoli: il 54,3% associa il maggiore utilizzo del web a rischi legati alla sicurezza informatica, il 43,1% è preoccupato del libero accesso a internet dei minori e il 27,6% teme per i rischi di dipendenza da sovraesposizione a web e social network, mentre il 22,6% teme invece gli hater. Quasi 9 milioni di italiani, di cui 6 milioni donne, hanno paura di stare da soli in casa di notte. Non stupisce che il 90,9% degli italiani abbia almeno un sistema di sicurezza a difesa della propria abitazione. Il più diffuso è la porta blindata (65,7%), ma 4,8 milioni dichiarano di possedere un’arma da fuoco.

Anche il Covid-19 diventa un business

Dei 16.638.268 articoli contraffatti sequestrati nel 2020 dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Dogane 8.327.879 possono essere classificati come dispositivi anticovid, soprattutto mascherine, guanti monouso, tute e termometri. I dati testimoniano la presenza di traffici significativi di dispositivi di protezione e della vendita online di falsi medicinali per il Covid-19. Se ai dispositivi contraffatti si aggiungono gli oltre 46 milioni di dispositivi medici ritirati dal mercato perché ritenuti non sicuri è ancora più evidente quale sia stato il peso del Covid-19 sul mercato dell’illecito.

La resilienza degli imprenditori stranieri

In risposta alla mancanza di lavoro dipendente durante la pandemia i migranti hanno continuato a mostrare la loro vitalità. A fine dicembre 2020 gli imprenditori stranieri risultano 463.048, di cui 376.264 provenienti da Paesi extracomunitari. L’aumento dei titolari di impresa stranieri prosegue anche nel primo semestre del 2021: a fine giugno sono 465.352 (+1,8%) e rappresentano il 15,5% del totale. Due i settori in cui la loro presenza è più evidente: il commercio e le costruzioni. A fine giugno si contano 180.225 imprese commerciali, il 20,5% dell’intero settore. Le imprese edilizie con titolare straniero sono invece 123.109 (26,7%), ma durante l’emergenza sanitaria sono aumentate anche le imprese agricole (+4,9%) e le attività finanziarie e assicurative (+5,1%).

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Telemedicina, una modalità che piace sempre di più

La telemedicina., ovvero la possibilità di fare consulti on line con il proprio medico, ha messo l’acceleratore a seguito della pandemia, a causa dei mille problemi di mobilità e sicurezza. Però con questa modalità di è potuto supplire in molti casi al problema del distanziamento fisico, assicurando ai pazienti cure di qualità. Non sorprende che nell’ultimo periodo l’89% delle organizzazioni sanitarie italiane (91% a livello globale) abbia già implementato servizi di telemedicina e il 50% (44% a livello globale) ha iniziato ad utilizzarli dopo la pandemia. A dirlo è una ricerca di Kaspersky che ha coinvolto un campione di 389 fornitori di servizi sanitari di 36 paesi.

Significativi benefici nei prossimi 5 anni

Il 40% degli intervistati italiani(71% a livello globale) crede che entro i prossimi 5 anni i servizi di telemedicina porteranno numerosi benefici in campo sanitario, riferisce l’indagine. I professionisti del settore ritengono che la medicina a distanza consenta numerosi vantaggi come comunicazioni più veloci, minore trasmissione di malattie tra pazienti e personale, e la possibilità di aiutare più persone in minor tempo. Questo dato trova conferma anche nella pratica. Quasi la metà delle organizzazioni (42% a livello globale e 25% in Italia) concorda sul fatto che la maggior parte dei loro pazienti sia più propensa a fare visite a distanza che di persona. Tra le caratteristiche che influiscono sull’opinione positiva dei pazienti nei confronti della telemedicina emerge la possibilità di risparmiare tempo e denaro grazie alle tecnologie moderne, oltre al fatto che queste consentono di poter scegliere specialisti più esperti da consultare.

I pazienti “grandi” sono il target migliore

Ovviamente, con tutta questa serie di benefici i pazienti sono in gran parte favorevoli ala telemedicina, in tutte le fasce di età. A dispetto del pensiero che gli anziani siano meno inclini ad affidarsi alle tecnologie moderne, solo il 38% dei fornitori di servizi di telemedicina italiani (51% a livello globale) ha dichiarato che la maggior parte dei pazienti che utilizzano format virtuali hanno meno di 50 anni.

Le tecnologie più utilizzate

Per quanto riguarda il nostro Paese, le prestazioni più gettonate in telemedicina sono il monitoraggio da remoto del paziente tramite dispositivi wearable (41% a livello globale vs 44% in Italia) e la telemedicina sincrona (51% a livello globale vs 44% in Italia), ovvero la comunicazione in tempo reale con i pazienti, comprese videochiamate o chat. Tra gli altri servizi più utilizzati la tecnologia di telemedicina asincrona (39% a livello globale vs 11% in Italia). Quest’ultima consiste nella raccolta e nell’archiviazione dei dati dei pazienti in una piattaforma sicura basata su cloud per un ulteriore utilizzo da parte di un professionista del trattamento.

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Quarta rivoluzione industriale: il ruolo di IoT e RFID

Qualcosa sta cambiando, ed è solo agli inizi. È la quarta rivoluzione industriale, che grazie all’innovazione tecnologica amplifica le capacità cognitive umane, dando la possibilità di analizzare, elaborare e utilizzare miliardi di informazioni. Alla base di questa rivoluzione c’è un insieme di tecnologie, tra cui spicca l’Internet of Things (IoT) basata sull’RFID (Radio Frequency Identification), che attraverso l’uso delle radiofrequenze consente di identificare e tracciare in modo automatico e univoco ogni oggetto su cui l’etichetta è stata applicata. Entro il 2021 saranno 25 miliardi gli oggetti taggati con RFID, e quindi connessi all’IoT.  Non è un caso, infatti, che l’RFID stia vivendo un nuovo slancio grazie alla sua capacità di aprire inedite opportunità sia per le aziende di produzione sia per i retailer.

Senza standard condivisi l’RFID non abilita la piena interoperabilità tra sistemi

Un nuovo mondo, dunque, tutto da sviluppare. Come emerge dal progetto di GS1 Italy insieme all’RFID Lab dell’Università di Parma, se le prospettive sono rosee e le possibilità enormi, con il nuovo slancio dell’RFID stanno emergendo anche i problemi. Il primo: senza standard condivisi l’RFID in sé non abilita la piena interoperabilità tra sistemi e la scalabilità dei progetti. Infatti, l’adozione da parte delle aziende di sistemi proprietari diventa inefficace e insufficiente nel momento in cui il business aumenta e ci si interfaccia con nuovi clienti e mercati di scala sovralocale.
Per evitare questi problemi occorre parlare la stessa lingua globale con tutti i business partner.

Identificare in modo univoco i singoli prodotti

“È per questo che GS1 ha sviluppato l’Electronic Product Code (EPC), uno standard che identifica in modo univoco e inequivocabile i singoli prodotti”, spiega Linda Vezzani, GS1 visibility and RFID standards specialist di GS1 Italy. In pratica l’EPC è una sorta di codice fiscale di ogni prodotto, che permette di identificarlo in modo univoco, catturare le informazioni lungo tutta la catena di approvvigionamento e renderle disponibili attraverso le onde radio. Per le aziende che già utilizzano il linguaggio globale GS1 l’adozione dell’RFID è semplice perché si sfrutta l’identificazione GS1 usata per i propri prodotti, e quindi, le informazioni di prodotto vanno solo tradotte in linguaggio EPC.

Tre case history

Le potenzialità dell’utilizzo della tecnologia RFID con standard GS1 condivisi sono enormi, e i risultati per le aziende capofila di questo approccio sono interessanti. Qualche esempio? La case history di Decathlon, che ha adottato lo standard EPC/RFID a livello di item su tutti i prodotti presenti negli store, e del Gruppo Bonterre, che l’ha applicato su ogni unità logistica (pallet). In entrambi i casi sono stati raggiunti benefici in termini di aumento della visibilità lungo la supply chain, della produttività, dell’affidabilità e del controllo degli stock di magazzino. Significativo anche il caso del Giappone, dove nel 2017 il governo ha avviato una sperimentazione con l’obiettivo dichiarato di arrivare a inserire il tag RFID su tutti i prodotti entro il 2025, abbassandone il costo a circa uno yen.

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Il cambiamento climatico modifica il comportamento dei consumatori

Nei giorni della 26a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nota come COP26, un sondaggio Ipsos, condotto per il World Economic Forum su 29 Paesi ha indagato la relazione esistente tra i timori per il cambiamento climatico e i comportamenti adottati. In particolare, la ricerca esamina in che misura i consumatori hanno modificato i propri comportamenti quotidiani a causa delle preoccupazioni climatiche, e quali sono le azioni individuali più comunemente intraprese per contrastare il cambiamento climatico.

In Italia il 58% ha modificato il proprio comportamento d’acquisto 

Di fatto, oltre la metà degli intervistati (56%) afferma di aver modificato il proprio comportamento a causa della preoccupazione per i cambiamenti climatici negli ultimi anni. Meno di una persona su cinque (17%) afferma poi di aver apportato molte modifiche, due su cinque (39%) poche, e tre su dieci (31%) nessuna modifica. Una percentuale in calo rispetto alla media del 69% registrata a gennaio 2020. In Italia, il 58% degli intervistati dichiara di aver modificato il proprio comportamento d’acquisto (e non), ma anche in questo caso, la percentuale è in calo rispetto al 73% registrata a gennaio 2020. 

Consumatori meno attenti all’ambiente di un anno fa

I Paesi in cui è più probabile che i consumatori riferiscano di aver adattato il proprio comportamento per contrastare i cambiamenti climatici rimangono invariati rispetto allo scorso anno. Tuttavia, anche in queste nazioni, la proporzione è diminuita notevolmente India (76%, in calo di 12 punti), Messico (74%, -12 punti), Cile (73%, -13 punti) e Cina (72%, -13 punti). I Paesi in cui è meno probabile che i consumatori affermino di aver modificato il proprio comportamento a causa delle preoccupazioni climatiche includono Giappone (22%, -9 punti), Russia (40%, -12 punti), Stati Uniti (41%, -15 punti) e Paesi Bassi (41%, -16 punti). Inoltre, i Paesi che hanno registrato il calo maggiore dallo scorso anno nella loro quota di consumatori attenti all’ambiente sono Malesia (62%, -23 punti), Spagna (53%, -23 punti), Polonia (49%, -23 punti) e Francia (52%, -21 punti).

Sostenibilità e azioni individuali

A livello internazionale, le azioni individuali più comunemente intraprese per contrastare il cambiamento climatico sono il riciclaggio o il compostaggio, citato, in media, dal 46% degli intervistati nei 29 Paesi esaminati, il risparmio energetico in casa (43%), ridurre lo spreco alimentare (41%) e il risparmio di acqua (41%). Gli intervistati italiani menzionano le medesime azioni, ma con un ordine di priorità diverso. Al primo posto si posiziona il riciclaggio o il compostaggio (50%), ridurre lo spreco alimentare (47%), il risparmio di acqua in casa (45%), e il risparmio energetico (38%). A livello internazionale le donne sono generalmente più propense degli uomini ad aver cambiato i propri comportamenti, soprattutto in termini di riduzione dello spreco alimentare (46% vs. 36%), risparmio di acqua (46% vs. 36%), diminuzione di nuovi acquisti (36% vs. 26%) e diminuzione di prodotti con molti imballaggi (33% vs. 25%).

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Cybercrime, le nuove truffe sfruttano il successo di Squid Game

Il successo della serie coreana è planetario: in pochissimo tempo, Squid Game ha totalizzato su Netflix ben 111 milioni di spettatori, battendo tutti i record tra i titoli più visti sulla piattaforma. Il terribile “Gioco del Calamaro”, però, non deve generare inquietudine solo quando lo si guarda sullo schermo, ma pure quando online ci si imbatte in qualcosa che lo richiama. Proprio così: come l’esperienza insegna, i criminali informatici sfruttano le mode del momento per inventare sempre nuove truffe ai danni degli ignari utenti o fan. Sono stati gli esperti di Kaspersky a scoprire le   minacce più comuni e sofisticate relative a Squid Game, che comprendono Trojan, adware e offerte di phishing per costumi di Halloween ispirati alla serie.

Episodi e giochi da scaricare

Tra i pericoli più diffusi, sono stati individuati Trojan-downloader in grado di installare programmi dannosi, ma anche diversi Trojan e adware. Uno degli schemi di truffa analizzati dava la possibilità agli utenti di visualizzare la versione animata di un finto gioco online tratto dalla serie e, contemporaneamente lanciava un Trojan che, agendo di nascosto, rubava dati dai vari browser degli utenti per indirizzarli ai server degli attaccanti. Inoltre, gli esperti hanno osservato che veniva creato un collegamento ad una delle cartelle per consentire agli attaccanti di lanciare il Trojan ogni volta che veniva avviato il sistema. Lo stesso scherma viene utilizzato a fronte dell’offerta di scaricare episodi gratis. Meglio non fidarsi di canali non ufficiali. 

Giochi a tema che fanno… perdere

Oltre alle pagine di phishing più “tradizionali” che offrono gli episodi di Squid Game in streaming, Kaspersky ha anche trovato diversi siti che offrono di competere in una versione online del gioco per provare a vincere un premio di 100 BNB (Binance Coin). Inutile dire che gli utenti non riceveranno mai la ricompensa promessa e si ritroveranno a perdere i propri dati o a scaricare malware sui loro dispositivi.

Come proteggersi dai rischi

Oltre a installare sempre le versioni aggiornate dei software di sicurezza, gli utenti dovrebbero verificare l’autenticità dei siti web prima di inserirvi dati personali, e utilizzare solo siti ufficiali per guardare o scaricare film. Inoltre, vanno sempre controllati i formati degli URL e l’ortografia del nome dell’azienda. Infine, quando si tratta di puntate della serie, occorre prestare attenzione alle estensioni dei file che si scaricano: un file video non avrà mai un’estensione .exe o .msi.

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Milano è prima per valore aggiunto, ma le province sono in rosso

A Roma e Milano si produce il 19,7% dell’intera ricchezza del Paese (+2% rispetto al 2000), con le prime 20 province che concentrano il 55,4% di tutta la ricchezza prodotta. Ma se Milano con 47.945 euro si conferma prima nella classifica provinciale per valore aggiunto pro-capite, staccando la capitale di 7 posizioni, tutte le province hanno chiuso il 2020 con il segno meno davanti al dato sul valore aggiunto. È quanto emerge dall’analisi realizzata dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere sul valore aggiunto provinciale del 2020 e i confronti con il 2019, una delle attività storiche di misurazione dell’economia dei territori realizzata dal sistema camerale.

Più penalizzati i territori industriali di piccola impresa

Milano si conferma quindi al primo posto della classifica italiana provinciale per reddito pro-capite, con quasi 47mila e 500 euro per abitante (indice Italia =100, pari a 189,5), e rafforza il suo margine di vantaggio con la seconda in classifica, Bolzano (156,8), con uno scarto che sfiora il 21%, mai così alto dal 2012 a oggi. Segue, in terza posizione, Bologna (140,7). Le economie territoriali a più alta presenza di imprese con meno di 50 addetti, che sono la dorsale del nostro sistema Paese, fra il 2019 e il 2020 hanno registrato le perdite più consistenti di reddito prodotto, pari a -7,5%. In particolare, in quest’ambito fanno registrare perdite più significative di valore aggiunto Pistoia (-9,0%), Prato (-9,5%), Fermo (-7,3%), Barletta-Andria-Trani (-10,6%) e Sud Sardegna (-9,5%), riporta Askanews.

Le province del Sud mostrano migliore capacità di resilienza

Quanto alle aree del Paese, a causa dell’effetto Covid a soffrire di più sono stati il Nord (-7,4%) e le aree a maggiore vocazione industriale (-7,9%), in particolare, dove insistono i sistemi della moda e della cultura, quelle a più elevata presenza di piccole imprese (-7,5%) contro una media nazionale del -7,1%. Sul fronte opposto, pur in un contesto di generale contrazione, migliore capacità di resilienza hanno mostrato le province del Sud (-6,4%), con 8 province su 10 che mostrano riduzioni più contenute, oltre ad alcune province fra quelle che hanno una elevata concentrazione di imprese che investono nel Green o che sono caratterizzate da una forte importanza della Blue economy. Una più elevata incidenza si rileva nella Pubblica Amministrazione.

L’effetto Covid non ha risparmiato nessuna provincia italiana

“L’effetto Covid non ha risparmiato nessuna provincia italiana, ma senza la tenacia delle nostre imprese unita ai provvedimenti del governo le perdite del valore aggiunto che abbiamo registrato sarebbero state ben più importanti – sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete -. E anche il sistema camerale con le iniziative messe in atto ha certamente contribuito a contenere i danni causati dal lockdown, restando vicino alle imprese e ai territori – aggiunge il presidente Unioncamere -. Per questo è importante mettere a terra le iniziative previste dal PNRR e in questo le Camere di commercio con la loro rete radicata nei territori possono essere uno strumento eccezionale”.

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